Nel "Vincolo" della libertà

Nel “vincolo” della libertà

 

Ireneo di Lione parlava del Vangelo come “della nuova alleanza di libertà” (A.H. 16, 4-5), Lutero, nel XVI secolo, all'inizio del suo famoso discorso su “La libertà del cristiano” richiama San Paolo e afferma: “il cristiano è l’uomo più libero e allo stesso tempo il più servo di tutti”[1]. Sant’Agostino aveva già scritto: “Gli uomini viaggiano per ammirare le altezze dei monti, le enormi onde del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il tracciato delle stelle, e dimenticano sé stessi”[2]. Come turisti dello spirito, andiamo sempre di qua e di là, senza magari sapere bene cosa stiamo cercando. Viviamo ‘tempi liquidi’, direbbe Zygmunt Bauman.

Ci si può chiedere se in questa vecchia Europa non siamo più che semplici “turisti dello spirito” ormai. Gente che vive in “gabbie di gomma”. La metafora si riferisce alle moderne “dipendenze”; al fatto che ci sentiamo sempre più in obbligo di consumare qualcosa (come usare il cellulare, navigare in internet, ecc…) anche quando non ne abbiamo bisogno, o indipendentemente dalle nostre reali necessità. Priviamo della libertà, nel mentre che pensiamo di esercitarla. Ci si sente a proprio agio cosi anestetizzati: circondati da “sbarre di gomma”, in gabbie confortevoli ma che ci privano della libertà.

La miglior prova del carattere superficiale della nostra vita spirituale è la vita reale. Questa comporta la presenza di un “vuoto” dentro di noi, che nessuna presenza può riempire. Non abbiamo solo bisogni da soddisfare. C’è anche una mancanza legata al desiderare e che l’invenzione di bisogni indotti da noi può solo coprire. Quel vuoto non si può colmare con qualcosa che possa venire da noi.

E tuttavia noi si vive così, giorno dopo giorno, in superficie, per non andare a toccare con mano l’esistenza di quel vuoto. Questo è segno che «abbiamo … poca fiducia in Dio e tanto amor proprio». Così che «dei nonnulla» ci causeranno «una fatica tanto grande, come ad altri cose grandi e di molto peso»[3].

 

TOLGONO LA LIBERTA’: GLI APPETITI

In casa abbiamo un ladro, direbbe Teresa d’Avila: è il padre dei nostri appetiti. Questi si mettono frammezzo, tra noi e quel vuoto, portandoci a soddisfare bisogni, reali (senza un briciolo di temperanza) o indotti (tradendo la natura del desiderio), anziché attendere la pienezza che chiede il nostro desiderare, e riempire così quel vuoto, poco a poco, fino a ritrovare la vita in pienezza nella dimensione dell’eternità.

La vita è propria dello spirito ed è vera libertà. Noi si ricorre al giudizio su ciò che è bene e male anziché vivere. Questo ci porta a sostituire alla mancanza il bisogno. E i nostri corpi non attingono più dall’anima quel che desiderano, in una delusione continua, senza mai trovare la pienezza che cercano.

Quando lo spirito raggiunge il corpo dà vita. Ecco: ‘La vita dello spirito è vera libertà’ (2N 14,3; 1N 13,11; 1N 9,11; 1N 13,14; 1N 11,4), ripeterà San Giovanni della Croce nei suoi scritti, con un sottofondo paolino. L’esodo e l’esilio del popolo di Israele sono il passaggio collettivo di quel viaggio verso la piena libertà che è l’esistenza stessa della persona umana. Chee cos’è la Salita al Monte Carmelo se non la vicenda personale di un’esodo (desiderato e attivo) e che cos’è la Notte oscura dell’anima e non quella di un’esilio (dato e passivo)? La Salita è storia di una lotta contro ogni forma di idolatria, un viaggio ‘dalla schiavitù alla libertà’[4]. Si va ad «eliminare da sé tutti gli dèi stranieri, che sono tutti gli affetti e gli attaccamenti a cose diverse da Dio» (1S 5,7).

 

I DESIDERI

Il termine ‘appetiti’ (apetitos) ricorre 579 volte nell’insieme degli scritti di San Giovanni della Croce, quasi la metà in Salita (251)[5]. Al plurale di solito ha un senso negativo, e quasi sempre positivo al singolare. Nella ricerca della libertà, l’ostacolo più grande è costituito dagli ‘appetiti disordinati’ o ‘falsi dèi’ (1S 5,7). Il problema è sempre nell’attaccamento: ‘l’anima che si attacca alla bellezza di una qualsiasi creatura’ (el alma que está aficionada a la hermosura de cualquiera criatura); ‘l'anima che si attacca alle doti e ai pregi delle creature’ (el alma que se prenda de las gracias y donaire de las criaturas); ‘l’anima che attacca il cuore ai beni del mondo’ (el alma que pone su corazón en los bienes del mundo) ... (1S 4,4). Giovanni della Croce si accanisce nel segnalare più e più volte ‘la caratteristica di chi conserva gli appetiti: è sempre scontento e inquieto, come chi ha fame’ (1S 6,3). E insiste non tanto sulla assenza delle cose quanto sulla assenza di attaccamento nei loro confronti:

«Benché sia vero che l’anima non può fare a meno di udire, vedere, sentire odori, gustare e toccare, tuttavia negare o rifiutare queste sensazioni, non ha particolare importanza per l’anima, né la pone in maggior imbarazzo del non vederle, né udirle del tutto, ecc. Ancora, l’anima che nega e rifiuta tali sensazioni, può essere paragonata a chi, pur avendo ottima vista, se chiude gli occhi si trova al buio, come il cieco che non vede perché privo della vista. A ciò allude Davide quando dice: pauper sum ego, et in laboribus a iuventute mea. Che vuol dire: Sono povero, e vivo nelle fatiche fin dalla mia giovinezza (Sal 88,16). Si dice povero, ma è evidente che era ricco, perché la sua volontà non era attaccata alla ricchezza, e quindi era come se fosse povero realmente. Anzi, fosse stato materialmente povero, ma non nella volontà, non sarebbe stato autenticamente povero, perché l’anima sarebbe stata ricca e piena di desiderio. … qui non parliamo della privazione delle cose, che spoglia affatto l’anima se ne conserva il desiderio. Parliamo invece della nudità del gusto e del desiderio delle cose, questo rende l’anima libera e vuota di esse, sebbene ne possieda. Le cose infatti di questo mondo non ingombrano l’anima né la danneggiano, perché l’anima non etra in esse; a danneggiarla è invece la volontà e il desiderio di esse, perché volontà e desiderio dimorano in lei (Mc 7, 18-19)» (Salita I 3,4).

 

VERSO UN “ALTRO” AMORE

 

Dopo un lungo, prolisso (e a tratti esasperante) percorso attraverso i danni causati alla persona dagli appetiti, Giovanni della Croce ricapitola e sintetizza tenendo presente i tre settori chiave delle relazioni umane: cioè il rapporto con sé stessi, con gli altri e con Dio. L’inizio della citazione (‘è grande peccato’) ci colloca nella dinamica che attraversa tutti gli scritti del “Maestro della Fede”. È assente il linguaggio della condanna, Giovanni si limita a constatare, deplorare e lamentarsi insinuando…: È “cosa degna di compassione il considerare lo stato in cui gli appetiti riducono l'anima e quanto la rendono insopportabile a se stessa, insensibile verso il prossimo, tarda e pigra nelle cose di Dio” (1S 10, 4).

Il termine “appetito” viene dal latino appetitus -us, derivato di appetĕre «aspirare a». Si riferisce alla tendenza a soddisfare le proprie necessità o i proprî bisogni. Propriamente ciò che Giovanni della Croce designa con ‘apetitos’ è quella serie di “fissazioni” su cose, atti e, alla fine, sul proprio io, che rappresenta l’ostacolo fondamentale da superare nel processo di avanzamento verso la piena sintonia con Dio. Rompere con questi ‘legami’ è “atto fondamentale di liberazione”[6].

 

GLI APPETITI SONO VINCOLI che tolgono la libertà. Nel linguaggio quotidiano vi sono espressioni note per dire questo: “costui vive schiavo delle proprie passioni” (e passione è qualcosa che si patisce), “non può liberarsi dai suoi desideri”, “è caduto nei suoi lacci”, ecc.

Ma vi è una espressione evangelica fra tutte a questo proposito: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8, 34). Il termine ‘peccato’, in confronto a ‘appetiti’, è scarsamente presente nell’insieme delle opere di SJC: 94 volte, di cui quasi la metà (45), in Salita al Monte Carmelo. In realtà, come afferma Federico Ruiz nell’Introduzione al libro della Salita, in SJC la teologia del peccato si identifica con gli ‘appetiti’: il peccato, in quanto deviazione dall’amore, non è altro che l’appetito[7]. Di qui il fatto che non si preoccupi di altra cosa che di far si che ci si liberi «dai lacci e dalla soggezione in cui mi tenevano i miei appetiti sensibili e i miei affetti» (1N 13, 14).

 

San Giovanni della Croce sottolinea questo carattere degli appetiti quando usa verbi come asir (afferrare), sujetar (sottomettere), enlazar (tener uniti con lacci), atar (legare), encadenar (incatenare), cautivarse (privarsi della libertà). Oppure quando afferma che lo stesso godere da parte dell’anima del fatto di compiere buone azioni può costituire un ostacolo verso l’unione, poiché «l’abituale propensione che ha di agire per ricavarne inutile piacere lo incatena ai suoi gusti» (3S 28, 9). Appetiti e passioni sono dunque lacci che non lasciano andare avanti. La passione può essere un ‘laccio’ (qualcosa che si patisce appunto) che «lega come laccio lo spirito alla terra e non gli permette larghezza di cuore" (3S 20, 2). E così, «in chi non è distaccato dai beni temporali, tutto si esaurisce nel girarsi e rigirarsi intorno al laccio cui è attaccato e da cui il suo cuore è posseduto» (3S 20, 3). E qui Giovanni della Croce ci offre ancora una volta uno dei suoi preziosi consigli:

 

«Lo spirituale quindi deve stare molto attento che il suo cuore e il piacere non comincino ad attaccarsi alle cose temporali, per evitare che partendo dal poco e crescendo gradatamente arrivi poi al molto, e che, cominciando come piccolo inconveniente, alla fine giunga a produrre danni notevoli, così come basta una scintilla per incendiare un monte e il mondo intero. Se non spezza sul nascere quel legame, non s’illuda pensando che siccome è piccolo lo potrà rompere in seguito.

Se dal principio, quand’è ancora tenue, non ha la forza e il coraggio di annientarlo, come spera o pretende di riuscirvi quando sarà cresciuto e avrà messo più profonde radici?» (3S 20,1).

 

Il nostro autore identifica gli appetiti con tutta una scala graduale di termini a indicare come il minimo legame si frapponga irrimediabilmente al nostro avanzare verso il traguardo. E lamenta quell’incapacità a spezzare anche solo un filo di capello, il che impedisce di andare avanti o addirittura costringe a tornare indietro: «È davvero triste che certe anime, dopo che Dio ha fatto loro la grazia di rompere funi di affetti, peccati e vanità ben più gravi, per non volersi distaccare da inezie che Dio le invitò ad abbandonare per suo amore – e si tratta di cose che non sono più di un filo o di un capello – rinuncino a muoversi verso un così grande bene. Il peggio è che, a motivo di quell’attaccamento, non solo non progrediscono, ma tornano indietro, perdendo quello che hanno guadagnato in tanto tempo e con tanta fatica, annullando in tal modo il cammino già fatto. Si sa, infatti, che su queta strada, non andare avanti è tornare indietro, e il non guadagnare è lavorare in perdita. Questo appunto volle farci capire Nostro Signore quando disse: Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde» (1S 11, 5).

 

L’amore per Dio è forza liberatrice che permea tutto il viaggio di chi cerca di raggiungere una piena sintonia con Lui.  Gli ‘appetiti’ paralizzano il dinamismo dell’amore, il raggiungimento di quel darsi, di quel ‘come’ della frase di Gesù: «… come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34), e impediscono la maturazione affettiva[8], annullano la libertà. Giovanni esprime tutto questo alla sua maniera, servendosi di immagini davvero efficaci: «La mosca che si posa sul miele s’impedisce il volo; così l’anima che vuole rimanere attaccata al gusto dello spirito, si priva della sua libertà e della contemplazione» (Detti 24). Appare qui il ‘volo’ come metafora della libertà, e si evidenzia come ogni attaccamento, anche spirituale, impedisca tale libertà. E ancora: «L’uccello che si è posato sul vischio deve faticare doppiamente: nello staccarsi e nel ripulirsi da esso. Così soffre in due modi chi soddisfa i propri desideri: nello staccarsene e, dopo esserne distaccato, nel purificarsi da quanto gli si era attaccato addosso» (Detti 22); «l’appetito e l’attaccamento dell’anima hanno la caratteristica che si dice abbia la remora in rapporto alla nave. Sebbene sia un pesce molto piccolo, se le riesce di attaccarsi alla nave, la tiene così ferma da non lasciarla giungere in porto e neppure navigare» (1S 11, 4).

Davvero: l’anima «che coltiva l’attaccamento a qualche cosa … non giungerà alla libertà dell’unione divina, nonostante abbia molte virtù» (Ibid.).

 

Dobbiamo in fondo «constatare che la perfezione e il valore dei nostri atti non dipendono dalla quantità e dal piacere che vi proviamo, ma dal saper rinnegare noi stessi mentre li pratichiamo» (1N 6, 8). Dal fatto, si potrebbe dire, di saper cogliere come occasione propizia tutto ciò che ce ne distoglie dalla considerazione della quantità e dal piacere.

 

 

PAURE

 

In sostanza, l'esperienza mistica (come il vangelo) non è questione di moralità o di ascesi, ma di gratuità e di libertà. Ha a che fare con la grazia di Dio che è lì a placare la nostra inquietudine: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant’Agostino). In Lui non veniamo giudicati, ma solo amati; troviamo la pace dell’Anima, insomma la nostra roccaforte tra le onde delle religioni, così lontane da Dio. Nel nostro operare non c’è la salvezza. La nostra è piuttosto la risposta riconoscente di chi si sa salvato gratuitamente, senza alcun merito. Il nostro è un servire inutile: “abbiamo fatto quello che dovevamo fare (Lc 17, 10). È vero che siamo solo poveri mendicanti.

Il passaggio della “notte” di cui parla Giovanni della Croce è un evento “felice” (felice ventura), un favoloso processo di liberazione. E l’'unione con Dio sarà l’esperienza dell’assoluta libertà, in Dio, di amare come Lui.

 

Forse la liberazione più costosa e vera è quella che si dà a fronte di noi stessi. Questo liberarsi dalla tirannia dell’ego, dal bisogno di essere “accreditati” presso la santa sede altrui, foss’anche quella di Dio. L’ossessione per l’immagine che diamo di noi stessi, per la “negra honra”, direbbe Teresa di Gesù, ci rende schiavi gli uni degli altri. Da qui l’importanza per Giovanni della Croce che “che siano tenuti riposti e nascosti i tesori dell’anima, cosicché nemmeno noi ne abbiamo conoscenza e vi fissiamo gli occhi; infatti non c’è ladro peggiore di quello di casa” (L 23). Anche Cervantes scriverà quasi al termine del suo Quijote (II, 72): “Si è inginocchiato e ha detto: Apri gli occhi, desiderata patria, e guarda che torna a te Sancho Panza tuo figlio, se non molto ricco, ben flagellato. Apri le braccia e ricevi anche tuo figlio don Chisciotte, che, se viene vinto dalle braccia altrui, viene vincitore di sé stesso, che, secondo lui, è la più grande vittoria che si possa desiderare”.

 

La lotta di San Giovanni della Croce contro gli appetiti non è altro, in fondo, che la lotta contro ogni forma di idolatria, contro quei falsi dei che schiavizzano l’uomo, vecchie sicurezze che lo rendono avaro, al punto da «dimenticare Dio e mettere esplicitamente nel denaro il proprio cuore, che di norma dovrebbe porre in Dio; e ve lo pone in modo tale, come se non avesse altro Dio» (3S 19, 8).

 

Ma abbiamo paura di lasciare quelle false sicurezze. La paura è sempre intimamente connessa ai nostri pensieri. Ecco perché è necessario integrare ed educare i ‘pensieri’: «ogni volta che l’anima si mette a pensare qualche cosa, poco o tanto, ne resta turbata e alterata» (3S 5, 2). «Ora tutte le alterazioni che nascono nell’anima sorgono dalle percezioni della memoria» (3S 5, 1). «Appena smetterà di inciampare nella memoria in cose che turbano e alterano l’animo» (3S 6, 4) la persona smetterà di agitarsi perso nei suoi pensieri. È che le emozioni e i pensieri modellano il paesaggio della nostra vita sociale e mentale. Proust chiamò le emozioni “convulsioni geologiche del pensiero”. Sono le emozioni che mostrano la nostra vulnerabilità ad eventi che non possiamo controllare. Semplice sarebbe il vivere se la nostra sofferenza fosse semplicemente un dolore alla gamba, o la gelosia un mal di schiena. Ma la verità è che la gelosia e la sofferenza sconvolgono la nostra mente; la fonte delle nostre agonie (e anche di

le nostre gioie) è in “quello che pensiamo”.  

 

Per recuperare la libertà perduta di fronte alle paure Giovanni della Croce ricorda come «Dio non vuole che l’anima si turbi minimamente e soffra tormenti» (Detti, 56) Nessuno ha da «cessare di pensare e ricordare ciò che deve fare e sapere». Infatti «se non vi sarà attaccamento alcuno, non subirà danni» (3S 15, 1).

È sempre «inutile agitarsi, perché l'agitazione non reca alcun profitto. E allora, anche se tutto finisse o crollasse, se tutti gli avvenimenti andassero male e fossero sfavorevoli, è inutile agitarsi perché, lungi dal trovare un rimedio a tali mali, non si farebbe altro che aumentarli. Occorre sopportare tutto con uguale e pacifica tranquillità; tale disposizione non solo procura all'anima molti beni, ma le consente anche di meglio comprendere le avversità, valutarle più serenamente e prendere gli opportuni rimedi» (3S 6, 3)25.

 

Una delle espressioni preferite da Giovanni della Croce, che si ripete con lievi varianti in tutti i suoi scritti è che “le paure ci fanno temere dove non bisogna temere” (cfr. L 3, 62; 3S 16, 4; 3S 25, 6...). Parla inoltre esplicitamente del turbamento … che nasce dai pensieri (3S 6,1). Sulla falsariga di una delle sue Cautele (15) si può dire di ciascuno di noi che è venuto al mondo «solo per essere provato ed esercitato da tutti nella virtù». Così, per liberarsi da tutti i turbamenti e le imperfezioni che possono derivare dal carattere e dal comportamento degli altri e per trarre profitto da ogni avvenimento, si devono considerare tutti come «ministri di Dio», messi lì per permetterti di esercitarti nella virtù, «e lo sono per davvero: alcuni devono provarti con le parole, altri con l’azione e altri ancora con pensieri contro di te. In tutto questo devi essere soggetto, fare come l’immagine rispetto a chi la esegue, la dipinge o la indora».

 

Cruciale nella vita non è tanto “quel che ci accade” quanto i nostri pensieri sull’accaduto. Afferma Cervantes di Sancho Panza mentre camminava in una grotta, che “a volte andava al buio, e a volte senza luce, ma mai senza paura” (Quijote, II, 55). La paura può trasformarsi in una prigione. È una sposa forzata che si sdraia nel nostro letto e con le sue molte braccia ci afferra in una morsa. Teme la fiducia e per questo la odia. Ma sono la fede fiduciale che sgorga dall’amore libera dalle paure che paralizzano e rubano la libertà.

 

San Giovanni della Croce parla di “fede oscura” (2S 4, 2). L’intelletto è accecato e deve lasciare il posto alla fede. Nessuna sicurezza è più grande di quella data dall’abbandono fiducioso nelle mani di Dio.

È la stessa fede fiduciale che Gesù risorto restituì ai propri discepoli, togliendo loro tutte le paure, in modo identico a come fa oggi cogli uomini del nostro tempo. chiusa cioè a tutte le cose che vi potrebbero entrare: «Colui che entrò a porte chiuse con il suo corpo nel cenacolo dov’erano i suoi discepoli, dando loro la pace (Gv 20, 19-20), senza che essi sapessero o pensassero se e come ciò potesse accadere, entrerà spiritualmente anche nell’anima senza che questa se ne renda conto o vi cooperi, limitandosi solo a tenere le porte delle sue potenze - memoria, intelletto e volontà - chiuse a tutte le conoscenze. Egli allora gliele riempirà di pace, e farà scorrere nell’anima, come dice il profeta, un fiume di pace (Is 48, 18), per dissipare tutti i timori e i sospetti, i turbamenti e le tenebre che prima le facevano temere di essere o di andare perduta. L’anima non trascuri, dunque, la preghiera e attenda nello spogliamento e nel distacco da ogni cosa, perché il suo bene non tarderà»  (3S 3, 6).

 

 

IL GARANTE DELLA LIBERTA’

 

San Giovanni della Croce propone un cammino, per recuperare la libertà perduta, di tipo teologale. Per questa ragione, essendo il Dio di Gesù Cristo il «Dio con noi» non si dimentichi il contributo da parte nostra. Ciascuno allora «cerchi sempre di inclinarsi...» (1S 13, 6) a seguire Gesù: «occorre coltivare un costante desiderio d’imitare Cristo in ogni azione, conformandosi alla sua vita, sulla quale bisogna riflettere per saperla imitare e per comportarsi in tutto come lui si comporterebbe» (1S 13, 3). Gesù Cristo in questa vita «non ebbe né cercò altro piacere che fare la volontà del Padre suo, che egli chiamava suo cibo e sua bevanda (Gv 4, 34)» (1S 13, 4). Nell’era della tecnica la quale persegue il massimo risultato col minimo sforzo possibile, positivamente, appare illuminante quanto segue:

«Se ti fissi su qualcosa,

tralasci di slanciarti verso il tutto,

Se vuoi giungere per davvero al tutto,

devi rinnegarti totalmente in tutto.

E qualora giungessi ad avere il tutto,

devi possederlo senza voler nulla.

Se vuol possedere qualcosa nel tutto

non hai il tuo unico tesoro in Dio.

In questa nudità, la persona spirituale trova pace e riposo, Non desiderando nulla, nulla l’appesantisce nell’ascesa verso l’alto, nulla la sospinge verso il basso, perché è al centro della sua umiltà. Quando, invece, brama qualcosa, proprio per questo si affatica» (1S 13, 11). Ecco, allora, non facciamo tutta questa fatica!

 

Guardiamo anche alla definizione in POSITIVO che lo stesso San Giovanni della Croce ci ha lasciato di un termine da lui usato spessissimo e che abbiamo già visto: ‘appetito’. « … l’appetito è come la bocca della volontà, che si dilata quando non è ingombra od occupata da alcun boccone; infatti, quando l’appetito si porta su qualche oggetto creato, proprio per questo si restringe, perché fuori di Dio tutto è angusto. Pertanto, se l’anima vuole essere certa di andare a Dio e unirsi a lui, deve tenere la bocca della volontà aperta solo per Dio stesso, vuota e distaccata da ogni boccone di appetito perché Dio possa riempirla e colmarla del suo amore e della sua dolcezza; essa deve avere fame e sete solo di Dio, senza volersi saziare di altro, perché quaggiù non può gustare Dio com’egli è» (Lettere 13, 14 aprile 1589). Quell ‘appetito’ in positivo è per San Giovanni della Croce la vera forza liberatrice.

 

Nutrirsi di Lui è l’invito di tanti nostri tabernacoli che mostrano un pellicano lacerarsi il petto per nutrire i figli con il suo sangue. Ricordano le parole di un Inno (Adoro Te Devote):

«O Gesù ti adoro nell’ostia nascosto,

che, sotto queste specie, stai celato:

Solo in Te il mio cuore si abbandona

Perché contemplando Te, tutto è vano.

La vista, il tatto, il gusto non arriva a Te,

ma la tua parola resta salda in me» (Tommaso D’Aquino)

 

Noi ci nutriamo del Corpo e del Sangue di Cristo, e della sua Parola. Non vi è solo di quel pane e di quel vino, o della voce di quel Sacerdote che proclama il Vangelo. Quello non è Tutto.

 

Ce lo dice la fede la quale «induce a credere verità rivelate da Dio stesso, che sono al di sopra di ogni luce naturale e superano oltre misura ogni umana comprensione.

Ne consegue che la luce eccessiva della fede è per l'anima profonda oscurità, perché il più assorbe [e vince] il meno, come la luce del sole eclissa qualsiasi altra luce, al punto che questa scompare quando quella risplende vincendo la nostra potenza visiva. In tal modo questa rimane piuttosto accecata e priva della vista, perché la luce che riceve è sproporzionata ed eccessiva. Allo stesso modo la luce della fede, per il suo grande eccesso, opprime e supera quella dell’intelletto, che per sua natura ha come oggetto solo la scienza naturale» (2S 3, 1). La fede è un umile cammino che conduce ad arrendersi al fatto che al mondo vi è Altro.

 

Lasciamoci attrarre allora piuttosto dalle persuasioni dello Sposo, quest’Altro da noi: «Mi hai persuaso, Signore, e io mi sono lasciato persuadere» (Ger 20, 7). Dio conduce, ieri come oggi, tante persone a una vita nuova, permettendo loro di aprire le ali e intraprendere il volo, liberi da ogni forma di attaccamento a persone e cose.

 

Ascoltiamo ancora le parole di San Tommaso d’Aquino, il quale partendo dal principio biblico della creazione ‘ex nihilo’, compie la seguente riflessione: perché una cosa cambi deve esistere, ora, prima della creazione non c’era NIENTE. Letteralmente ‘niente’. Perciò «La creazione non è un cambiamento, è piuttosto la dipendenza stessa dell’essere creato in relazione al suo principio. Essa rientra quindi nella categoria della RELAZIONE» (Summa Contra Gentiles II 18, nº 952). Ciò suppone comprendere la creazione da una ‘dipendenza dell’essere creato dal suo principio’. A sua volta, questa relazione con la sua origine prima, con Dio, è qualcosa di totalmente diverso dalle nostre umane relazioni. Perché Dio non è sottomesso alla relazione delle creature verso di lui, essendo la causa stessa di tale relazione.

 

Vi è da sempre una relazione. LEGAME entro il quale sta la libertà. La forma che assume la relazione da parte di Dio lungo tutto l’arco della storia biblica della salvezza, sono le successive ‘alleanze’ con il Suo popolo (si pensi a Noè, Abramo, Mosè, al Cantico dei Cantici...). Nel Figlio poi si rivelano come alleanze di un Padre (Mc 14, 36; Rm 8, 15; Gal 4, 6) perché i figli crescano nella vita di Lui, fatti a sua immagine e somiglianza.

Teresa di Gesù ha una espressione molto forte al riguardo: «O libero arbitrio, come ti fai schiavo della tua libertà quando rifuggi dal voler essere inchiodato con l'amore e il timore di Colui che ti ha creato! A quando il bel giorno che t'immergerai nell'oceano infinito della somma Verità, ove non sarai né vorrai esser più libero di peccare, perché al sicuro da ogni miseria e naturalizzato con la stessa vita del tuo Dio?» (E 17, 4).

 

Dunque legame, alleanza, affiliazione, relazione... L’esperienza della filiazione (sia nel AT che nel NT), si collega per Giovanni della Croce con l’esperienza stessa della libertà: «Ogni genere di dominio e di libertà del mondo, paragonati con la libertà e il dominio dello spirito di Dio, sono somma soggezione, angoscia e schiavitù.

Perciò l’anima che si attacca agli onori o ad altre cose del genere e che cerca libertà per le sue affezioni, è da Dio considerata e trattata non come figlia, ma come persona infima, prigioniera delle sue passioni. In realtà non ha voluto seguire i dettami del Signore che c'insegna così: chi vuole essere il più grande si faccia il più piccolo e chi vuole essere piccolo sarà fatto grande (Cfr. Lc 22,26). L'anima, quindi, non potrà pervenire alla vera libertà di spirito, raggiungibile nell'unione divina, perché la schiavitù è assolutamente incompatibile con la libertà; quest'ultima, a sua volta, non può abitare in un cuore assoggettato agli affetti umani di cui è schiavo. La libertà abita in un cuore libero, come quello del figlio. Per questo motivo Sara chiese a suo marito Abramo di cacciare via la schiava insieme a suo figlio, affermando che questi non poteva essere erede insieme al figlio della donna libera (Gn 21,10)» (1S 4, 6).

 

 

IN POSITIVO

 

Abbiamo visto la definizione “in positivo” che Giovanni della Croce ci ha lasciato del termine “appetito”. Alle carmelitane scalze di Beas scrive così: «Queste acque dei piaceri interiori non sgorgano dalla terra; quindi la bocca del desiderio deve aprirsi fino al cielo, vuota di qualsiasi altra pienezza, perché la bocca dell’appetito, libera e non occupata da alcun boccone di altri gusti, sia completamente vuota e aperta verso colui che dice: Apri [e dilata] la tua bocca e io la riempirò (Sal 80[81],11).

Così, chi cerca gusto in qualcosa, non conserva libero il cuore, affinché Dio possa riempirlo del suo ineffabile piacere; quindi si allontana da Dio appena gli si avvicina; ha le mani ingombre e non può prendere ciò che Dio gli dà. Che Dio ci preservi da ingombri così dannosi da ostacolare libertà così piene di dolcezza e soavità!» (Ep.,14-4-1589).

Anzitutto Giovanni della Croce parla nel contesto della ricerca del piacere; parla di “piaceri interiori”. Non vengono dal gusto delle cose create, corporee o spirituali, ma da Dio. Come ci ricorda nella Salita al Monte Carmelo, «le cose create … tormentano l’anima, mentre lo spirito di Dio la vivifica» (1S 7, 4).

Questo ‘appetito’ in positivo è per SJC la vera forza liberatrice. Con diverse varianti formali e semantiche il riferimento ad essa appare disseminato in tutti i suoi scritti e poesie: Giovanni parla di un “altro amore migliore”,  delle “ansie d’amore’ o “unione d'amore”.

 

a. ‘Otro amor mayor y mejor’… Un amore “altro”, più grande e migliore

 

Potrebbe essere qui la chiave di tutto per SJC. Aprirsi nella vita ad un Amore più potente, mettersi in contatto, vincolarsi. Nessuna ascesi pelagiana può supplire all’esperienza liberatoria che scaturisce dal gratuito Amore di Dio: «In realtà, per vincere tutti gli appetiti e mortificare le attrattive di tutte le cose create, per amore e affetto delle quali la volontà è solita accendersi allo scopo di goderne, era necessaria un’altra fiamma di un amore superiore, che è quello del suo Sposo.  Riponendo in lui la propria gioia e la propria forza, trova vigore e costanza per negare facilmente tutti gli altri amori. Per vincere la forza degli appetiti sensibili, non basta all’anima il semplice amore per il suo Sposo; deve altresì ardere d'amore e stare in ansia per lui. Accade, infatti, come testimonia l’esperienza, che la sensibilità è talmente attratta verso le realtà sensibili da tante ansie di appetito che se la parte spirituale non è infiammata da un amore ancora più forte verso le realtà spirituali, non potrà spezzare il giogo della natura, né entrare in questa notte dei sensi, né avere il coraggio di starsene all’oscuro di tutte le cose, privandosi del loro piacere» (1S 14,2).

 

Un amore “altro”, più grande e migliore… Ecco la chiave per sanare la propria esistenza e maturare nel mondo dei desideri, una legge psicologica fondamentale: un affetto si vince solo con un altro affetto maggiore, e l’amore di Dio è indistruttibile. E poiché «nessun affetto tra innamorati riesce a soddisfare tutte le domande della vita; non c’è incontro al mondo che calmi i pensieri e dia pace al cuore umano, colmando tutta la sua sete di trascendenza»[9], questa è la vera educazione affettiva o sentimentale.

Cioè, la ferita dell’amore di Dio è quella che può guarire le altre ferite psico-affettive della persona. Lo stesso che ci rende schiavi ci libera: 'il desiderio di Dio' (L 3,26) è ciò che ci guarisce e ci libera

di tutti i desideri o appetiti che sono sempre pronti a rubarci, come un ladro (il “ladro chiuso dentro” di cui ci parla Teresa d’Ávila), la libertà.

 

Questo amore “altro”, più grande e migliore è ciò che alcuni psicologi hanno detto essere ‘base sicura’ su cui costruire la vita. Se abbiamo un ‘legame positivo’, sappiamo che siamo sulla buona strada. Quel legame sicuro e sano ci rende resilienti e promuove l’autonomia personale.

Senza questa ‘base sicura’ (senza ‘costruire sulla roccia’), le battute d’arresto più insignificanti (‘niñerías’, infantili, ci dicono Giovanni e Teresa) possono trasformarsi in drammi[10]. Quella base sicura è come l’aquilone, che può volare solo perché legato a un filo, diversamente abbiamo l’immagine il filo … è come in quell’altra immagine di Giovanni della Croce: «Poco importa che un uccello sia legato a un filo sottile o grosso; anche se sottile, finché sarà legato, è come se fosse grosso, perché non gli consentirà di volare» (1S 11, 4).

 

b. L’ ‘unione d’amore’: ‘camminare credendo e amando’

«’L’anima … attratta da Dio e solo per suo amore, infiamma dal suo amore, uscì in una notte oscura, quella della privazione e purificazione di tutti i suoi appetiti sensuali, circa tutte le cose esteriori del mondo, quelle piacevoli per la sua carne, e anche i gusti della sua volontà» (1S 1, 4). Le «fu di profitto uscire nella notte oscura» e «le fu possibile perché la sua casa - la parte sensitiva che è l’abitazione di tutti i desideri - era già addormentata, dato che aveva già vinto e pacificati tutti gli appetiti e i desideri. Infatti l’anima non esce alla vera libertà, per godere dell’unione con il suo Amato, finché gli appetiti non si assopiscono con la mortificazione della sensualità, e la stessa sensualità non sia addormentata rispetto ad essi, di modo che non faccia alcuna guerra allo spirito» (1S 15, 2). Nell’unione d’amore (di nuovo il

Legame!) si trova la vera libertà. A questo proposito mi permetto di citare un testo da antologia sanjuanista, tratto da una lettera del 14 aprile 1589 indirizzata a un religioso Carmelitano Scalzo. Lì appare come l’unione di amore, il vincolo dell’amore vissuto, agito[11] (non solo sognato o sentito), è la vera forza liberatrice: «Infatti, se la volontà in qualche modo può comprendere Dio e unirsi a Lui, ciò non può avvenire con nessun mezzo conoscitivo dell’appetito, ma solo grazie all’amore. E poiché il piacere, la soavità e qualsiasi gusto di cui può godere non è amore, ne deriva che nessuno di tali sentimenti gustosi può essere mezzo proporzionato per unire la volontà a Dio. Il solo mezzo è l’azione della volontà. L’operazione della volontà, però, è ben distinta dal suo sentimento. La volontà infatti si unisce a Dio che è amore, e termina in Lui mediante l’azione e non mediante il suo sentimento e le conoscenze dell’appetito che si stabiliscono nell’anima come scopo e fine ultimo. I sentimenti possono servire solo come inventivi per amare, ma a condizione che la volontà non voglia servirsene se non per andare oltre. Ma di per sé, i sentimenti piacevoli non spingono l’anima verso Dio, al contrario la trattengono in sé stessi. Invece con l’operazione della volontà, che è amare Dio, l’anima pone solo in Lui il suo affetto, il gaudio, il gusto, il godimento e l’amore, abbandonando tutto e mandoLo sopra ogni cosa» (L 13).

 

Se siamo terreno buono ascoltiamo la Parola, la accogliamo e portiamo frutto: «il trenta, il sessanta, il cento per uno» (Mc 4, 20). ‘Credendo e amando’ (in gerundio: azione continuata), al di là di ciò che si possa ‘capire e sentire’: il nostro ascolto è un ‘credere’ al di là di tutto ciò che si possa ‘capire’; il nostro accogliere è ‘amare’ al di là di tutto ciò che si possa ‘sentire’. L’abbandono fiducioso e l’amore in atto sono alla vita che ci è data da vivere e nei riguardi del fratello che ci è dato di incontrare (può dire infatti di amare Dio che non vede chi ama il fratello che vede). dicono di una libertà che, come ogni prezioso umano (il tesoro nel campo), ha bisogno di responsabili cure, anche intensive.

 

Se la meta del viaggio mistico è «la preziosa e desiderata libertà di spirito nei riguardi di tutte le cose» (2N 22, 1), tra i termini negli scritti sanjuanisti che ci collocano nell’atmosfera e nello spazio della libertà il più potente è quello del ‘volo’: «Chi non si lascerà trasportare dagli appetiti volerà leggero nella via dello spirito come l’uccello a cui non manchi piumaggio» (Detti 23). La stessa esperienza contemplativa è identificata col «volare verso la libertà e il riposo della dolce contemplazione e dell’unione» (3S 16, 6).

 

SJC riesce a collegare l’esperienza della libertà con l'immagine del volo e l’onnipotenza dell’amore in un poema che si conclude così:

 

In un volo tanto strano

Con un vol ne feci mille,

ché dal cielo la speranza

tanto ottiene quanto spera,

e sperai in questo slancio:

mio sperar non fu deluso,

e salì in alto, in alto,

che raggiunsi la mia preda[12].

 

 



[1] Cf. Martin Lutero, La libertà del Cristiano, traduzione italiana in Giuseppe Alberigo, La riforma protestante, Brescia, Editrice Queriniana, 1988. Ricordiamo alcuni testi chiave dell’Evangelista Giovanni sulla libertà: “… la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32); o di san Paolo: “… dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà” (2Cor 3, 17); “… chiamati a libertà” (Gal 5, 13). Sulla ‘libertà', in prospettiva sanjuanista, cf. IAN MATHEW, L'impatto di Dio. Risonanze in Giovanni della Croce, Roma, Edizioni OCD, 2005, 81-87, 106, 167.

[2] Agostino, Confessioni, X, 8. 15.

[3] Teresa di Gesù, Vita, 13, 4.

[4] Cf. JOSÉ D. GAITÁN, “Subida del Monte Carmelo”, en: Introducción a la lectura de San Juan de la Cruz, (Salamanca: Junta de Castilla y León, 1991), 395.

[5] Cf. Concordancias de los escritos de san Juan de la Cruz, por J. L. ASTIGARRAGA,

A. BORRELL, F. J. MARTÍN de Lucas, (Roma: Teresianum, 1990).

[6] FERNANDO URBINA, Comentario a Noche oscura del espíritu y Subida al Monte Carmelo de San Juan de la Cruz, (Madrid: Marova, 1982), 35. Per Urbina, la traduzione moderna del termine ‘appetito’ è ‘fissazione’, e lo spiega così: “In psicoanalisi la ‘fissazione’ è una possibilità nello sviluppo psichico che ha una funzione immobilizzante del dinamismo affettivo, che non supera la fase infantile, finendo così per compromettere gravemente l’equilibrio, l’espansione e il raggiungimento della pienezza della vita. In San Giovanni della Croce l’appetito ha una funzione paralizzante della capacità affettiva trattenendo in una fase che l’autore nomina spesso servendosi della metafora dell’infanzia, e che impedisce il progresso, l’espansione e il raggiungimento della pienezza della vita spirituale” (Ibid., p. 34).

[7] Cf. FEDERICO RUIZ, “Introduzione alla Salita”, in SAN JUAN DE LA CRUZ, Obras Completas, (Madrid: Editorial de Espiritualidad, 2009), 163.

[8] Forse solo chi ha avuto 'esperienza' di qualche tipo di attaccamento o legame può conoscere davvero per 'esperienza' il valore reale della libertà...

[9] Xabier Pikaza, Amor de hombre. Dios enamorado. San Juan de la Cruz: una alternativa, (Bilbao: DDB, 2004), 303.

[10] È il ‘bisogno di attaccamento’: «Quanto più la specie si trova in alto nella scala evolutiva tanto più è evidente

il bisogno di legami forti» M. T. ROMANINI, “Libertà”, in Nuovo Dizionario di Mistica, a cura di L. Borriello et alii, (Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2016), 1211.

[11] Fino a 16 volte appare questo sintagma nelle Opere di SJC. Nel Cantico, praticamente fin dalle prime parole, leggiamo di canzoni che trattano dell’ ‘esercizio di amore’ …

[12] Tras de un amoroso lance. Poesie 4, 4

 

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