«Noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo» (1Gv 4, 19)

 

 

 

«In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e Mamòn. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”» (Mt 6, 24-34).

“Nessuno può servire due signori (kýrioi)”. Com’è possibile che ci siano molti signori? Certo, c’è un solo Dio e un solo Signore, ma gli umani fabbricano, creano dèi e signori ai quali prestare adorazione e servizio. Lo ricorda anche l’Apostolo Paolo ai cristiani di Corinto: “In realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo che sulla terra – e difatti ci sono molti dèi e molti signori (kýrioi) –, per noi c’è un solo Dio … e un solo Signore, Gesù Cristo” (1Cor 8,5-6). Tra i signori creati dagli esseri umani vi è Mammona. Gesù si serve di un termine aramaico, Mamòn, presente anche negli scritti di Qumran nell’espressione “Mammona d’iniquità” (che ricorre significativamente, in greco, anche in Lc 16,9), quasi a personificare questa potenza che aliena gli uomini e le donne, li rende suoi schiavi, chiedendo loro di porre in lei la loro fiducia (non a caso il termine è legato alla radice semitica ’aman, che indica l’aderire con fede).

Per quanto l’uomo s’illuda di poter gestire e sfruttare la ricchezza, in realtà è questa che lo domina e io distrugge: «la cupidigia inaridisce l’anima» (Sir 14, 9b). Il culto a «Mamòn», il dio-denaro, è una delle forme più terribili di alienazione e causa dell’apostasia dall’unico e vero Dio. Mentre la scelta volontaria della povertà, che Gesù ci ha mostrato essere proprio di Dio, realizza la comunione anche tra gli uomini: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (At 4, 32). «Non si tratta infatti di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza... la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza...» (2Cor 8, 13-14). Questo risponde al disegno di Dio sul suo popolo: «Non vi sarà alcun bisognoso in mezzo ci voi; perché il Signore certo ti benedirà nel paese che il Signore tuo Dio ti dà in possesso ereditario» (Dt 15, 4; At 4, 34; cf Mt 5, 5).

«Quasi cent’anni fa, Pio XI prevedeva l’affermarsi di una dittatura economica globale che chiamò «imperialismo internazionale del denaro» (Lett. enc. Quadragesimo anno, 15 maggio 1931, 109). Sto parlando dell’anno 1931! … fu Paolo VI che denunciò … la «nuova forma abusiva di dominio economico sul piano sociale, culturale e anche politico» (Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 44). Anno 197. Sono parole dure ma giuste dei miei predecessori che scrutarono il futuro» (Francesco, Discorsi, 5 novembre 2016).

Ora: è esigenza dello Spirito di Gesù che «se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso» (Dt 15, 7). Sappiamo che quando l’evangelizzazione era agli inizi ad Antiochia, dove «per la prima volta … furono chiamati cristiani» (At 11:26), i discepoli «si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un soccorso ai fratelli abitanti in Giudea» (At 11,29). Sapevano infatti che Dio chiama e sostiene ciascuno nel suo libero dare, «secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9, 7). Laddove c’è libertà c’è lo Spirito (cfr. 2 Cor 3,17) e insieme un «produrre opere su opere» (Teresa di Gesù, 5M 3, 11; cfr. 7M 4, 6).

Ma la presenza dello Spirito non basta se l’uomo non dispone se stesso a riceverLo ogni volta di nuovo. Se la Redenzione accadde di getto «al passo di Dio» che dona tutto e subito, la persona umana deve assimilarla «al passo dell’anima», cioè «a poco a poco». È nell’orazione che l’uomo «si rende capace di ricevere» (Tommaso d’Aquino, Compendium Theologiae II 2).

All’inizio l’anima sembra una trovatella cananea, che i genitori hanno abbandonato nei campi «come oggetto ripugnante» (per essi che sono «briganti»), ancora col cordone ombelicale e sporca di sangue. Poi ella cresce selvaggia fino alla giovinezza, finché non incontra un Signore che se ne innamora, la prende in sposa, la ricolma di vesti ricamate e di gioielli e la rende regina, perfetta in bellezza (cfr. Ez 16, 5-14). Non contano per Lui (come invece contavano per i «briganti» che l’hanno messa al mondo) i tradimenti e le perversioni future della Sposa. Non gli impediscono di essere nei suoi confronti per-il-dono.

Tu non perdere tempo, «vinci il male con il bene» (Rom 12, 21); c’è ancora tanto da fare anche oggi per la diffusione del Regno!


 

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