Portale d'ingresso

 

«Perché sei un essere speciale

ed io avrò cura di te.

Io sì che avrò cura di te»

(F. Battiato, La Cura)

 

 

L’uomo che si forma secondo l’anima o il corpo affida il dominio di sé a relazioni che sono nel limite, riducono Dio ad idoli «opera delle mani dell’uomo» (Sal 115, 4; 135, 15). È il trionfo delle religioni, per cui mai come oggi si avverte l’urgenza di una nuova evangelizzazione. E tuttavia essa da sola non è sufficiente: bisogna guardare anche al resto del cammino, alla fase della crescita umano-spirituale. Se non siamo solo virtù-peccato o normalità-psicopatologia, presentiamo anche imperfezioni che vanno oltre il campo della coscienza e del diretto controllo della volontà[1], e che possono essere completamente purificate soltanto dall’azione divina, l’unica in effetti capace di penetrare le profondità dello spirito umano e di trasformare una personalità ancora infantile in adulta e matura[2].

 

 

 

 

L’Orazione

 

dilata e rende grande il cuore, «quasi vi faccia in esso discendere la stessa forza di Dio. Che se nulla è più atto a rilevare il coraggio di una creatura quanto la mano del Creatore stesa su di lei a darle aiuto, la mano soccorrevole di Dio non manca mai dove si prega»[3]. Nell’Orazione l’uomo «si rende capace di ricevere»[4], assimilando “al passo dell’anima”, cioè “a poco a poco”, quel che “al passo di Dio” gli si è stato dato tutto col Battesimo: L’amore di Dio il quale «è salute dell’anima». Se priva di un amore perfetto l’anima «non ha una salute perfetta rimanendo quindi malata, poiché l’infermità non è altro che mancanza di salute. In tal modo, allorché non possiede alcun grado di amore l’anima è morta, mentre se ne possiede qualche grado, per quanto minimo, è viva sì, ma è molto delicata e inferma a causa del poco amore che possiede. Quanto più l’amore crescerà, tanto maggiore sarà la salute di cui ella godrà e perciò, quando avrà un amore perfetto, godrà di una salute perfetta» (CB 11, 11).

Giovanni della Croce riprende, a scopo terapeutico e pedagogico[5], una tradizione patristica e monastica, dimenticata al suo tempo, che sviluppa una vera e propria forma di psicoanalisi. In essa vengono analizzati i moti e le pulsioni dell’anima e del corpo, delle passioni e dei pensieri che alienano e disgregano l’essere umano, inducendolo a comportamenti più o meno stravaganti. Ma la sua diagnosi appare molto più raffinata e sorprendentemente particolareggiata, esatta e concreta di quella degli antichi[6]. L’amore umano è malato, egli afferma. I desideri e le affezioni, vissuti fuori dalla comunione divina, risultano distorti e falsati in modo talmente profondo e radicato da oltrepassare il campo della coscienza. Questo impedisce all’io di consentire a Dio di informare dell’ “essere uno con Lui” la propria realtà fisica e psicologica[7]. La Ri-velazione di cosa siano davvero Dio, l’uomo e la loro Relazione (Spirito), afferma e sottrae alla presa dell’io la verità propria di quest’ultima, così che se l’uomo decide di volersi reintegrare in essa, tornando a vivere all’interno della comunione divina, possa farlo, guarendo dalle varie forme di patologie spirituali, dalle più gravi a quelle più nascoste ed impercettibili. Desiderare «di essere posti dal Signore in questa notte» o purificazione; disporsi «agli inestimabili diletti dell’amore di Dio» (1N 1, 1): Dio che opera nell’uomo; l’uomo che si dispone sempre più a quest’opera divina in lui. Come nella cura di ogni malattia la collaborazione del paziente risulta determinante, così nella patologia spirituale, consistente nella mancanza di amore, la collaborazione dell’uomo all’operazione dell’amore divino in lui diventa pressoché decisiva. Il cammino verso la guarigione integrale consiste propriamente nel ritrovare Dio e quindi se stessi e tutte le cose in Lui, dato che Dio risiede nel fondo o centro dell’anima, come principio in cui sussiste ogni realtà. L’unico terapeuta è Dio, mentre l’uomo è sempre il paziente, come ci mostra il Cristo con la sua umanità sta chiuso nei Tabernacoli, com’è primariamente vero che Dio è lo sposo e l’anima la sposa. Attraverso tappe successive: perfezione, morte, gloria, l’uomo non deve far altro che scoprire le leggi, sia le naturali sia quelle dell’azione divina in lui, per assecondarle nella Cura.



[1] «In tale effetto, quando i principianti non si lasciano trasportare dal disgusto, non vi è colpa, ma solo imperfezione…» (1N 5, 1).

[2] Cfr 1N 3, 3 e altri esempi: «… imperfezione che si deve purificare per mezzo dell’aridità angosciosa della notte oscura» (1N 5, 1); «mansuetudine spirituale […] che non si può del tutto rimediare se non per mezzo della notte oscura» (1N 5, 3).

[3] P. Giovanni di Gesù Maria, L’Istruzione dei Novizi, cap. 1, La Preghiera.

[4] Tommaso d’Aquino, Compendium Theologiae II 2.

[5] Il fine degli scritti sanjuanisti è quello di condurre gli uomini all’unione con Dio, il che costituisce al contempo la più appropriata terapia antropologica. Antropologia teologica è dimensione di tutta la teologia che ora è vista nella prospettiva della storia della salvezza dell’uomo. Così essa diventa l’aspetto più importante della scienza della fede: “la teologia dogmatica oggi deve essere antropologia teologica” (Rhaner, Theological Investigations, IX, p. 28). È un cambio di prospettiva, “la svolta antropologica nella teologia”. Accentua il fatto che tutto il messaggio di rivelazione è volto alla salvezza dell’uomo e alla sua promozione integrale. Si noti inoltre che solitamente nei Vangeli è usato lo stesso verbo (sozo) sia per indicare la guarigione del corpo (il sanare), sia per indicare la liberazione dell’anima (il salvare).

[6] Si potrebbe addurre ad esempio l’opera di Evagrio Pontico intitolata «Practiké»: un vero e proprio «trattato di terapeutica del IV secolo, il cui fine è di permettere all’uomo di conoscere la sua vera natura “a immagine e somiglianza di Dio”, liberata da tutte le sue malformazioni o deformazioni patologiche. «Evagrio distingue otto “logismoi” alla radice dei nostri comportamenti, che sono otto sintomi di una malattia dello spirito o malattia dell’essere, i quali fanno sì che l’uomo sia “viziato” ossia in stato di “amartia”[6]: 1. La Gastrimargia (Cassiano tradurrà direttamente dal greco de spiritu gastrimargiae). Non si tratta solo di golosità, ma di ogni forma di patologia orale. 2. La philarguria (Cassiano: de spiritu philarguriae): non soltanto l’avarizia, ma tutte le forme di “stitichezza” dell’essere e di patologia anale. 3. La porneia (Cassiano: de spiritu fornicationis): non solo fornicazione, masturbazione, ma ogni forma di ossessione sessuale, di deviazione e di compensazione della pulsione sessuale. 4. Orgè (Cassiano: de spiritu irae): la collera, patologia dell’irascibile. 5. Lupé (Cassiano: de spiritu tristitiae): depressione, tristezza, melanconia. 6. Acedia (Cassiano: de spiritu acediae): acedia, depressione con tendenza suicida, disperazione, pulsione di morte. 7. Kenodozia (Cassiano: de spiritu cenodoxiae): vanagloria, inflazione dell’ego. 8. Uperèphania (Cassiano: de spiritu superbia): orgoglio, paranoia, delirio schizofrenico. Questi otto sintomi avranno una lunga storia – da san Giovanni Cassiano fino a Gregorio il Grande il quale, nei Moralia, sopprime l’acedia ma introduce l’inuidia (l’invidia) e dichiara la superbia “fuori gioco” come regina dei vizi, il che porta il numero a sette; così gli “otto sintomi” diverranno i “sette vizi capitali” il cui elenco venne diffuso dalla Controriforma. Il moralismo farà dimenticare a poco a poco il carattere “medico” della loro analisi; all’origine questi vizi furono visti come una sorta di cancro psico-spirituale o di cancro del libero arbitrio che rode l’anima e il corpo umano e che distrugge la sua integrità. In effetti, si tratta di analizzare le loro influenze negative sulla libertà, che “disorientano” l’uomo e gli fanno perdere il senso della sua finalità teo-antropica. È in questo senso terapeutico che si potrebbe tradurre il termine apatheia che Evagrio e la tradizione monastica del deserto usano per dire dello “stato non patologico” dell’essere umano in quanto, per loro, la conversione “consiste nel ritornare da ciò che è contrario alla natura a ciò che le è proprio” (San Giovanni Damasceno)» - J.Y. Leloup, L’esicasmo, Torino 1993, p. 48-50.

[7] San Giovanni della Croce concepisce lo spazio interiore antropologico secondo tre livelli: quello delle facoltà sensitive, quello dell’anima razionale-volitiva e quella spirituale-sostanziale[7]. La parte istintuale dovrebbe essere sottomessa a quella volitivo-razionale, e quest’ultima ricevere l’influsso della zona più profonda e sostanziale, che a sua volta dovrebbe essere unita a Dio, dove questi risiede come centro. Non è così per cui l’uomo è chiamato ad abbandonarsi all’azione purificatrice divina che va dal più basso ed esteriore al più alto ed interiore e, in un movimento affettivo di ritorno, come frutto del primo, che s’irradia dal profondo centro dell’anima, per coinvolgere tutte le facoltà dell’apparato antropologico sia interiore che esteriore. Quando l’uomo è spirituale l’aspetto spirituale compenetra e orienta l’anima e il corpo.

 

footprints of Jesus

Eremo del Carmelo,
Via dei Crotti, 125.
21030 Cassano Valcuvia
VA
3200652863 duruelo63@gmail.com
Powered by Webnode