Raccogliersi

Lo scopo dell’orazione non è quello di lasciarsi sommergere da buoni sentimenti, di compiacersi in una “bella preghiera”, di potersi vantare con gli altri delle proprie “esperienze”: colui che nell’orazione ricerca se stesso non tarderà ad abbandonarla, quando essa diventerà meno piacevole. Si entra in orazione, invece, per permettere a Dio di comunicare il suo amore. Anche se non ci sentiamo “in forma”, noi crediamo che Dio ci ama. Non preghiamo per renderei più utili al prossimo - questo sarà l’effetto della nostra preghiera e lo accoglieremo con riconoscenza - ma ci apriamo alla gratuità dell’amore. “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5): ci rendiamo disponibili ad accogliere questo amore di Cristo e a lasciarlo divenire fecondo in noi. La fecondità infatti è opera sua e non è il nostro primo obiettivo: noi semplicemente ci abbandoniamo a Lui.

 

In ascolto

Attraverso tutto l’Antico Testamento risuona questo appello di Dio: “Ascolta Israele!”. Meglio ancora, nel Nuovo Testamento, è il Padre stesso che ci mette in ascolto di suo Figlio. “Questi è il Figlio mio, l’Eletto; ascoltatelo” (Lc 9, 35). Gesù si paragona al Buon Pastore di cui “le pecore ascoltano la voce. Le sue pecore, Egli le chiama una ad una e le conduce fuori... Le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce” (Gv 10, 5-4). L’orazione è proprio questo: essere in ascolto di un appello interiore e riconoscere così la voce di Cristo. Per ascoltare, bisogna fare silenzio: bisogna entrare in questo luogo interiore e lasciare risuonare in noi la voce del Signore. Tale luogo non localizzabile fisicamente: si tratta di un atteggiamento di tutto il nostro essere. A questo proposito Giovanni della Croce parla abbondantemente di attenzione amorosa.

L’anima si rende presente al Signore nell’amore. Nelle pagine precedenti, Teresa di. Gesù ci ha preparati, con l’orazione di meditazione amorosa o di semplice sguardo, a un’orazione più profonda che chiama “orazione di raccoglimento” e che si potrebbe anche chiamare “orazione di silenzio interiore”: si cerca infatti di tenersi in silenzio davanti al Signore per rimanere attenti al suo appello, per percepire la sua voce. Si va alla ricerca di Dio “all’interno” di sé. “Per cercarlo (l’anima) non ha bisogno di ali, perché basta che si ritiri in solitudine e lo contempli in se stessa” (C 28, 2).

 

Come raccogliersi?

In questo movimento di interiorizzazione o di raccoglimento si potrebbero in qualche modo distinguere due tappe, che sono l’una il prolungamento dell’altra. Si tratta innanzitutto di una interiorizzazione progressiva; poi, di una presa di contatto con l’Ospite interiore. Così, secondo Teresa, ci si dispone nel miglior modo a lasciare che le proprie facoltà siano raccolte dal Signore stesso: “Questo modo di pregare sia pure vocalmente, raccoglie lo spirito in brevissimo tempo, ed è fonte di beni preziosi. Si chiama orazione di raccoglimento perché l’anima raccoglie le sue potenze e si ritira in se stessa con il suo Dio. Lì il suo Maestro divino si fa sentire più presto, e la prepara più prontamente ad entrare nell’orazione di quiete” (C 28, 4.).

Questo sforzo d’interiorizzazione inizia già prima del momento dell’orazione. L’orazione fa parte di tutta una vita, di uno stile di vita particolare; è questo che gli antichi chiamavano “la preparazione remota” all’orazione. Tutto deve concorrervi: non si accettano ambiguità nel nostro comportamento tanto esteriore quanto interiore. D’altra parte, è impossibile giocare a nascondersi con Dio, tanto più che, con questo modo di fare orazione io rimango di fronte al Signore, da cui non posso distogliere gli occhi: Egli legge la mia vita con il suo sguardo, e fortunatamente il suo è uno sguardo di misericordia. È in questa cornice di una vita tutta “raccolta” in Dio che si situa il movimento di raccoglimento propriamente detto, alla soglia dell’orazione. Ho già detto che il raccoglimento esteriore chiama, per così dire, il raccoglimento interiore. Questo consiste, secondo Teresa, nel raccogliere tutte le proprie facoltà e nel rientrare in se stessi con il proprio Dio. Cerchiamo di capire questo movimento.

“Raccogliere” significa innanzitutto “riunire”: io riunisco le mie facoltà disperse dalle occupazioni quotidiane. Posso aver fissato per intere ore lo schermo del mio computer; le mie orecchie risuonano ancora del rumore della metropolitana; resto impregnato dell’odore della fabbrica metallurgica; la mia bocca conserva il sapore di polvere dovuto ai lavori sulla strada. I miei sensi esteriori sono non solamente dispersi, ma anche moltiplicati: ogni sensazione mi apre a nuove sensazioni. Mi sento lacerato, straziato. Cerco dunque di iniziare a raccogliere i miei cinque sensi, per poi purificarli e finalmente ricondurli “dentro” di me, nel silenzio del mio cuore. Ma questa interiorizzazione non si compie senza difficoltà, poiché sono troppo legato alla materia, agli eventi, a tutto il mio vissuto.

Io posso, per esempio, raccogliermi in questo modo: porto davanti al Signore ciò che mi ha colpito e che mi preoccupa; ne parlo al Signore nell’orazione - e questa preghiera è già eccellente - poi, dolcemente, introduco le mie facoltà esteriori - i miei cinque sensi - nel tempio del Signore. Ma ascoltiamo Teresa: “Gli parli umilmente come a Padre, gli racconti le pene che soffre, gliene chieda il rimedio...” (C 28, 2). I miei sensi possono allora riposare: nel pii profondo di me stesso essi trovano la loro unità, la loro armonia.

Io raccolgo non solo le mie facoltà esteriori i miei cinque sensi - ma anche le mie facoltà interiori: la mia memoria, la mia immaginazione, e tutto il mondo dei miei sentimenti, delle mie emozioni, dei miei affetti, da cui sono come soggiogato. Con grande vivacità e freschezza infatti il passato ritorna alla memoria; e l’immaginazione è così creativa da rende re già presente il mio avvenire e tutti i progetti di cui io stesso sono l’architetto. Come fare dunque unità di questo mondo interiore così complesso e spesso così contraddittorio e come evitare queste distrazioni? Teresa ci incoraggia. Paragona le nostre facoltà a delle api che bisogna continuamente ricondurre all’alveare. “Il raccoglimento ha vari gradi. Tuttavia, in principio, non essendo ancora tanto perfetto, i suoi effetti non sono molto sensibili. L’anima però cerchi di abituarvisi, non curi la fatica che deve fare per raccogliersi e vinca il corpo che reclamerà i suoi diritti, non comprendendo, il misero, che la sua maggior disgrazia è appunto nel non volerli cedere. Se continua così per alcuni giorni sforzandosi seriamente, ne avvertirà subito vantaggio, perché appena si porrà a pregare, sentirà i suoi sensi raccogliersi spontanea mente senza alcuna fatica, simili ad api che si rinchiudono nell'alveare per Comporre il miele. In premio della violenza che si è fatta, il Signore le concede un tal impero di volontà, che appena questa fa capire di volersi raccogliere, i sensi le obbediscono e si raccolgono. Si distrarranno ancora, ma l’averli una volta assoggettati è sempre una gran cosa: saranno come sudditi e schiavi, e non faranno più il male di prima. Se la volontà li richiama, ritornano immediatamente e con prontezza maggiore. E dopo vari di questi ritorni, piacerà a Dio di sospenderli anch’essi in contemplazione perfetta” (C 28, 7).

 

Cosa fare dentro di sé?

Alcuni praticano il raccoglimento come se fosse fine in se stesso: costoro cercano un benessere psicologico, frutto del silenzio interiore e dell’armonia che si crea in loro. La preghiera cristiana non è questo: il raccoglimento non è che la prima tappa di un autentico incontro con l’Ospite divino che abita il cuore dell’uomo. Teresa insegna non solamente a raccogliere fune i proprie facoltà a “rientrare in se stessi con il proprio Dio”: il termine “compagnia”, l’abbiamo visto, ritorna sempre nelle parole di Teresa. Dunque non mi rinchiudo in me stesso: il raccoglimento delle mie facoltà esteriori ed interiori si prolunga per un movimento di attenzione a Dio dentro me stesso. Questa è la seconda tappa: mi volto verso di Lui, entro in relazione. Si potrebbe giustamente parlare di orazione relazionale, ovvero un’orazione in cui si vive consciamente la propria relazione con Dio. Entro nel tempio della santa Trinità che è l’anima: è il tempio preferito di santa Teresa. “Ricordate ciò che dice Sant’Agostino, quale dopo aver cercato Dio in molti luoghi, lo trovò finalmente in se stesso. Ora, credete che importi poco per un’anima soggetta a distrazioni comprendere questa verità e conoscere che per parlare con il suo Padre celeste e godere della sua compagnia non ha bisogno di salire ai ciel di alzare la voce?” (C, 28, 2).

Non si vive dunque in ozio dentro di sé. Non si vive neppure in un vuoto benefico che rinvigorisca le nostre forze, o in una passività che scivoli nel sonno. Si entra in intimità con Dio. Vi si entra consciamente, mentre tutta la persona si tiene pronta, nell’attesa del passaggio del Signore. Si sta come Abramo all’entrata della sua tenda per accogliere i tre visitatori che si presentano: “Mio Signore, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo” (Gen 18, 3). Come Jahvé invita Mosè ad essere presente, al suo misterioso passaggio: “Ecco un luogo vicino a me: tu starai sopra la rupe” (Es 33, 21). E al profeta Elia dice: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore” (1Re 19, 11).

Il cuore nuovo

“Stare davanti a Dio”, interamente orientati verso di Lui, con il cuore senza distrazioni: chiudo gli occhi del corpo e apro gli occhi dell’anima. Ascoltiamo ancora Teresa: “I sensi si ritirano dalle cose esteriori e le disprezzano; gli occhi si chiudono spontaneamente per non vedere più nulla, mentre lo sguardo dell'anima si acuisce di più. Ecco perché chi va per questa via tiene quasi sempre gli occhi chiusi quando prega. Il costume è lodevole e sommamente utile, benché sul principio, per chiudere gli occhi e non guardare gli oggetti che ci circondano, occorra farsi violenza” (C 28, 6).

Per esperienza personale, Teresa sa che non si possono lasciare vuote le proprie facoltà, senza occuparle in qualche modo. All’inizio, almeno, è bene condurle dolcemente all’interiorità: “Raccolta allora in se stessa può meditare la passione, rappresentarsi Gesù Cristo e offrirlo al Padre, senza stancarsi nell’andarlo a cercare sul Calvario, nel Getzemani, alla colonna” (C 28, 4). In questa meditazione, ci si sofferma maggiormente sui dettagli: una volta, tutte le facoltà erano all’opera per rappresentarsi una scena del Vangelo e produrre in noi dei moti affettivi; qui, tutto è divenuto più calmo. Lo sguardo è più globale: si sa di essere presso di Lui in un dialogo d’intimità, ma anche nel silenzio, silenzio davanti al mistero della santa Trinità. Il Figlio ci introduce presso il Padre: in questo momento lo Spirito è interamente presente. “Troverete sempre, tra il Padre e il Figlio, lo Spirito Santo...” (C, 27, 7).

 

Raccoglimento o impegno?

Ancora oggi una certa tendenza vorrebbe contrapporre il “raccoglimento” all’attivismo. Raccogliersi significherebbe estraniarsi dalle realtà di questo mondo, trascurare per esempio il servizio dei prossimo: coloro che pregano sono accusati di un certo intimismo, ovvero di rinchiudersi in loro stessi. Con il loro Dio, mentre Dio lo si incontra dappertutto, nella sua creazione, negli eventi, nel prossimo, e anche nei media. È dunque necessario fare grande attenzione per poter ricongiungere insieme l’umano e il divino. Dio non si è incarnato nell’uomo? Di fatto l’obiezione è ragionevole, perché è vero che Dio si manifesta attraverso un volto umano. Ma non è sempre così facile scoprire il divino attraverso l’umano quando non ci si esercita più in un contatto prolunga to a cuore a cuore con Dio. Si perde di vista che la persona è amabile per se stessa, come di fatto la ama Dio, e non perché Dio è in lei. Questa consapevolezza e questa prassi rimane ferma solo se ci si frequenta anche da soli a soli con Dio. Una relazione vissuta con Dio nel quotidiano richiede dei tempi forti di orazione propriamente detta: l’abitudine di conversare con Dio maturerà naturalmente in noi.

Ma c’è uno svantaggio. L’amore porta con sé il desiderio di essere vicino all’Amato: basta rileggere il Cantico dei cantici, che è vivo ancora oggi, e molto più di quanto si pensi. Ancora oggi, infatti, si può essere innamorati di Dio e se l’amore è vero, non solo si troverà il tempo per l’orazione, ma ci si impegnerà pienamente nelle realtà quotidiane, perché sarà Dio stesso a prende re l’iniziativa. L’amore si manifesta nel dono totale di sé: Gesù ne ha dato l’esempio.

 

Una via eccellente

Teresa si rallegra di aver scoperto questo modo di fare orazione, che fa progredire tanto rapidamente nell’unione con Dio. “Io per me vi confesso che mai seppi cosa volesse dire pregare con soddisfazione fino a quando il Signore non mi pose su questa via. L’abitudine di raccogliermi in me stessa mi fu feconda di così grandi vantaggi che non seppi trattenermi dal parlarvene ampiamente” (C, 29, 7) Questo modo di fare orazione è una via eccellente: Per di qui si cammina molto in poco tempo, come il viandante che in pochi giorni giunge al termine del viaggio se va per mare ed è favorito da buon vento, mentre assai di più ne impiega viaggiando per terra” (C, 28, 5).

Si tratta di “spiegare le nostre vele al vento favorevole dello Spirito”. È Lui che ci dispone ad accogliere la presenza di Dio, a sentire il suo tocco divino, a percepire la brezza leggera del suo soffio divino: egli allarga l’orizzonte della nostra unione con Dio.

 

 

footprints of Jesus

Eremo del Carmelo,
Via dei Crotti, 125.
21030 Cassano Valcuvia
VA
3200652863 duruelo63@gmail.com
Powered by Webnode