San Giovanni della Croce e il suo stile di fare comunità

Giovanni della Croce nato nel 1542 a Fontiveros (Avila), professò al Carmine in Medina del Campo (Valladolid) nel 1564. Terminati gli studi di filosofia e teologia all’Università di Salamanca (1564-1568), iniziò il rinnovamento del Carmelo tra i frati a partire dal novembre del 1568 a Duruelo (Avila). Visse Carmelitano scalzo ventitré anni (1568-1591). Per la maggior parte di essi la vita comunitaria di quest’uomo fu intensa. In altri assai relativa. Gli anni, ad esempio, tra il 1572 e il 1578. Quattro di essi li trascorse fuori del contesto della comunità dei frati di Avila, assieme a un’altro frate in una casa prossima al monastero dell’Incarnazione di Avila, chiamata “la piccola torre”, fatta preparare allo scopo dalla stessa Madre Teresa; trascorse successivamente nove mesi incarcerato a Toledo, in solitudine, senza il conforto della compagnia dei fratelli. 

Nel corso dei ventitré anni trascorsi tra gli Scalzi ricoprì diversi incarichi di responsabilità:

- maestro dei novizi a Duruelo-Mancera (1568-1570);

- maestro dei novizi, come sostituto, a Pastrana (1570-1571);

- rettore del Collegio di Alcalá (1571-1572);

- superiore al convento del Calvario (Jaén) tra il 1578 e il 1579;

- fondatore e rettore del Collegio di Baeza (1579-1582);

- priore dei Santi Martiri in Granada (1582-1585; 1587-1588);

- superiore della comunità di Segovia (1588-1591).

 

Oltre questi incarichi a carattere locale ricoprì incarichi a livello di Provincia: fu Vicario Provinciale di Andalusia (1585-1587); Consigliere nella Consulta tra il 1588 e il 1591. Presidente della stessa in assenza del Vicario Generale. A partire da questi ebbe l’opportunità di vigilare sulle comunità di carmelitani scalzi che gli erano state affidate. E fu di stimolo per novizi, studenti, sacerdoti, fratelli. Ripeteva spesso, quando era superiore a Segovia: «Arrossisco al ricordo degli spropositi che ho fatto al ricoprire quegli incarichi». Chiedeva al Signore la grazia di non morire nel mentre che ricopriva incarichi di responsabilità. E così fu. Trascorse gli ultimi mesi della sua vita: giugno-dicembre di 1591, come suddito, o, “umile suddito”, come amava dire. Fu esemplare allora, e costruttiva la sua presenza, come mai lo era stata lungo gli anni trascorsi come prelato.

 

 I.  La comunità sanjuanista a partire dagli scritti del Santo

 

Sarà utile qualche appunto riguardo all’uso del termine da parte di Giovanni. Di recente si è notato con sorpresa la mancanza dell’uso del termine “comunità” da parte di un Ignazio di Loyola. È la stessa sorpresa che può coglierci nel caso di Giovanni della Croce, il quale usa la parola «comunità» solo quattro volte. Usa maggiormente il termine «convento» e un paio di volte «monastero». Tuttavia solo riferendosi a dei luoghi. Anche i termini “monache” (7), “frati” (4), “religioso/a” (24), si riferiscono a chi abita luoghi o conduce un genere di vita, senza ulteriori specificazioni. A Chi vuole essere vero religioso, osservare lo stato di vita che ha promesso a Dio (Consigli a un Religioso, 1).

a) Configurazione

Per configurare la comunità religiosa, tale come la capiva e propiziava Giovanni della Croce, bisogna gettare uno sguardo sì ai suoi scritti, ma molto più alla sua biografia. Detto in altro modo: Giovanni al riguardo insegna più con la sua vita e attraverso le testimonianze che si hanno di lui che con i suoi scritti. In tre delle quattro volte che usa il termine “comunità”, lo fa in una prospettiva eminentemente pratica, secondo la natura degli scritti in cui troviamo il vocabolo: Cautele e Quattro Avvisi ad un religioso.

Il parola “convento” ha in Giovanni della Croce due significati fondamentali: “1. Casa o monastero in cui vivono i religiosi o religiose sotto le regole del proprio istituto; 2. Comunità di religiosi o religiose che abitano in una stessa casa”. A queste precisazioni tratte dal Dizionario della Reale Accademia Spagnola, bisogna aggiungere la spiegazione che dà Covarrubias, contemporaneo e condiscepolo del santo, dicendo che convento viene «da convenire, perché lì tutti concorrono in uno, facendo vita comune»[1].

b) Perché sei venuto in convento?

Questa vita comune a cui giungiamo, verso la quale si «concorre», presuppone una chiarificazione radicale. Vi si giunge, vi si deve giungere mossi «dal desiderio di lasciare il mondo, di cambiar vita, usanze e di servire Dio» (Llama B. 3, 62); nell’imitazione di Cristo, lungo il cammino dell’abnegazione, dell’umiltà e del distacco da tutte le cose, «sulle orme di Lui»[2].

Perché tutto ciò non rimanga discorso astratto o bella utopia, Giovanni della Croce espone a partire da alcune considerazioni pratiche, di tipo positivo e negativo, la realtà viva di quel perché e per quale ragione si viene al convento. Ricorda gli inconvenienti che si possono soffrire nella vita religiosa a dimenticare quelle ragioni, e insieme indica la positività dei valori che il ricordarsene porta con se. Tratta della vita comunitaria entro una prospettiva alta di vita teologale.

Si viene in convento per essere vero religioso e giungere alla perfezione, nella quale la persona integra i doni di Dio e le grandi virtù: «santo raccoglimento, silenzio interiore, nudità e povertà di spirito», refrigerio dello Spirito Santo, unione con Dio, libertà spirituale, dai nemici e da impedimenti senza numero. In particolare essa giunge a «liberarsi da se stessa» (Cautele, 1).

La terza cautela per liberarsi perfettamente dei danni del mondo si incentra già appieno nella vita comunitaria. La si considera «molto necessaria», assicurando che molti per il fatto di non essersi attenuti ad essa «non solo hanno perso la pace e il bene della loro anima, ma sono caduti e continuano a cadere in gravi mali e peccati». Di cosa si tratta? «Si tratta di questo: guardati con ogni cura dal pensare e dal parlare di ciò che avviene in comunità, di quanto sia o sia stato di qualche religioso in particolare; non parlare, con il pretesto di zelo o di rimedio, della sua condizione né del suo modo di fare e delle sue cose, per quanto gravi siano, se non a colui al quale conviene dirlo per diritto, a tempo debito. Non ti scandalizzare ne ti meravigliare mai di cose che vedi o senti, cerca piuttosto di mantenere la tua anima al riparo da tutto questo» (Cautele, 8). Qui si intende promuovere di fatto la carità fraterna: nell’agire, nel pensare, nel parlare.

Stando così le cose si capisce chiaramente come esiga anche, e fermamente, che si evitino nella vita comune quegli atteggiamenti da “caccia all’intrigo”, da curiosi impertinenti, di chi va in cerca di cose scandalose e che insista al contrario «nella custodia (del fratello)». Capiamo anche che inviti alla dimenticanza di tutto propiziando un sano stoicismo e che parli di purificazione della memoria, «perché è chiaro che è sempre inutile agitarsi, perché l’agitazione non reca alcun profitto. E allora, anche se tutto finisse o crollasse, se tutti gli avvenimenti andassero male e fossero sfavorevoli, è inutile agitarsi» (3S 6, 3). In concreto: «non raccomanda l'autore disinteresse, bensì di stare attenti alle vane curiosità e alle critiche»[3].

Lo stesso tono presenta il testo perfettamente parallelo in Quattro Avvisi ad un religioso: «... Non interferisca mai, quindi, né con parole né con il pensiero, nelle cose che accadono in comunità o ai singoli; non stia a osservare il bene o il male che li riguarda o la loro situazione. Anche se il mondo sprofondasse, non vi faccia caso e non ci pensi, se vuole mantenere la quiete dell’anima» (n. 2).

Ed il parallelismo lo porta fino a proporre come esempio di quel mettersi in ciò che non ci riguarda la moglie di Lot (Gn 19, 26) la quale, «diventò duro sasso per essersi voltata alle grida disperate di coloro che stavano morendo». Così nei Quattro Avvisi, e in Cautele dice: «Se, infatti, intendi scoprire qualcosa, anche se vivessi tra gli angeli molte cose ti sembrerebbero non buone, perché non ne conosci la sostanza. Al riguardo prendi esempio dalla moglie di Lot (Gn 19, 26): poiché si fermò a pensare alla rovina dei sodomiti, volgendosi indietro per guardare, il Signore la punì trasformandola in una statua di sale. Questo perché tu comprenda che, anche se vivessi tra demoni, Dio vuole che tu viva tra loro in modo da non volgere neppure il tuo stesso pensiero alle loro cose, che anzi devi trascurare completamente, preoccupandoti solo di portare la tua anima pura e intatta a Dio, senza che la disturbi il pensiero di questo o di quest’altro» (n. 9).

c) Per che cosa sei venuto?

Il ricordo di quella statua o immagine pietrificata ispira a Giovanni della Croce l’immagine del religioso soggetto a lasciare che i suoi compagni lo conducano alla perfezione. Per vincersi la prima cautela è precisamente quella di capire che si è in convento per essere coltivati ed esercitati: «conviene che pensi che quelli che abitano in convento siano ufficiali di Dio per esercitarti nella virtù, e lo sono per davvero: alcuni devono provarti con le parole, altri con l’azione e altri ancora con pensieri contro di te. In tutto questo devi essere soggetto, fare come l'immagine rispetto a chi la esegue, la dipinge o la indora» (Cautele n. 15). Usando in Quattro Avvisi la stessa espressione per parlare di ciò che davvero conviene nell’ambito della convivenza dei religiosi, scrive: «occorre che realmente accolga nel suo cuore questa verità: è venuto in convento solo per essere provato ed esercitato nella virtù, come si fa con la pietra che viene squadrata e lavorata prima di essere impiegata nella costruzione» (n. 3).

Il giudizio che emette alla fine di queste considerazioni è drastico ed inappellabile: «… che Se non è venuto per tale scopo, non avrebbe dovuto abbracciare la vita religiosa, ma rimanere nel mondo cercando la propria consolazione, l’onore, la stima e i propri comodi … Se non l’osserverà, non potrà essere buon religioso, ne sapere perché è entrato in religione; non cercherà Cristo ma solo se stesso; non troverà la pace dell'anima, ne cesserà di peccare e di turbarsi spesso» (Quattro Avvisi, n. 3).

Giovanni dà a questi avvisi un forte carattere di belligeranza, esprimendo giudizi di valore e dimostrando la verità di quello che dice. È grande il realismo di quest’uomo: «Nella vita religiosa non mancheranno mai le occasioni, ne Dio vuole che manchino. Infatti, com’è vero che egli vi attira le anime perché siano provate e purificate, come l’oro si prova con il fuoco e il martello, così è bene che non manchino prove e tentazioni di uomini e di demoni e il fuoco delle angustie e delle tribolazioni» (Ibid. n. 4). Le stesse affermazioni in Cautele: «puoi stare certo che nei conventi e nelle comunità non manca mai qualcosa in cui inciampare, perché ci sono sempre demoni che cercano di far dannare i santi; Dio lo permette per esercitare la loro virtù e metterli alla prova» (n.9).

Con ragione ha scritto Federico Ruiz nella nostra edizione delle Opere Complete: «Tanto in Cautele come in Quattro Avvisi, la convivenza fraterna nella comunità religiosa ha un effetto secondario di mutua purificazione passiva. Dio ti ha portato al convento affinché ti coltivino ed esercitino, ti provino e purifichino con fuoco e martello... È la stessa terminologia che l’autore usa nelle grandi opere per descrivere la purificazione passiva. Le persone sono ufficiali che Dio ha messo al tuo fianco per realizzare quell'opera. Pensa che è opera di lui, e non ti ribellare contro essi»[4]

d)  Solitudine e comunità. Comunità e solitudine

A tutti le attitudini pratiche che ha suggerito Giovanni della Croce, particolarmente in Cautele e Quattro avvisi ad un religioso, ha posto come fondamento esplicito una considerazione che può sollevare critiche, fino ad allarmare ad alcuni lettori. Ed è la cosa seguente: «Per osservare il primo consiglio, quello riguardante la rassegnazione, deve vivere in convento come se non vi fosse nessun'altra persona» (Quattro Avvisi, n. 2). Qui partono tutte le sue esortazioni a non intromettersi ecc.., come già abbiamo detto. La stessa cosa troveremo in Cautele. In Detti di luce e amore troviamo del pari un insegnamento carico di discrezione: «Viva come se in questo mondo non ci fosse altro che Dio e lei, affinché il suo cuore non possa essere trattenuto da alcuna cosa umana» (n. 143: puntos de amor). Questo consiglio di pensare come se si fosse soli al mondo si deve intendere e mettere in pratica come fecero i santi. Significa consolidarsi nel bene e nella relazione e comunione con Dio, in modo da camminare di pari passo nella relazione fraterna. 

Giovanni ha come scopo quello di non tenere il cuore legato a cosa umana, per favorire il massimo di libertà di spirito: «la libertà felice e desiderata di tutti»[5]. Vuole evitare danni e ottenere profitti. Uno dei pensieri che hanno influito nella conversione e configurazione spirituale di Teresa è questo: «la cosa a cui da principio si deve molto badare è di attendere alla propria esclusiva formazione, immaginandoci che non vi sia sulla terra altri che Dio e noi: considerazione molto utile» (Vita 13, 9). Ed in lettera scritta da Palencia ad una candidata religiosa parla del tempo che ella, Teresa, stette all’Incarnazione «dove c'erano cento ottanta suore» e dice il bene che gli aveva fatto questa considerazione di starsene sola con Dio in una casa tanto grande e tanto popolata. E consiglia di fare la stessa cosa: «... quando si ama Dio, le difficoltà di cui mi parla non servono che al suo maggior bene, benché le siano penose. Si diporti come se in monastero fosse sola con Dio, e non ne avrà danno. Si disinteressi di tutto, tranne nel caso che dovesse occuparsene per ragioni di ufficio. Cerchi d'imitare le virtù che vede nelle sue compagne: le ami per le loro virtù, e non si fermi alle mancanze che commettono se non per sfruttarle in suo profitto. A me questo modo di fare è stato molto vantaggioso. Il gran numero di monache fra le quali vivevo non mi distraeva più che se fossi da sola: anzi, ne avevo vantaggio»[6].

Credo che questa dottrina teresiana, arricchita della sua esperienza personale, venga ad essere il miglior commento ai testi di Giovanni della Croce. Resta una domanda: l'atteggiamento di considerarsi in quel tipo di solitudine è qualcosa da praticare e vivere come una cautela speciale agli inizi della vita religiosa e comunitaria, o è di sempre e per tutti. Da viversi lungo tutta l’esistenza cristina?

Non per caso la migliore risposta ci viene da uno come Dietrich Bonhoeffer: «Chi non sa stare solo deve guardarsi dalla comunità. Sarà di danno a se e agli altri». E all’opposto: «Chi non sa stare in comunità che si guardi dallo star solo. È stato chiamato in comunità». E sintetizzando entrambe le cose dirà: «Cerchiamo di comprendere: solo dentro la comunità possiamo essere soli, e solo quello che sta solo può vivere. Entrambi le cose formano una unità. Solo in comunità impariamo a stare soli nel senso vero del termine; e unicamente nella solitudine apprendiamo a stare al posto che ci spetta in comunità. Non che una sia preceduta dall’altra, entrambe cominciano assieme, con la chiamata di Gesù Cristo»[7].

e) Un’altra modulazione 

Esigenze spirituali tanto forti come quelle che espone in due opere minori, per lunghezza non certo per contenuto, Giovanni della Croce le espone in altri termini, ma non con meno vigore e assolutezza in una sua lettera:

«Non pensi, figlia mia in Cristo, che abbia cessato di comparire le sue sofferenze e quelle delle consorelle che ne sono partecipi; ma mi consolo ricordando che Dio la sta conducendo per il cammino della vita apostolica, cioè una vita di disprezzo, alla quale l'ha chiamata. Dio vuole che il religioso sia veramente religioso, crocifisso alle cose terrene e le cose terrene siano crocifisse per lui Dio solo vuole essere la sua ricchezza, la sua gioia e la sua gloria piena di delizie Dio le ha accordato una grande grazia, perché ora che Vostra Reverenza vive nell’oblio di tutte le cose di quaggiù, può ben godere di Dio nella solitudine, non preoccupandosi, per amore di Dio, che facciano di lei ciò che vogliono lei non s’appartiene più, perché è di Dio»[8].

Del pari istruttivo il contenuto di una lettera ad una religiosa scrupolosa: «Durante questi giorni (vale a dire quelli che precedono la festa di Pasqua, l’Ottava e Pentecoste), anche se dovessero esservi delle mancanze in casa, non ci faccia caso, per amore dello Spirito Santo e per conservare la pace e la quiete dell’anima in cui egli gradisce abitare» (Lettere, n. 20).

Come si vede questi consigli non riguardano soltanto i singoli ma la comunità tutta, in un tema tanto delicato come quello del comportamento altrui.

Le qualità che richiede alle persone che come consigliere del governo generale dell'Ordine dovette destinare a nuove fondazioni, parlano anche molto chiaro in questo senso e depongono una volta di più a beneficio dell'interazione tra vita personale e comunitaria. Con religiosi come quelli che egli dipinge la comunità andrà più speditamente, perché lo farà in ciascuno dei suoi membri.

A Madre Eleonora di San Gabriele, destinata a una nuova fondazione dice: «... poiché i beni immensi di Dio possono essere accolti solo da un cuore distaccato e solitario, il Signore che vuole il suo bene, la vuole completamente sola. Egli desidera essere l’unica sua compagnia» (Lettere, n. 15). E perché faccia bene in comunità consiglia: «Vostra Reverenza cerchi di aiutare molto la Madre Priora» (ivi)[9]

Alla Priora di Cordoba ricorda quanto sia importante che si esaminino con attenzione le postulanti «perché da ciò dipenderà il futuro del monastero. E badino di conservare lo spirito di povertà e il disprezzo di tutto, contentandosi di Dio solo, altrimenti sappiano che cadranno in mille bisogni spirituali e temporali. Ricordino che non avranno e non sentiranno altri bisogni se non quelli ai quali vorranno assoggettare il cuore; il povero di spirito, infatti, è più costante e allegro nelle ristrettezze perché ha posto il suo tutto nel poco o nel nulla e così in tutto trova la libertà del cuore.

Beato nulla e beato nascondiglio del cuore, da avere tanto valore da assoggettare tutto, non volendo assoggettare nulla a sé e lasciando ogni cura per ardere di sempre maggior amore» (Lettere, n. 16). Le altre monache della comunità sappiano approfittare «di queste primizie di grazie che Dio concede agli inizi di una fondazione, per riprendere di nuovo il cammino della perfezione in tutta umiltà e grande distacco interiore ed esteriore. Che coltivino una volontà robusta, non un coraggio puerile; pratichino la mortificazione e la penitenza, cercando di far in modo che questo Cristo costi loro qualcosa. Non siano come coloro che cercano i propri comodi e le proprie consolazioni in Dio o al di fuori di lui; vogliano piuttosto soffrire in Dio e fuori di lui, per amor suo, nel silenzio, nella speranza e nel ricordo affettuoso» (ivi). In un’altra lettera torna a riferirsi agli inizi di una fondazione «Non faccia caso se soffre o non soffre.

Ricordi che agli inizi Dio non vuole anime pigre, delicate e ancor meno amanti di se stesse. È per questo che sua Maestà aiuta di più proprio negli inizi, cosicché con un po' di diligenza si possono fare dei buoni progressi in ogni virtù» (Lettere, n. 17). Gli inizi di ogni comunità dipendono insomma anzitutto dall’aiuto di Dio che porta un “rinnovamento spirituale”. Cosa di cui Giovanni della Croce ha esperienza in quanto iniziatore di una riforma e fondatore di vari conventi della stessa. 

Alla Priora di Cordova scrive: «Non vorrei che avesse troppe preoccupazioni per gli affari temporali del suo monastero, altrimenti Dio la dimenticherà poco alla volta e tutte voi avrete molte pene temporali e spirituali, perché è la nostra preoccupazione che crea i nostri bisogni» (Lettere, n. 21). E rincara la dose: «Lei deve governare e provvedere al monastero più con le virtù e gli ardenti desideri del cielo che con attenzioni e preoccupazioni temporali e terrene» (ivi). E conclude: «Ciò che deve fare è cercare di guidare la sua anima e quelle delle monache nel cammino della perfezione e della vita religiosa, ben unite a Dio, dimentiche di tutte le creature e di tutto ciò che le riguarda. Siate anime tutto perdute in Dio e felici di lui solo, e io vi garantisco che vi sarà dato tutto il resto» (ivi).

Conclusione parziale

Davanti alla configurazione della vita nelle comunità religiose come la si evince dalla lettura dei testi di Giovanni della Croce, si può avere l’impressione di qualcosa di rigido, di insolitamente prevenuto nelle relazioni, certamente ben poco umano.

Questa impressione si attenua se notiamo che «Giovanni della Croce sta cercando di attivare nel convento, tra i frati, la più fine carità, e la più delicata»[10]. Precetti che possono sembrare eccessivi, apparire esagerati, nella grande sintesi dottrinale manifestano il cammino di comunione con Dio attraverso la vita teologale portato avanti da «persone religiose», per le quali avviene «presto» che «avendo rinunciato assai per tempo alle cose del mondo, conformano i loro sensi e le loro tendenze alla volontà di Dio e si esercitano nelle cose spirituali con l’aiuto di Dio» (Fiamma B 3, 32).

 

II. A partire dalla sua biografia

 

Le Costituzioni dell’Ordine approvate al Capitolo della Separazione in Alcalà attribuiranno una grande importanza all’ufficio di Priore delle comunità. Un capitolo, il quinto, della seconda parte delle medesime tratta dell’Ufficio di Priore e lì si ricorda ai priori di fare in modo che i sudditi siano istruiti e conoscano la Regola. Giovanni della Croce fu insuperabile in questo. 

a) Il segreto della sua pedagogia

Il segreto della sua pedagogia poggiava in gran parte nel sapersi guadagnare l’animo e la benevolenza dei propri sudditi. E questo non per politica di facciata o di interesse, ma per il fatto di essere umile, semplice e affabile. Era amato dai suoi sudditi, dirà un testimone, «più di qualsiasi altro prelato che ebbi modo di conoscere in ventidue anni che porto l’abito»[11]. Un altro assicura che «fu tanto amato dai suoi sudditi come fosse il padre di ognuno di loro» (BMC 14, 12-13). Non si atteggiava a Priore ma «coi religiosi si comportava da amico, in modo semplice; tuttavia la virtù che gli era riconosciuta faceva sì che fosse apprezzato e stimato grandemente. Quando ordinava qualche cosa ai religiosi, era lui il primo a farla» (BMC 14, 64). L’efficacia del suo magistero e del suo modo di condurre la comunità dipendevano molto dal fatto che «partecipava ad ogni atto comune, fosse lavare o scopare, come in tutte le altre cose che si dovevano fare. Ed era sempre il primo a farle» (ivi 62). Non era tipo da “ordino e comando!”: «non voleva che i superiori dei religiosi, in specie se della riforma, comandassero con risolutezza; ripeteva che «niente mostrava essere indegno del comando che il comandare così; anzitutto ci si deve preoccupare che i sudditi non diventino tristi dopo aver parlato il superiore»[12]. Si distingueva per il fatto di trasmettere allegria in chi lo incontrava. Di più, cercava di dialogare con coloro che erano insoddisfatti; li portava all’aria aperta, e stava con loro fino a che non riusciva a liberarli dalla tristezza.

b) Magistero carismatico

Risultava così che il suo magistero fosse “carismatico”, disponendo i propri uditori a quel modo, entro quel tipo di relazione. Cosa che oggi sembra incredibile. Parlava sempre di Dio, e di tutto quel che riguardava il relazionarsi a Lui.

Di ciò che dura sempre e di come scalare il monte della perfezione «all’oscuro e senza niente». Era molto attento e generoso nel trasmettere la “sapienza” del vivere cristiano. Alcuni dei suoi «erano soliti dire che dava loro due volte da mangiare; il nutrimento materiale e l’altro che erano le parole di vita: il primo nutriva il corpo e il secondo l’anima» (BMC 14, 106).

Uno dei modi di intrattenere la comunità consisteva nell’immaginare di vestire o rivestirsi l’un l’altro di virtù, quella che ciascuno preferiva. Giovanni si preoccupava di tessere le lodi di ciascuna virtù suggerita. Altra versione consisteva nel giocare ad essere “cavalieri del divino”, armando ciascuno l’altro come suggerisce la Regola quando parla delle armi spirituali. Giovanni anche qui mostrava l’eccellenza della “spada della parola di Dio”, dello “scudo della fede”, dell’ “elmo della speranza”, ecc..[13]

Si serviva della Sacra Scrittura come formatore in comunità. Uno dei suoi più intimi collaboratori e confidenti, nonché suo confessore, ci da questa testimonianza: «Stupiva quando parlava di Dio o commentava testi scritturistici. Si dilungava nell’esporre un passo biblico. Se succedeva durante le ricreazioni spesso si andava oltre l’ora stabilita. Non si finirebbe mai di parlare di questa sua attitudine» (BMC 10, 341). Ascoltando questa testimonianza non stupisce che qualcuno abbia riferito di come «approfittasse di ogni occasione per parlare di Dio. Era solito affermare che la ricreazione non servisse ad altro che a questo: fare orazione. Non stancava il sentirlo parlare, tanta era la passione che ci metteva e il modo “sapiente”, “colorito” nell’esporre le cose». Insomma: era divertente!» (BN-Madrid, ms 2738, fol. 640). Juan Evangelista, una volta di più, dichiara con cognizione di causa e a partire dalla sua lunga esperienza con il santo: «Parlava continuamente di Dio, in ricreazione come in ogni altro luogo. E lo faceva così bene che in ricreazione divertiva tutti, faceva ridere di gusto, e se ne usciva tutti contenti. Era così durante i capitoli e la sera dopo cena. Era solito conversare di cose spirituali e lo faceva anche di notte». Così Giovanni della croce «delectando pariteque monendo», animava e ricreava, nel senso di rallegrare e rinnovare costantemente, le sue comunità. Circa l’importanza che egli attribuiva all’esortazione al termine della giornata siamo in possesso di una testimonianza eloquente: «nel convento di Granada per un certo tempo fu preso da acciacchi. Si ridusse a ricevere i frati la sera tardi, quando andavano a per “l’accusa delle colpe”. Conversava con loro brevemente, trattando del silenzio, del raccoglimento ecc… I frati se ne tornavano consolati e con grandi desideri di emendare le proprie colpe. Nel convento, allora, tutto andava come se egli fosse ovunque sempre presente» (Ms Vaticano 2867, fol. 62).

Non dimenticava mai di aiutare personalmente i religiosi affinché si integrassero in comunità, e gli istruiva individualmente riguardo all’ufficio cui erano preposti. Uno dei cardini della vita personale e comunitaria dei frati: «perciò li chiamava di notte, per ordine, e insegnava loro il cammino spirituale, il modo di fare orazione, come affrontare le tentazioni. Era di grande aiuto» (BN-Madrid, ms. 858, fol. 114).

c) Solitudine e comunità

Juan Evangelista concentra in poche parole lo stile di Giovanni: «si preoccupava molto di nutrire spiritualmente i suoi religiosi, che facessero progressi e si affezionassero alla solitudine e al “ritirarsi dalle creature”». Era sollecito, come abbiamo visto, e possedere una vera e propria arte nell’insegnare le cose. Così che un suddito di Granada ebbe a dire che «in casa tutto andava in ordine, che fosse presente o assente Giovanni» (BN-Madrid, ms. 8568, fol. 395).

d) Attenzione al malato

Dei più importanti nella vita comune è il capitolo riguardante gli infermi. E qui, ancora una volta, Giovanni della Croce fu esemplare. Si conservano le dichiarazioni degli infermi di cui si occupava «visceralmente, come una madre», e con la competenza maturata negli anni in cui era celibe. Volendo scegliere tra le tante testimonianze se ne possono ricordare due che ci parlano della gelo-terapia (l’arte di provocare le risa del paziente), e della melo-terapia (l’arte del servirsi della musica).

Uno dei suoi religiosi dichiara: «era grande la sua carità, specialmente cogli infermi e quelli che si trovavano in grandi necessità. Lui stesso portava loro da mangiare e raccontava loro aneddoti per dare allegria. Erano storielle di vita popolare, mondana. Riteneva che non fossero “sconvenienti”, anzi che fossero di profitto perché davano allegria e alleviavano le sofferenze. Diceva di servirsene senza scrupolo, essendo semplici e acuti. Per non scandalizzarci ci raccontava quelli “più famosi” nel mondo» (BN-Madrid, ms. 8568, fol. 401). 

Un altro suo compagno riferisce che «pur essendo così attento nelle cose che riguardavano la religione, amava che si suonasse della musica ai malati, se poteva alleviare le sofferenze. E non voleva che mancassero le cose necessarie né i regali. Se vedeva un infermo inappetente gli ricordava il gusto dei piatti che sapeva cucinare e gli parlava di cibi commestibili per eccitare l’appetito. Se poi facevano richieste strane per cibo, anche se era nel dubbio che le avrebbero mangiate, se le procurava e gliele faceva avere. Metteva la stessa attenzione nei riguardi del corista, laico o donato» (BN-Madrid, ms. 12738, 646-547).

Che l’ufficio della cura degli infermi fosse uno dei principali nelle comunità lo sappiamo non solo dalle Costituzioni ma anche dal modo con cui Giovanni della Croce lo svolgeva personalmente e dal fatto che fosse molto esigente con coloro che nominava per tale ufficio o incaricava di occuparsi temporaneamente di qualche infermo. Neanche fra Innocenzo di sant’Andrea potè evitare l’ira santa di Giovanni della Croce. Lo racconta così: «Una notte mi incaricò di occuparmi di un infermo, che stava molto male e con un poco di febbre. Lo vegliai fino a circa le tre del mattino. Dopo di che mi venne un colpo di sonno. Intanto che stavo in dormiveglia l’infermo si alzò, mise l’abito e si inginocchiò davanti al letto. Giovanni intanto si alzò e passò a far visita all’infermo. Vedendolo in quella postura mi riprese severamente, ance se con grande mansuetudine, lasciandomi confuso» (BMC 14, 62-63).

e) Correzione fraterna

Giovanni riprendeva si, come abbiamo visto, con rigore, ma insieme con “grande mansuetudine”. Distingueva molto bene l’aspetto pubblico e personale quando riprendeva. Quando la colpa non era pubblica «riprendeva privatamente, in modo che nessuno si accorgesse della mancanza commessa» (BMC 14, 95). Le Costituzioni ordinano di visitare le celle dei frati la notte e Giovanni quando si avvicinava alla cella di qualcuno faceva in modo che lo si sentisse, «tossendo o dando strattoni al rosario» (BMC 14, 28). Faceva sempre così, anche di giorno, quando girava per casa: «maneggiava il rosario o tossiva, di modo che, se qualcuno stava parlando, si ricordasse che non andava fatto e avesse il tempo di smettere, raccogliendosi prima che questi gli comparisse davanti»[14]. Non cercava occasioni per riprendere e quando lo doveva fare «si esprimeva con parole tali e diceva cose che non inquietavano la persona né la facevano restar male. Si sentivano al contrario molto amati». Aveva «un modo soavissimo di esercitare l’autorità»: «senza perdere nulla in soavità e mansuetudine, e ne aveva tanta, sapeva al contempo riprendere in maniera severa e correggere le mancanze dei suoi sudditi» (BMC 13, 357).

Giovanni della Croce pensava che correggere le mancanze e applicare le sanzioni corrispondenti al fine di migliorare la vita personale e rendere migliore il passo della comunità fosse un buon esercizio di carità fraterna. Così vedeva anche l’intercessione per coloro che subivano tali sanzioni. Richiamó attenzione il seguente caso: «una volta, in Granada, (questo testimone) lo vide riprendere un confratello per una mancanza che aveva fatto, dicendogli “vai nella tua cella!”, così che questi se ne andò alla propria cella. Trascorse la notte. La sera del giorno dopo in refettorio si rivolse ai frati facendo notare loro la mancanza di carità di quel convento, perché non c’era stato nessuno di loro che gli avesse chiesto di fare uscire quel frate dalla sua cella»[15].

Una lettura sbagliata di Cautele e Avvisi quando vi si consiglia di vivere «come se si fosse soli in convento», senza preoccuparsi di niente e di nessuno, urterebbe violentemente con la percezione del vivere concreto del proprio Giovanni. Esercitare discretamente la carità non è intromissione indebita ma più alto esercizio di carità. Al raccontare quel fatto di Granada uno dei testimoni dice che Giovanni agì «indicando l’alto grado di carità che si deve raggiungere tra di noi». Considera, Giovanni della Croce, «lo zelo inquieto» e indiscreto nell’accusare senza fondamento i propri fratelli come un attentato alla vera carità. Era duro e drastico con questo tipo di persone, lui stesso nemico delle chiacchere, tanto che uno dei suoi religiosi ha potuto dichiarare: «mai lo sentì mormorare di qualcuno, né in verità né per scherzo, né in assenza né in presenza, fossero pure fatti noti a tutti. Mai si faceva gli affari altrui, fossero dicerie, cose note o che potessero offendere la persona» (BN-Madrid, ms. 12738, 883). Riguardo all’accusa delle mancanze, il luogo deputato era il capitolo conventuale sempre da celebrarsi in spirito di carità. Perché non fosse facile a nessuno accusare altri, si appella nientemeno che alla legge del Taglione in queste due prescrizioni: «Chi volesse accusare un altro, sia un suo pari o un superiore, lo faccia fuori del capitolo davanti a colui che presiede. Lo si ascolti con pazienza e si ponga come condizione la legge del taglione se non fosse in grado di provare l’accusa. E si applichi la giustizia fino in fondo, in modo cioè che se non fosse in grado di provare l’accusa gli venga inflitta la stessa pena che avrebbe meritato l’accusato se fosse stato trovato effettivamente colpevole» (ivi parte 5, c. 11, 228230).

«Si guardino i fratelli di accusarsi l’un l’altro sulla base di semplici sospetti, o di nominare alcuno parlandone come giudici senza sapere nulla di certo; nel caso si facesse questo e non si provasse l’accusa saranno obbligati alla legge del taglione. E non dicano: credo che tizio abbia fatto questo o quello, o che sia complice di lo ha fatto; infatti è lo stesso che accusare espressamente qualcuno e obbliga a la pena del taglione» (ivi n. 6, 230). 

Sono queste sue prese di posizione nell’applicare il testo delle Costituzioni del 1581 che ci fanno comprendere il significato dei testi duri e severi di Giovanni della Croce. Egli denuncia come lesive della vita comune e delle relazioni interpersonali l’intromettersi, il non voler ammettere i fatti, mormorare e simili attitudini; sono cose che alterano la vita comunitaria, la quale ha da condursi in pace e in allegria.

f) Mondo liturgico-orazionale

Nella nuova legislazione del Carmelo, come in quella di altri istituti religiosi, siamo arrivati a formulazioni molto ricche e sfumate sul valore dell’Eucaristia corno sorgente e centro della vita cristiana. Eucaristia, Liturgia delle Ore e altre celebrazioni sono elementi per il rinnovamento della vita comune. Ai tempi di Giovanni della Croce non formulavano tanto puntualmente queste realtà tanto congeniali con «la santa e vera Koinonía», ma si che sapevano viverle. Anche in questo come in tanti altri casi «ci sapevano fare, anche se non erano capaci di dirlo». Ad ogni modo, già nelle Lettere Patenti del P. Generale che autorizzava l’apertura della prima casa in Duruelo, potè leggere Giovanni della Croce come fossero autorizzati a che «si erigessero o si comprassero case di religiosi frati del nostro Ordine, e in esse ci si esercitasse a dire Messa, pregare e cantare l’Ufficio divino, fare orazione in ore convenienti, meditare e occuparsi in altri esercizi a carattere spirituale, perché queste case si chiamino e siano case e monasteri di Carmelitani contemplativi»[16]

Santa Teresa testimonierà al riguardo della vita liturgica in quella piccola comunità di Duruelo (cfr. Fondazioni 14, 7). Nel noviziato, di Pastrana si diede vita all’adorazione continua davanti al Santissimo Sacramento "che possa farsi soavemente", e si notava: "senza tralasciare nessuno delle occupazioni ordinarie”. Ogni prescrizione circa la vita liturgica comunitaria confermava lo spirito e la lettera della Regola Carmelitana. Col tempo si giunse a modulare più esplicitamente la dimensione liturgico-orazionale. Così nelle Costituzioni del 1581 si possono già leggere norme riguardo alla celebrazione giornaliera della Messa da parte di ogni sacerdote; la preghiera corale che si deve preparare e compiere con puntualità; la dignità della preghiera stessa, da farsi “con la massima umiltà e devozione possibile”; il modo di celebrare e il tipo di musica da evitare. I professi negligenti o che erano fortemente sospettati di omissione finivano in carcere. 

Che Giovanni della Croce fosse particolarmente sollecito in tutto questo e andasse oltre la stessa legge con la sua condotta generosa si coglie immediatamente leggendo alcune testimonianze: «Era molto amico del culto divino, così le feste scendeva ad aiutare ad addobbare l’altare e la chiesa. Era bello vederlo intento ad addobbare e tutto curioso. Piaceva molto ai sacrestani».

Chi lo assistette a Segovia quasi tutti i giorni, per tre anni, certifica che celebrava la Messa sempre con grande devozione, «da cui traeva come un fuoco di amore divino». Era, oltremodo proverbiale la sua presenza personale molto intensa ad ogni azione liturgica. La postura che teneva gli valse l’appellativo di «uomo del tempo liturgico». Ma Giovanni della Croce impiegava la maggior parte del suo tempo in quella che chiamiamo orazione personale silenziosa. Era facile per esempio a Segovia sorprenderlo trascorrere molte ora del giorno e della notte in orazione. Metteva in un piccolo angolo e di lì guardava il paesaggio immerso in una sorte di liturgia cosmica. «Altre volte dalla finestra della sua cella guardava il cielo; altre volte ancora trascorreva molto tempo davanti al Santissimo Sacramento» (BMC 14, 294).

Colpisce la libertà di spirito con la quale quest’uomo si poneva di fronte alla prescrizione dell’orazione in comune. Nelle Costituzioni di Gracián, 1576, si dice: «si farà orazione nel coro stando tutti assieme»  (cap. 13, 22). Nelle Costituzioni di Alcalà, 1581, si prescrive in maniera più chiara e dettagliata che «si terrà orazione in coro, dove stando insieme i fratelli si inizierà con l’antifona Veni, Sancte Spiritus …e l’orazione Deus, qui corda fidelium. Dopo si faccia un poco di lettura di qualche libro devoto che possa essere materia di meditazione. Tutti poi staranno in silenzio fino a che non sia finita l’ora. Quindi si dirà Sub tuum presídium … e chi presiede l’orazione Protege. Così terminerà l’orazione mentale» (parte I, c. 4, 52). In mancanza di attestazioni saremmo portati a dire che Giovanni osservasse alla lettera e scrupolosamente le ordinazioni. Luigi di Sant’ Angelo, novizio di frate Giovanni a Granada nel 1583, riferisce invece che «...abituato il servo di Dio all'amore del cielo, si dava tanto fervorosamente all’orazione che lo si vedeva sollecito cercare posti segreti e fatti per la contemplazione; e così all’orazione notturna che il detto servo di Dio introdusse nella sua religione, usciva nell'orto e faceva in modo che i religiosi facessero la stessa cosa, tra gli alberi e la solitudine grande che c'era nel suo convento di Granada. Lì tutti facevano orazione con molta devozione e quiete.

All’orazione mattutina li faceva uscire in un piccolo orto che stava dentro la clausura … si metteva all’angolo di una scala da dove si vedeva gran parte del cielo e si vedevano i campi. E stava in contemplazione e in orazione» (Ms. Vaticano 2867, fol. 50r). Qui appare la libertà di spirito di Giovanni che salva sempre il discorso comune (l’orazione insieme) e interpreta largamente circa il luogo in cui andrebbe fatta. Preferisce l'aria aperta alla reclusione tra le quattro pareti del coro. Sa che così salva meglio, sicuramente, lo spirito della legge.

g) La legge del lavoro

L’esortazione al lavoro, già tanto raccomandato nella Regola carmelitana, fu accolta molto bene nelle Costituzioni di Alcalà ed è ben espressa nell’attuale legislazione dell’Ordine che considera giovanni della Croce come «l’immagine del carmelitano autentico». 

Il lavoro fu in Giovanni della Croce espressione di povertà e di servizio fraterno, di sensibilità e carità. Il lavoro fu apostolico, intellettuale, manuale. Mi soffermo solo su quest’ultimo. Era per lui una terapia. 

Zappare la terra, alzare tramezzi e lavorare come muratore o garzone gli piaceva molto più che darsi alla scrittura. In Duruelo lavorò dall'alba al tramonto come garzone dei muratori per sistemare la casetta rimitiva. A Baeza lo si poteva incontrare mentre lavorava o abbatteva un tramezzo della sala, convertita in cappella. A Granada aiuta suo fratello Francesco nel fare addobbi. Del suo lavoro manuale al ritiro della Penuela nel 1591 parla lui stesso in una lettera del 19 di agosto a dona Ana de Penalosa: «Stamani siamo già tornati dalla raccolta dei ceci, e così tutte le mattine. Un giorno poi li batteremo. È bello maneggiare queste cose mute, meglio che maneggiare quelle vive».

Quando era Vicario Provinciale dell'Andalusia emise un giudizio di valore sfavorevole sul maestro di novizi di Siviglia, dicendo che il «suo magistero cominciava per dove doveva finire». Ed alluse al lavoro manuale come necessario nella formazione del religioso. Non insegnava niente senza darne l’esempio: a scopare, lavare, pulire la casa, ad adornare gli altari, così come a essere solleciti all’orazione mentale e alla preghiera liturgica. I pochi dati qui raccolti sul suo spirito di lavoro, sulla sua laboriosità, fanno vedere che non era per lui qualcosa di sporadico, bensì come una legge di vita, non semplicemente del lavoro ma dello spirito. Le Costituzioni del 1581 codificano: «Comandiamo ai priori e ai superiori dei conventi che …. obblighino …  i frati … a qualche lavoro manuale, e che li tengano sempre occupati in qualcosa … perché questo comanda la Regola; e non vogliamo che alcun priore permetta il contrario … » (parte I, c. 16, n. 1, 94).

 h) La ricreazione

Non tutto deve essere preghiera, non tutto deve essere lavoro, non tutto deve essere solitudine e ritiro in comunità. La legge degli Scalzi introduce il tema della ricreazione alludendo a Cristo: «sull’esempio di Cristo che portava i suoi discepoli nei campi per trovare un poco di sollievo, sappiamo che i religiosi hanno bisogno di interrompere i lavoro e di trovare un poco di refrigerio. Perciò ordiniamo…» (parte I, c. 5, n. 11,58).

Si fissano due ore di ricreazione, una dopo pranzo e un'altra dopo la cena. Il carattere di atto comune è ben sottolineato: «si uniscano a ricreazione in un luogo comune»; «lì tutti insieme stiano attenti a quel che si fa insieme». Fosse necessario si avverte che «le pratiche e le conversazioni dei religiosi devono essere oneste e spirituali». Queste ricreazioni ordinarie non erano le uniche dove fra Giovanni era Superiore. Si dava una “ricreazione straordinaria” per tre giorni a chi su consiglio dei medici ne avesse bisogno. Giovanni della Croce era amico poi di portare la comunità in gita. In un’occasione in Sierra Nevada dice: «oggi ciascuno se ne vada da solo sui monti; trascorra questo giorno in orazione e in dialogo con nostro Signore» (Ms Vaticano 2862, fol. 6: dichiar. Juan Evangelista).  I suoi religiosi chiamavano le molte giornate in cui li portava fuori “al campo”, giorni di “sciopero”. Erano pranzi straordinari e merende…. Una volta uno di loro si decise a chiedergli il perché. Rispose: «perché quando state in convento non vi venga voglia di uscire» (ivi). Fra Giovanni pensava che le uscite frequenti fossero di aiuto a ciascuno dei religiosi e all’intera comunità. Ma vennero giorni in cui, essendo ancora lui in vita, si proibiranno le ricreazioni al campo. Nel Capitolo del 1590 tenutosi a Madrid si diede la seguente ordinanza: «che il convento o la maggior parte dei conventuali non può uscire al campo durante la ricreazione. Si è votato ed è passato» (Costituzioni, 367).

Giovanni della croce portava i suoi a vivere e a pregare così sull’esempio di Cristo, perché si ricreassero, fossero aiutati a liberarsi dal malumore e non divenissero malinconici. Purtroppo, lui ancora in vita, la comunità sanjuanista iniziava a trasformarsi presentando durezze e rigidezze che non le appartenevano. Quando Teresa di Gesù portò il suo primo frate scalzo a Valladolid, nel 1568, e lo tenne lì un mese e mezzo, volle informarlo, come ella dice, «del nostro sistema di vita, badando che comprendesse bene ogni nostra pratica, tanto per la mortificazione che per la cordialità dei rapporti e la maniera con cui passiamo la ricreazione, la quale è così bene ordinata che serve a farci conoscere i nostri difetti e a darci un po' di svago per poi osservare la Regola in tutto il suo rigore» (Fondazioni 13, 5).

«Stile di fratellanza» significa, né più né meno, che stile di comunità. Quello che dovrebbe impiantarsi tra gli scalzi. Anche stile “di ricreazione” in comune, come qualcosa di capitale al fine di conservare ed aumentare l'allegria comunitaria ed altri beni quali il capire le proprie mancanze e rinnovarsi per vivere con passione la vita religiosa.

Conclusione generale

La Madre Teresa prescriveva nelle sue Costituzioni: la Priora «cerchi di essere amata, per essere obbedita» (n. 34). Giovanni della Croce ha ricevuto e trasmesso il carisma teresiano, ne è esponente ineguagliato. Ne è l’interprete più autorevole, al di là della lettera. Viene considerato da subito dai suoi sudditi «esempio di tutte le virtù che si professano in religione» (BMC 14, 60).  Non diceva invano che «il prelato doveva insegnare più con opere che con parole» (BMC 22, 296: dich. Juan de Santa Ana).

Trent’anni dopo la sua morte, scriveva Alonso de la Madre de Dios: «vide quel testimone che in Andalusia, dove visse il santo come prelato molti anni, era viva la memoria del suo governo paterno, dopo più di ventotto anni da che era morto». 

Un ricordo nostalgico e uno stimolo a formare comunità fraterne rette da uomini come Giovanni della Croce.

 

José Vicente Rodriguez O.C.D.



[1] In Tesoro de la Lengua castellana o espaňola, Madrid, 1611.

[2] Cantico B, canzone 25, trattasi di una strofa vocazionale di ampio respiro, rispetto alla Sequela Cristi.

[3]  In Obras Completas, 112, nota 6.

[4] Pag. 119, nota 6.

[5]  Noche Oscura, lib. 2, c. 22, n.1.

[6] Teresa do Gesù, Lettere, fine maggio 1581, n. 363, 2-3.

[7]  Dietrich Bonhoeffer, Vita comune, Buenos Aires, 1966, 73-75.

[8] Lettere  n.9; 8 febbraio 1588. Passo citato dal Papa Giovanni Paolo II nel corso di un incontro con i religiosi e i membri degli Istituti Secolari nella Parrocchia di Nostra Signore di Guadalupe, in Madrid, il 2 novembre 1982.

[9]  Circa l’armonia che deve esserci tra “le teste” o i responsabili di una comunità, scrive nella lettera n. 10, del 9 novembre 1588, designando un Superiore e Maestro dei Novizi che andasse in accordo col Priore, «che è la cosa più opportuna in un convento», e perché «s'intrattenga a conversare con i novizi», oltre gli incaricati della loro formazione.

[10] José Vicente R., San Juan Profeta, p. 176.

[11] BN-Madrid, ms. 12738, fol. 21v: dich. Juan de Santa Ana.

[12] Lo riferisce Eliseo de los Martires in Dictàmen de espiritu, n. 1.

[13] Cfr. José Vicente Rodriguez o.c.d., San Juan Profeta, pp. 69-70.

[14] Alonso, Vida (ed. Fortunato Antolín), lib. 1, c. 43, Madrid, 1989, p. 330.

[15]  Così ricorda Diego de la Conceptión: si veda il Processo Apostolico di Jaén, ed. parcial Maria Dolores Verdejo López, Almeria, p. 55.

[16] Monumenta Historica Carmeli Teresiani, v. 1, Roma, 1973, 69.

 

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