Portale d'ingresso

Quien a Dios tiene nada le falta.

Chi ha Dio non manca di nulla.

 

Abbiamo scelto questa massima di Teresa di Gesù perché ben dice il senso dell’Orazione che è il suo messaggio[1]: volgersi all’ “Altro del desiderio” il quale si dà a noi perché non manchiamo di nulla. Introducendo il cammino dell’Orazione dobbiamo parlare allora della mancanza, e del bisogno.

Diciamo subito che la relazione che definisce la vita, che è la vita, ha un nome e una natura: si chiama bisogno e si rivela come appetito: mossi dall’appetito proprio del bisogno, si va verso l’altro da sé per ricondurlo a sé e farlo proprio. I tratti essenziali del bisogno sono: l’assenza (di qualche cosa) e la soddisfazione (derivante dal possesso e dall’assimilazione dell’assente). Bisogna poi riconoscere che il singolo vivente, quando si apre all’altro, non esce mai propriamente da sé, è sempre in-sé anche quando va verso l’altro da sé. All’interno del bisogno il verso-l’altro non è mai un per-l’altro ma un per-sé: ci si apre all’altro ma alla fine ci si ritrova sempre in sé stessi, ci si interessa all’altro perché si è interessati a sé. L’appetito in certa misura condanna dunque alla cecità; il predatore si apre alla preda, si inter-essa a essa, si concentra su di essa, ma sempre e solo secondo la misura di quella predabilità che lo rende «cieco» verso tutto il resto: l’aquila individua la lepre, ma è molto probabile che non abbia alcun interesse per il colore dei suoi occhi e per la margherita che ne sfiora il magnifico manto; rispetto ad essi l’aquila si dimostra del tutto cieca. 

Questo vale per ogni essere vivente. Tuttavia l’essere dell’uomo non si risolve mai del tutto in quello del semplice vivente. L’uomo avverte sì il bisogno di qualcosa ma allo stesso tempo avverte una mancanza, per cui de-sidera altro.

Fin dall’antichità, per decifrare il cielo stellato, le stelle (sidera) venivano raggruppate in costellazioni e queste servivano a orientarsi ad es. nella navigazione del mare. La particella de, del nostro de-siderare, esprime il venir meno di un certo ordine/orientamento stabilito. Ma il nuovo ordine/orientamento non risolve la mancanza. Mentre il soddisfacimento del bisogno risolve l’assenza qui no. Soddisfatto il desiderio, creato il nuovo ordine, la mancanza rimane. Il bisogno è caratterizzato da un vuoto che può essere colmato con il conseguente passaggio da un’assenza a una presenza, la mancanza invece è incolmabile, rispetto ad essa il l’uomo non ha alcun sapere. E anzi l’unica certezza di fronte alla quale la sua esperienza quotidiana con insistenza lo pone è quella relativa al rilancio stesso che il desiderio riceve da parte di tutto ciò che in un primo momento si configura come capace di soddisfarlo. Puntualmente non mantiene le promesse e il desiderio si acuisce.

Ora: l’umo avverte da subito nella vita di essere asujet (assoggettato) all’altro, e tende perciò con insistenza a riconvertire la logica del desiderio (dove non sa mai di che cosa manca) in quella del bisogno (dove sa sempre di che cosa è assente), al fine di capovolgere la condizione di soggetto-a in quella di soggetto-di.

L’uomo vive in realtà sempre e contemporaneamente nel bisogno e nel desiderio, così come vive sempre e contemporaneamente nel mondo e al di là di esso. Non basta che soddisfi i propri bisogni, si trova nella mancanza. Deve accettare che questa mancanza ci sia e rientrare in sé stesso.

Sappiamo che «tutti tendono a un’unica meta, di godere» (Agostino, Confessioni, X, 21. 31). E non possono godere di ciò che al mondo manca perché in realtà si trova in Dio. Se gli «ignoranti si alzano e ci rubano il cielo, e noi con tutta la nostra erudizione senz'anima, guardaci qui, a rivoltarci nella carne e nel sangue! … Non più bagordi – allora – e gozzoviglie, letti e lascivie, contese e invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non fate caso alla carne e ai suoi desideri» (Agostino, Confessioni, VIII 8.19; 12.29). Perché i desideri sono dello Spirito del Signore e la mancanza è riempita da Lui nell’orazione.

«Dov’è male più grande che non poterci ritrovare in casa nostra? E se in casa nostra non ci sentiamo soddisfatti, forse che possiamo sperare di sentirci tali in casa altrui, quando pare che ci muovano guerra fin gli stessi amici e parenti più stretti, con i quali, di buona o, mala voglia, dobbiamo pur vivere, come sono le nostre potenze, che con ciò sembrano vendicarsi di quanto han dovuto subire da parte dei nostri vizi? Pace, pace, … è la parola del Signore, da lui tante volte ripetuta ai suoi apostoli. Se non abbiamo e non procuriamo di trovare pace in casa nostra, tanto meno - credetemi la troveremo in casa altrui. Per il sangue che Cristo sparse per noi, finisca ormai questa guerra! Lo chiedo a chi non ha ancora cominciato a rientrare in sé stesso, mentre a chi ha cominciato, chiedo che la prospettiva della lotta non lo faccia tornare indietro. Pensi che la ricaduta sarebbe peggiore della caduta; ne intraveda la rovina, confidi, non in sé stesso, ma nella misericordia di Dio; e il Signore lo condurrà da una mansione all'altra, sino a dove le bestie non solo non lo potranno più toccare né molestare, ma dove egli le terrà soggette e le burlerà, godendo, fin da questa vita, tale abbondanza di beni da superare qualsiasi desiderio» (Teresa di Gesù, 2M 9).

Qualunque desiderio lo Spirito presenti al tuo animo sappi che

«Se ti fissi su qualcosa,

tralasci di slanciarti verso il tutto,

Se vuoi giungere per davvero al tutto,

devi rinnegarti totalmente in tutto.

E qualora giungessi ad avere il tutto,

devi possederlo senza voler nulla.

Se vuol possedere qualcosa nel tutto

non hai il tuo unico tesoro in Dio» (Giovanni della Croce, 1S 13, 11).

E al fondo di te stesso non riuscirai a passare da un desiderio all’altro provando soddisfazione.  

Deve essere chiaro: incontrare Dio sulla strada del bisogno significa incontrare un idolo e intendere Dio come quella “somma presenza” in grado di colmare ogni assenza, significa intenderlo mondanamente. È la mancanza invece, propria del desiderio ad aprire il soggetto in modo così radicale da spingerlo perfino al di là del proprio godimento, al di là della stessa vitalità della vita (l’uomo non si risolve nel vivente), vale a dire al di là del mondo e delle sue stelle:

«La nostra esperienza umana ci indica o ci fa intuire che c’è una vita del desiderio sconosciuta alla vita dei bisogni immediati, ignorata anche dai più raffinati dei nostri sensi. Abbiamo una vita altra […] un Dio che chiudesse questa apertura, che colmasse la nostra mancanza, non creerebbe alcun movimento, sarebbe un satana»[2].

E invece il Dio biblico non cessa di invitare l’uomo a non lasciarsi chiudere nel bisogno di pane, ma a imparare a riconoscere in esso l’invito di quello spirito che ti apre sollecitandoti verso l’al di là della giustizia e della carità. Di conseguenza il richiamo alla condivisione del pane con il povero deve essere inteso come una pressante sollecitudine a compiere un passo verso quella liberazione che è il segno più luminoso dell’autentica ricchezza: «Non si ‘odiano’ i beni terreni per la loro vanità, per la loro fugacità e inconsistenza. Questo sarebbe ancora l’atteggiamento del sapiente. Né si rinuncia loro per la pace della contemplazione. Farsi poveri significa liberarsi per poter perfettamente amare […]. Attraverso la strada, l’esperienza appunto, della povertà, che sembrava soltanto abbandono, sacrificio, rinuncia, rinasce, ma come nuovo evento, lo stesso sé, ricco di un nuovo sguardo sul reale – uno sguardo che concepisce qualsiasi filo di esistenza come un prossimo sempre tale, e perciò impossedibile. Il movimento è nel darsi. Per cui «seguire l’Altissimo è anche sapere che niente è superiore all’avvicinamento al prossimo, alla preoccupazione per le sorti della “vedova e dell’orfano, dello straniero e del povero” e che nessun avvicinamento compiuto a mani vuote è avvicinamento. È sulla terra, tra gli uomini, che si svolge anche l’avventura dello Spirito»[3]. Bisogna riconoscere e vivere il pane come segno dello spirito e lo spirito come urgenza della condivisione del pane.

Quando si de-sidera inizia l’avventura. Altre costellazioni ci attendono, nessuna catastrofe, a condizione che la mancanza non la si traduca/tradisca in assenza, che nessuna costellazione la si intenda mai come quella definitiva, che non si venga meno alla responsabilità di de-siderare nell’orazione, con «determinata determinazione» (C 21, 2).

Da ultimo una parola sui nostri bisogni e i nostri desideri. Nostri appunto: bisogni indotti, desideri scambiati per bisogni: «Rivolta a un uomo la preghiera si presenta anzitutto per esprimere il desiderio di colui che prega e la sua indigenza e in secondo luogo per piegare il cuore di colui che si prega fino a farlo cedere. Quando invece si prega Dio..., non intendiamo manifestare i nostri bisogni o i nostri desideri a Lui, che conosce tutto... Ancor meno intendiamo piegare con parole umane la volontà divina a volere ciò che prima non voleva, - no ... la preghiera a Dio è - necessaria all’uomo in ragione di Colui stesso che prega per mezzo di essa: egli si rende capace di ricevere»[4]. Con la preghiera l’uomo si rende capace di ricevere.

L’efficacia della preghiera e la sua necessità vanno cercate non in un’azione che essa esercita su Dio, ma su «colui stesso che prega». Per cui, se Dio vuole lasciarsi strappare a viva forza qualcosa è perché noi diveniamo collaboratori suoi sempre più fermi.

Dio è sempre disposto a colmarci dei suoi doni; ma noi non sempre siamo pronti ad accoglierli perché appunti li facciamo nostri, gli diamo un nome: la preghiera ce ne rende capaci. E dunque non prestiamo attenzione a quel che ci viene dato, dato che non lo sapremmo riconoscere, ma sul fatto che ci ritroviamo a «produrre opere su opere»[5] di misericordia (cfr. Lc 6, 37), «rivestiti dell’armatura di Dio, in modo da poter resistere alle insidie dell'avversario [cfr Ef 6, 11]»[6]. Il nostro è un combatte con Dio (assieme a Lui, ndr.) la buona battaglia (cfr. 2Tm 4, 7 ).

 



 

[1] «… il messaggio dell’orazione. È questa la luce, resa oggi più viva e penetrante che il titolo di Dottore, conferito a Santa Teresa, riverbera sopra di noi. Il messaggio dell’orazione! Viene a noi, figli della Chiesa, in un’ora segnata da un grande sforzo di riforma e di rinnovamento della preghiera liturgica; viene a noi, tentati dal grande rumore e dal grande impegno del mondo esteriore di cedere all’affanno della vita moderna e di perdere i veri tesori della nostra anima nella conquista dei seducenti tesori della terra. Viene a noi, figli del nostro tempo, mentre si va perdendo non solo il costume del colloquio con Dio, ma il senso del bisogno e del dovere di adorarlo e d’invocarlo. Viene a noi il messaggio della preghiera, canto e musica dello spirito imbevuto della grazia e aperto alla conversazione della fede, della speranza e della carità, mentre l’esplorazione psicanalitica scompone il fragile e complicato strumento che noi siamo, non più per trarne le voci dell’umanità dolorante e redenta, ma ascoltarne il torbido mormorio del suo subcosciente animale e le grida delle sue incomposte passioni e della sua angoscia disperata. Viene il messaggio sublime e semplice dell’orazione della sapiente Teresa, che ci esorta ad intendere “il grande bene che fa Dio ad un’anima, allorché la dispone a praticare con desiderio l’orazione mentale; . . . perché l’orazione mentale, a mio parere, altro non è che una maniera amichevole di trattare, nella quale ci troviamo molte volte a parlare, da solo a solo, con Colui che sappiamo che ci ama” (Vida, 8 , 4-5)» (Paolo VI, Omelia nella proclamazione di Teresa di Gesù Dottore della Chiesa, 27 settembre 1970).

[2] F. Dolto, La fede alla luce della psicoanalisi, trad. it. Di R. Prezzo, Milano, et al./edizioni, 2013, p. 12.

[3] E. Levinas, l’aut-delà du verset, Minuit, Paris 1982; trad. it. di G. Lissa, l’aldilà del versetto, Guida, Napoli 1986, p. 226.

[4]Tommaso d’Aquino, Compendium Theologiae II 2.

[5] Teresa di Gesù, 5M 3, 11; cfr. 7M 4, 6.

[6] Cfr. la Regola del Carmelo, nelle sue Esortazioni.

 

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