Portale d'ingresso

«Perché sei un essere speciale

ed io avrò cura di te.

Io sì che avrò cura di te»

(F. Battiato, La Cura)

 

Quante volte ci sentiamo come fuori dalla nostra stessa vita, spettatori di un film che scorre e che non è il nostro. Quante volte ci sembra di essere fuori dal cuore della nostra stessa vita, persi dietro desideri secondari, poiché non sappiamo ancora dove mettere radici, poiché non sappiamo cosa realmente desideriamo.

Ed ecco che Teresa ci viene incontro con la sua immagine del castello: «Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni [stanze in successione sempre più interne], come molte ve ne sono in cielo. Del resto, sorelle, se ci pensiamo bene, che cos’è l’anima del giusto se non un paradiso, dove il Signore dice di prendere le sue delizie?

E allora come sarà la stanza in cui si diletta un Re così potente, così saggio, così puro, così pieno di ricchezze? No, non vi è nulla che possa paragonarsi alla grande bellezza di un’anima e alla sua immensa capacità! Il nostro intelletto, per acuto che sia, non arriverà mai a comprenderla, come non potrà mai comprendere Iddio, alla cui immagine e somiglianza noi siamo stati creati. Se ciò è vero – e non se ne può dubitare – è inutile che ci stanchiamo nel voler comprendere la bellezza del castello. Tuttavia, per avere un’idea della sua eccellenza e dignità, basta pensare che Dio dice di averlo fatto a sua immagine, benché tra il castello e Dio vi sia sempre la differenza di Creatore e creatura, essendo anche l’anima una creatura» (Teresa di Gesù, 1Mansioni 1, 1).

Ma noi siamo fuori del castello, alle sue porte, a chiedere l’elemosina, senza comprendere che quel castello è nostro e vi possiamo entrare come e quando vogliamo. Viviamo di carrube fuori del castello eppure ne siamo i proprietari. L’assurdo della condizione umana sta nel fatto che l’uomo non si cura della bellezza della propria vita, non si cura della bellezza della propria anima. Ed è come se uno non sapesse come si chiama o chi è!

«Non sarebbe grande ignoranza, figliuole mie, se uno, interrogato chi fosse, non sapesse rispondere, né dare indicazioni di suo padre, di sua madre, né del suo paese di origine? Se ciò è indizio di grande ottusità, assai più grande è senza dubbio la nostra se non procuriamo di sapere chi siamo, per fermarci solo ai nostri corpi.

Sì, sappiamo di avere un’anima, perché l’abbiamo sentito e perché ce l’insegna la fede, ma così all’ingrosso, tanto vero che ben poche volte pensiamo alle ricchezze che sono in lei, alla sua grande eccellenza e a Colui che in essa abita.

E ciò spiega la nostra grande negligenza nel procurare di conservarne la bellezza. Le nostre preoccupazioni si fermano tutte alla rozzezza del castone, alle mura del castello, ossia a questi nostri corpi.

Come ho detto, questo castello risulta di molte stanze, alcune poste in alto, altre in basso ed altre ai lati. Al centro, in mezzo a tutte, vi è la stanza principale, quella dove si svolgono le cose di grande segretezza tra Dio e l’anima» (1M 1, 2-3).

Il paradosso della vita è che Dio è nel nostro cuore, ma noi siamo fuori dal nostro stesso cuore. Noi non entriamo abitualmente in noi stessi e viviamo come mendicanti alle porte del castello ed, allo stesso tempo, siamo dentro il castello e ne siamo i proprietari: è la nostra anima, dove possiamo parlare con Dio:

«Tornando al nostro incantevole e splendido castello, dobbiamo ora vedere il modo di potervi entrare. Sembra che dica uno sproposito, perché se il castello è la stessa anima, non si ha certo bisogno di entrarvi, perché si è già dentro. Non è forse una sciocchezza dire a uno di entrare in una stanza quando già vi sia? Però dovete sapere che vi è una grande differenza tra un modo di essere e un altro, perché molte anime stanno soltanto nei dintorni, là dove sostano le guardie, senza curarsi di andare più innanzi, né sapere cosa si racchiuda in quella splendida dimora, né chi l’abiti, né quali appartamenti contenga. Se avete letto in qualche libro di orazione consigliare l’anima ad entrare in se stessa, è proprio quello che intendo io» (1M 1, 5).

La via dell’orazione ci permette di cominciare ad addentrarci nel castello. Se l’uomo smette di essere attento solo al possesso delle cose e rientra in se stesso, ecco che pian piano si addentra nei primi appartamenti, nelle prime mansioni del castello. Entra cioè in se stesso, nella propria bellezza, inizia a scoprire la propria vocazione:

«Mi diceva ultimamente un gran teologo che le anime senza orazione sono come un corpo storpiato o paralitico che ha mani e piedi, ma non li può muovere. Ve ne sono di così ammalate e talmente avvezze a vivere fra le cose esteriori, da esser refrattarie a qualsiasi cura, quasi impotenti a rientrare in se stesse. […] Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l’orazione e la meditazione» (1M 6-7).

Già aver deciso di entrare nel castello, anche se è solo il primo passo, è decisivo. L’uomo smette di vivere di espedienti ed inizia ad avvicinarsi a Dio, iniziando al contempo ad avvicinarsi al cuore della propria anima, poiché l’una e l’altra realtà non si possono mai separare:

Noi tendiamo a separare oppure a confondere Dio e l’uomo perché non siamo in grado di immaginare che siano uno con Lui. Al Dio vero, il Dio di Gesù Cristo, preferiamo l’idolo (Mamona e il suo Phanteon), «opera delle mani dell’uomo» (Sal 115, 4; 135, 15): è il trionfo delle religioni. Mai come oggi si avverte l’urgenza di una nuova evangelizzazione; di un invito a coltivare «un intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenersi in solitudine con Colui dal quale sappiamo d’essere amati» (Teresa di Gesù, Vita, 8, 5). Come «Abramo … sa che Dio non gli farà mai uccidere il figlio, non sa come, non lo sa, è questa la fede. La fede non è dimostrare che io sgozzo mio figlio per amore tuo; la fede è credere che tu non vorrai mai la morte di mio figlio, anche se mi stai dicendo di condurlo al sacrificio. Io credo così tanto al tuo essere Signore della vita, al tuo essere amore, al tuo essere Padre, che faccio tutto quello che mi stai dicendo, così come suona, perché ci credo così tanto a te che vado fino alla fine e in qualche modo, non so come, perché Tu sei Dio, e i tuoi pensieri non sono i miei pensieri, le tue vie non sono le mie vie, Tu risolverai il problema, a modo tuo, non negando mai il tuo amore, la tua natura. Questo è quello che ha provato Gesù portando la croce fino all’ultimo» (Pierangelo Sequeri).

E nell’Orazione l’uomo «si rende capace di ricevere» (Tommaso d’Aquino, Compendium Theologiae II 2), assimilando “al passo dell’anima”, cioè “a poco a poco”, quel che “al passo di Dio” gli si è stato dato tutto col Battesimo: L’amore di Dio il quale «è salute dell’anima».

Se priva di un amore perfetto l’anima «non ha una salute perfetta rimanendo quindi malata, poiché l’infermità non è altro che mancanza di salute. In tal modo, allorché non possiede alcun grado di amore l’anima è morta, mentre se ne possiede qualche grado, per quanto minimo, è viva sì, ma è molto delicata e inferma a causa del poco amore che possiede. Quanto più l’amore crescerà, tanto maggiore sarà la salute di cui ella godrà e perciò, quando avrà un amore perfetto, godrà di una salute perfetta» (Giovanni della Croce, CB 11, 11).

La persona umana, «nel momento in cui Dio comincia» (Giovanni della Croce 1S 1, 3), a porla in «quello stato nel quale gli appetiti vengono privati del gusto in tutte le cose»  (Ibid. 3, 1), se si lascia condurre «da Dio» e muovere «soltanto dall’amore per Lui» (1S 1, 4), giungerà «spoglia e purificata, all’unione con l’Amato» (Salita, Argomento), «a sentire che ama Dio con lo stesso amore con cui è amata da Lui» (Benedetto XVI, Udienze, 16 febbraio 2011). Lo spirito sarà così forte da informare anima e corpo, tutte le nostre relazioni.

 

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