Critica della tradizione

Il Vaticano II tratta nel capitolo 2 della Dei Verbum della «transmissio divinae revelationis» e distingue così intenzionalmente la «traditio» quale processo dalle «traditiones» nel senso di «traditum», di contenuti della tradizione. Andando oltre il Tridentino, esso prospetta anzitutto come massimo compito della tradizione quello di «conservare» la predicazione apostolica, «che è espressa in modo speciale nei libri ispirati» e di farlo «con una successione ininterrotta fino alla fine dei tempi» (n. 8). Tale predicazione «comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all'incremento della fede». La tradizione viene perciò in fin dei conti identificata con l’essere e con la vita della Chiesa[1]: «Così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede». Pure qui si parla di un triplice processo della tradizione: nella dottrina, nella vita e nel culto. Il punto cruciale della proposizione sta però nella formula: «omne quod ipsa est, omne quod credit», dal cui centro furono cancellate le parole «omne quod habet». Ratzinger ha vigorosamente criticato tale formula, perché affronta solo in maniera velata la questione della distinzione fra tradizione legittima e tradizione illegittima e non parla positivamente della necessità di una indispensabile critica della tradizione[2]. Il Concilio menziona sì, quale criterio di una tradizione legittima, anzitutto la recezione ecclesiale universale e, poi, l’apostolicità. Ma non fa appunto parola dei criteri di discernimento all’interno della recezione ecclesiale. «Sfortunatamente su questo punto il Vaticano II non ha fatto segnare alcun progresso, ma ha passato completamente sotto silenzio il momento critico della tradizione. Così facendo ha rinunciato ad una opportunità importante del dialogo ecumenico; in effetti l’elaborazione di una possibilità e necessità positiva di una critica intraecclesiale della tradizione sarebbe stata ecumenicamente più feconda della discussione, che possiamo dire senz’altro fittizia, attorno alla completezza quantitativa della Scrittura»[3]. Questi rilievi mossi al n. 8 sono tanto più importanti, in quanto nel capoverso successivo del medesimo numero, in corrispondenza alla concezione dinamica fondamentale della tradizione, si dice che questa, «quae est ab apostolis», progredisce con l’assistenza dello Spirito Santo (lat. sub assistentia Spiritus Sanci) nella intelligenza delle cose e parole tramandate, fintanto che le parole di Dio non si adempiranno escatologicamente nella Chiesa. Tale incremento nella comprensione avviene a) mediante la riflessione e lo studio dei credenti, b) mediante l’intuizione interiore, frutto dell’esperienza spirituale, e) mediante la predicazione episcopale. Ma proprio il collegamento del progresso della tradizione con tutta la vita della Chiesa, in tutti i suoi membri, genera nuove tensioni, quando si tratta di individuare le manifestazioni autentiche della tradizione, ed esige da parte sua criteri critici della tradizione[4]. Nel più breve n. 9 la Dei Verbum precisa il rapporto fra «Sacra Scrittura» e «sacra tradizione» (ambedue al singolare!), dicendo che esse, scaturite dalla stessa fonte (lat. scaturigo), mirano congiuntamente allo stesso fine. La loro distinzione viene così descritta: — «La Sacra Scrittura è la parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino». «Quanto alla sacra tradizione, essa trasmette integralmente la parola di Dio — affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli — ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano (servent, exponant atcque diffundant)». Importante è qui il fatto che solo la Scrittura è detta essere parola di Dio. Viceversa la tradizione è descritta in termini funzionali: «Essa trasmette la parola di Dio, ma non lo “è”[5]». In linea con questo va interpretato nel presente contesto il tratto «conservatore» della tradizione.



[1] Cfr. J. Ratzinger, in LThK K II, 519.

[2] Cfr. ivi 519 s.

[3] Ivi 520.

[4] Per questo ho scelto di essere eremita! Sulla discussione intraconciliare cfr. le considerazioni di J. Ratzinger relative alla DV n. 8, in LThK K II, 518-526, spec. 520-522.

[5] Ivi 525.

 

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