14_Tonino Lasconi_Le Beatitudini vissute da Gesù

 

 

 

 

 

Gesù ha messo in pratica le Beatitudini, sintesi del suo Vangelo. Anche oggi, dietro alle notizie di guerra, di terrorismo, di violenze, di ingiustizie, di corruzione, che potrebbe indurci al pessimismo, c’è una “moltitudine immensa” che nessuno può contare “di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”, che “in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello” grida a gran voce: 

“La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello”. Questa moltitudine immensa non è composta soltanto dai santi del passato, quelli conosciuti e venerati e quelli che non hanno trovato posto nel calendario, viene rifornita continuamente da tutti coloro che, umilmente, senza finire mai in prima pagina, percorrono il sentiero delle Beatitudini. 

Chi di noi in questa moltitudine immensa, non annovera genitori, nonni, amici, colleghi generosi, forti nelle difficoltà e nelle sofferenze, miti, giusti e amanti della giustizia non soltanto per sé ma per tutti, misericordiosi, leali e trasparenti, sempre impegnati a creare pace e dialogo? E allora, con il sostegno e la protezione di questa “moltitudine immensa” - dei santi scritti nel calendario e di quelli presenti nella nostra memoria e nel nostro affetto - uniamoci al sentiero delle Beatitudini vissute da Gesù.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1_Gesù povero in spirito

 

Gesù è stato povero in spirito, vivendo con coerenza la prima delle sue beatitudini? «Ma certo - risponderà chi non riterrà la do-manda sciocca, o irriverente -, chi non conosce le sue parole: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo»! (Mc 8, 20). Tutti le conosciamo, ma le abbiamo approfondite, oppure hanno contribuito a creare l'immagine di Gesù poveraccio, una specie di barbone in cerca di un ponte o dell'androne di un palazzo per passa-re la notte? Questa falsa, immagine di Gesù, piuttosto diffusa, è derivata dall'intendere «i poveri» in maniera sociale ed economica, sorvolando su «in spirito». In realtà Gesù, dal punto di vista persona-le e familiare, non era al livello più basso della scala sociale ed economica. Era artigiano, lavoro che anche i farisei e gli scribi praticavano, non pastore o contadino, né tanto meno bracciante. Non, quindi, un maestro alla ventura che girava, chiedendo l'elemosina. Il suo gruppo disponeva di un seguito di donne facoltose che lo servivano con i loro beni (Lc 8, 1-3). Teneva una cassa, misteriosamente affidata a Giuda? (Gv 12, 6) (forse per insegnarci a non andare in crisi quando qualche collaboratore ce la dà buca), che serviva per dare qualche cosa ai poveri, ma anche per comprare quello che occorreva per la festa (Gv 13, 29), e per il fabbisogno quotidiano. Durante la crocifissione, i soldati misero a sorte la sua tunica senza dividerla in pezzi, perché di ottima fattura: senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da cima a fondo (Gv 19, 23). Non è pensabile che Gesù si sia messo il vestito buono, soltanto per quella circostanza. Via, perciò, la visione pauperistica di Gesù, che rischia di ridurre il messaggio evangelico sulla ricchezza a retoriche affermazioni come: i soldi sono del diavolo, non servono, non rendono felici, tanto non ci portiamo via niente..., e che inducono a concludere: «Sarebbe bello vivere come Gesù, ma non è possibile. Certo, se non avessi famiglia». In questo modo - in primis da parte di coloro che sproloquiano così, ma che i soldi li cercano, e come - addio all'impegno di impostare la vita su un uso sobrio e saggio dei beni.

C'è un ma. Luca elimina «in spirito», affermando bruscamente: Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio (Lc 6, 20); e riportando la proverbiale affermazione di Gesù: «È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!» (Lc 18, 25). Come la mettiamo? È lo stesso evangelista a offrirci la spiegazione con le parabole del ricco stolto (Lc 12, 16.21) e del povero Lazzaro (Lc 16 19, 21). In esse, Gesù precisa che i due protagonisti non sono persone che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Sono già ricchi («la campagna di un uomo ricco», «c'era un uomo ricco») da poter vivere senza preoccupazioni, da potersi permettere «vestiti di porpora e di lino finissimo», e di darsi ogni giorno a «lauti banchetti». Nonostante ciò, il proprietario terriero non viene sfiorato dal dubbio di investire i raccolti in sovrappiù a vantaggio di altri; il riccone è talmente prigioniero dei suoi lussi da non accorgersi del poveraccio che sta alla sua porta. I due, quindi, non vengono condannati perché sono ricchi, ma perché sono prigionieri della loro ricchezza, non utilizzata per una vita bella, ma per la bella vita. Questa è la ricchezza che Gesù bolla come disonesta: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16, 9). Non sono i beni a offuscare il cervello, ma l'abbondanza esagerata, come ben sa il salmista: «Nella prosperità l'uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono» (Sal 49, 21).

 

Povero «in spirito»

Gesù, affermando: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo», non solo dichiara di essere povero in spirito, ma ci indica come esserlo. Disceso sulla terra non per fare la sua volontà, ma quella del Padre che lo ha mandato (Cfr. Gv 4, 34; 38), non tiene le sue ricchezze per sé, accasandosi nella tranquilla Nazaret, dove con qualche bel miracolo sarebbe stato portato in palmo di mano dai paesani, ma, con una scelta strategicamente intelligente e coraggiosa, si trasferisce a Cafarnao, sul lago di Tiberiade, nella Galilea delle genti (Mt 3, 13-17), terra di passaggio e di commerci, crocevia di culture e fedi diverse. Ottenuto un grande successo, resiste ai discepoli, Pietro in testa, che vorrebbero trattenerlo li, per tenere caldo l'entusiasmo della gente. Il suo programma è un altro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1, 35-38). E riprende a percorrere «tutte le città e i villaggi» (Mt 9, 35), senza la sicurezza di trovare alla sera un posto «dove posare il capo»; disponibile a rinunciare ai meritati momenti di intimità, quando: «entrato in una casa», volendo che nessuno lo sapesse, «non può restare nascosto» (Mc 7, 24), perché la gente lo reclama.

Gesù è stato povero in spirito perché non ha tenuto per sé le sue molte ricchezze - le sue energie, il suo tempo, il suo amore: la sua vita - ma le ha investite per gli altri. Il povero in spirito, infatti, non è chi dà qualcosa agli altri quando può, quando gli capita, quando gli viene chiesto (purché non sia troppo spesso, e non ci prenda l'abitudine), quando le trasmissioni tivù raccolgono soldi via sms per questo o per quest’altro, e quando i social network lanciano gesti clamorosi (secchiate d'acqua gelata, nudi in bicicletta...) che spopoleranno su YouTube, ma chi dona la sua vita. Offertosi al Padre al posto di sacrifici, offerte e olocausti, ricevuto un corpo (Eb 10, 5-7), è vissuto tra noi nella fedeltà assoluta alla sua promessa, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce (Fil 2, 8), dedicandosi completamente ai fratelli. Egli è stato povero in spirito perché non è vissuto per sé, ma per gli altri. È la scelta che Gesù ha proposto al giovane, tanto perbene da rischiare l'antipatia, ma incapace di rinunciare alle molte ricchezze che gli garantiva-no un comodo e sicuro «dove posare il capo» (Mt 19, 16-22). È la scelta che chiede a tutti i suoi discepoli.

 

Poveri in Spirito

Poveri in spirito non sono i poveracci. Quelli che per ingiustizia, violenza, sfruttamento, disgrazie, malattie... sono costretti a vivere in condizioni non degne dei figli di Dio. Se fossero loro, Gesù li avrebbe lasciati nella loro beatitudine, invece si è identificato con loro, stabilendo come biglietto di ingresso per il suo regno l'averli soccorsi o meno: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 34-36). Non sono i poveri, socialmente intesi. Quelli che riescono a raggiungere un livello di vita appena decoroso per sé e per la famiglia. Non sono i borghesi, che han-no ciò che basta e avanza. E non sono i ricchi che hanno da spendere e spandere anche per le cose più inutili e futili.

Poveri in spirito sono i poveracci, i poveri socialmente intesi, i borghesi, i ricchi che vivono con il cuore e i pensieri aperti ai fratelli, sempre disponibili a condividere il pochissimo, il poco, il sufficiente, il tanto che hanno: un pezzo di cartone con il barbone che dorme sulla panchina accanto; un pezzo di pane e un piatto di pasta per lo straniero che bussa alla porta; una bolletta della luce o del gas, o una rata dell'affitto per il vicino in difficoltà; l'apertura di una azienda per dare lavoro ai disoccupati... E questo non con il gesto di una volta, ma con la disponibilità costante a condividere con gli altri il pochissimo, il poco, il tanto che si può. Non sono, invece, poveri in spirito tutti coloro che poveracci, poveri, borghesi, ricconi si tengono stretto il pochissimo, il poco, il tanto e il tantissimo che hanno.

Per farla corta, poveri in spirito sono coloro che, a prescindere dall'età, dalla condizione sociale, da ciò che possiedono, accettano l'invito di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt, 16, 24). Attenti bene! «Mi segua»! Non: «Mi preghi», né: «Mi pensi», né: «Parli di me», né: «Legga o scriva dei libri su di me», né: «Dia l'offerta per la processione», né: «Vada per santuari». No! «Mi segua». Cioè, cammini come ho camminato io. Viva come sono vissuto io, «a questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2, 21).

 

Seguire le orme di Gesù...

Soltanto il pensiero di essere chiamati a vivere come Gesù, per l'immagine mutuata più dai quadri e dai film che dai testi, ci fa drizzare i capelli, per-ché ci sembra al di fuori della nostra portata. Per giunta, quel «rinneghi se stesso», e quel «prenda la sua croce»... Brrr! Così la nostra vita diventa una continua via crucis, da consumare mestamente o in convento, o su un monte, o dentro una caverna, rinunciando a tutto ciò che è gioia e festa. Non si può fare uno sconticino? Non c'è scappatoia. L'evangelista Giovanni afferma senza mezzi termini: «Chi dice di rimanere in lui, deve anch'egli comportarsi come lui si è comportato» (1Gv 2, 6). Per fortuna non è questo che chiede Gesù. Quello vero è vissuto tra noi e come noi, non in convento, o un monte, o in una caverna.

«Ha conosciuto come ogni uomo le tappe della crescita fisica, psicologica, spirituale. Emblematiche, al riguardo, sono le parole dell'evangelista Luca, che descrivono la vita di Gesù a Nazaret con i suoi genitori e la partecipazione alla vita religiosa del suo popolo. Ciò significa che anch'egli, come ogni uomo, ha dovuto accettare la famiglia in cui è nato, il contesto culturale in cui è cresciuto, nonché le potenzialità e i limiti della propria corporeità... Gesù è passato facendo il bene: ha condotto una vita buona, nel senso che ha aiutato gli altri a far emergere il potenziale di bene e di vita che li abitava, liberandoli dal potere del demonio e risanandoli dalle contraddizioni di cui erano prigionieri. Egli è stato anche un ascoltatore attento del suo tempo, capace di valorizzare tutto il bene disseminato in Israele e nella cultura del suo popolo. Sì, la sua è stata una vita bella, vissuta in pienezza: è stato un uomo sapiente, capace di vivere tutti i registri delle relazioni umane, compreso quello dell'amicizia; le pagine evangeliche sulla casa di Betania sono tra le più affascinanti di tutta la Scrittura».

Ciò significa che per tutti, dai bambini ai centenari, naturalmente a misura dell'età e della condizione umana e sociale, è possibile vivere come Gesù. Essere cristiani vuol dire esattamente questo, non essere scritti nel libro dei battesimi e fedeli a qualche pratica religiosa. Certo, la nostra vita sarà sempre una lucciola rispetto al sole; ma camminare come lui ha camminato, senza lasciarci scoraggiare dalle cadute, dalle incoerenze, dai rinnegamenti, altro non è che tendere ogni giorno verso una vita vera, buona, bella, come Dio l'ha pensata, creandoci a «sua immagine» (Gen 1, 26-27), «per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1, 16). Sì, perché Gesù Cristo «è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili... Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1, 15-16). Con parole nostre: il Creatore non ha dato a Gesù un corpo come il nostro, ma ha creato il nostro come quello pensato per Gesù. È lui (corpo, ragione, sentimenti) il nostro prototipo. Creati in lui, come dubitare che possiamo imitarlo? E quale motivazione più alta di questa per preservare la nostra vita (corpo, pensiero, sentimenti) da meschinità, grettezza, banalità, volgarità e degradazione?

«Ecco l’uomo» (Gv 19, 5)

Senza esserne consapevole, Pilato, presentando Gesù alla folla, diventa profeta e voce dello Spirito come Caifa (Gv 11, 51.52), quando, senza sospettare di rivelare il mistero dell'incarnazione, «aveva consigliato ai Giudei: è conveniente che un solo uomo muoia per il popolo» (Gv 18, 14). Gesù è uomo vero, perché soltanto gli uomini e le donne che si spendono per il bene degli altri migliorano la vita di tutti e fanno progredire la storia.

 2_Gesù nel pianto

 

La nuova traduzione della Bibbia (CEI 2008) ha preferito: «Beati quelli che sono nel pianto», al tradizionale: «Beati gli afflitti», forse per suggerire che la beatitudine riguarda quelle sofferenze talmente intense da rendere impossibile trattenere le lacrime. Chi sono questi «beati»? Non i «lacrima facile» che hanno sempre un motivo per rattristarsi e per rattristare. E di per sé nemmeno quelli colpiti da malattie, disgrazie, e situazioni dolorose, perché se Gesù avesse ritenuto beati questi poveretti, li avrebbe lasciati nel loro pianto beato. Invece non è stato così: li ha consolati. Quando incontra la vedova che segue desolata l'unico figlio portato alla tomba, è «preso da grande compassione», e le dice: «Non piangere!» (Lc 7, 13). Non va, poi, dimenticato che in alcune parabole Gesù considera il pianto non una beatitudine ma la punizione dei cattivi (Mt 13, 49-50), di quelli che commettono le iniquità (Mt 13, 41).

Ma allora chi sono? Facciamoci rispondere dal pianto di Gesù davanti al sepolcro di Lazzaro (Gv 11, 35), su Gerusalemme (Lc 19, 41), e nell'Orto degli Ulivi (Lc 22, 44).

Quello di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro è un pianto dirotto. Scoppiare in pianto è più che piangere: indica una sofferenza irrefrenabile, impossibile da trattenere. I Giudei lo spiegano con l'amicizia per Lazzaro: «Guarda come lo amava!» (Gv 11, 36). È così, ed è bello ammirare la profondità della sua amicizia. In esso, però, c'è il suo dolore di fronte alla morte, la nemica della vita. Egli l'ha affrontata in tre occasioni fortemente simboliche: nella bambina (Mc 5, 21-24; 35-43), la dodicenne che stava entrando nella vita: a dodici anni le ragazze ebree potevano essere promesse in matrimonio; nel figlio della vedova, stroncato nel pieno della giovinezza (Lc 11, 17); in Lazzaro, l'uomo avviato verso la fine della esperienza umana: a quei tempi la media della vita era sui trent'anni. In quello scoppio di pianto, perciò, non c'è nemmeno l'ombra della rassegnazione, del lamento sterile, del piagnisteo, ma l'impegno a lottare contro la morte, che getta nel pianto coloro che Dio aveva pensati e creati per vivere sempre con lui, senza questo tragico passaggio.

Gesù arriva nella città, simbolo del popolo di Dio, in un tripudio di folla che, suscitando il fastidio rancoroso dei farisei, lo acclama come re. Pur accettando questa clamorosa accoglienza - zittisce i farisei: «Se questi taceranno, grideranno le pietre» i suoi sentimenti sono tutt'altro che gioiosi. Infatti quando è vicino, alla vista della città piange su di essa (Lc 19, 41). Nelle sue lacrime e nelle parole che le accompagnano c'è la delusione, ma non la rassegnazione. Non rinuncia, infatti, a tentare di risvegliare la città dal torpore spirituale con il gesto clamoroso della cacciata dei venditori dal tempio. Anche questo pianto è uno spiraglio aperto sulla sua umanità. In esso c'è la sofferenza per l'ottusità religiosa degli abitanti, che aveva inutilmente tentato di raccogliere «come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali» (Mt 23, 37), ma anche il dispiacere per la tragedia che stava per piombare sulla città, simbolo della realtà terrena, che ama e ammira. Come dimenticare il suo sguardo sugli uccelli del cielo, sui fiori dei campi (Mt 6, 28-29), sui bambini che giocano e fanno capricci (Mt, 11, 16), sul seminatore (Mt 13, 3-8), sul vignaiolo che pota i tralci (Gv 15, 2), sulla massaia che prepara il pane (Mt 13, 33), sulla gioia della donna che ritrova la moneta smarrita (Lc 15, 8-9), sul contadino che aspetta pazientemente il fiorire della spiga (Mc 4, 26-29), sulla partoriente che dimentica i dolori del parto (Gv 16, 21)?  Sicuramente ammirava anche la bellezza del tempio. Un giorno, infatti, mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli dice: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli risponde: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta» (Mc 19, 1-2). Poco dopo, arriva-to sul monte degli Ulivi, è «seduto di fronte al tempio» (Mc 13, 3), con quattro dei suoi. A fare cosa, se non ad ammirarne dall'alto la bellezza? Gli amici, ricordando la triste sorte preannunciata da lui poco prima, gli chiedono quando sarebbe accaduta. Gesù, allora, con dolore parla della fine della città, prendendola a simbolo della fine della realtà terrena. Le sue parole, però, finiscono con un messaggio di speranza: dopo quei disastri e quella tribolazione, si vedrà il Figlio dell'uomo venire trionfalmente «sulle nubi con gran-de potenza e gloria» (Mc 13, 26-27).

Lo stesso messaggio di speranza è presente nella parabola con la quale ci esorta a vivere la no-stra provvisorietà: «Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte» (Mc 13, 28-29). Niente alberi spogli e foglie a infracidire nel fango. Nessuna malinconia alla: «Si sta come, d'autunno, sugli alberi le foglie»[1], ma rami teneri e foglioline che annunciano l'estate: la stagione della luce, del caldo, dei frutti. Questa è la nostra provvisorietà: non ci porta nel nulla, ma verso l'eternità.

Il pianto più drammatico che svela il senso profondo del «Beati quelli che sono nel pianto», è quello del Getsémani: Prima di essere arrestato, dopo aver pregato il Padre di allontanare da lui il calice amarissimo che si sta avvicinando, «entrato nella lotta, prega più intensamente, e il suo sudore diventa come gocce di sangue che cadono a terra» (Lc 22, 44). Lacrime che diventano sangue: il colmo del dolore umano. La lettera agli Ebrei lo racconta così: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (Eb 5, 7). Ma nemmeno le forti grida e lacrime lo piegano. Da esse Gesù si solleva, sprona i discepoli: «Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione» (Lc 22, 46), e si avvia deciso verso il compi-mento della sua missione.

 

 

Nei Vangeli alcuni personaggi «nel pianto» testimoniano l'impegno a non lasciarsi vincere dalla sofferenza. Andiamo a conoscerli.

 

Gesù è a Cafarnao (Mc 2, 1-12), la centrale operativa della sua missione, nella casa di Pietro, circondata da tanta gente - il suo messaggio nuovo e autorevole ha suscitato grande scalpore - che non vi è più posto neanche davanti alla porta. Quattro persone cerca-no di portare un paralitico in una barella davanti al Maestro. Niente da fare! La folla non li lascia passare. Arrendersi? Ma figurati! Salgono sul tetto e cominciano a scoperchiarlo. L'evangelista non racconta i commenti del padrone di casa - anche della suocera? - ma non è difficile immaginarli: «Ma che fate? Mi distruggete la casa!». Probabilmente anche Gesù, sorridendo, segue la manovra, magari aiutandoli segretamente a non aggravare la situazione del poveretto con qualche disastrosa caduta. Infatti tutto procede per il meglio e, dopo aver perdonato i suoi peccati (chissà se il malato e i suoi quattro amici saranno rimasti delusi? Certamente non ave-vano fatto tutta quella faticata per ottenere il perdo-no dei peccati...), grazie alla provocazione dei cattivi pensieri degli scribi, Gesù lo guarisce, e quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò», tra la meraviglia della folla.

 

Gesù, attorniato da molta folla sta parlando lungo la riva del lago. Giàiro, uno dei capi della sinagoga, lo raggiunge, gli si getta ai piedi, e lo supplica di andare a casa sua per salvare la sua figlioletta che sta morendo. Gesù si alza e lo segue, attorniato e spintonato dalla folla. «Una donna (Mc 5, 21-29), che ha perdite di sangue da dodici anni e ha molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, viene tra la folla e da dietro tocca il suo mantello. Dice infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata". E subito le si ferma il flusso di sangue e sente nel suo corpo che è guarita dal male». La poverina non invoca pubblicamente la guarigione, e compie il suo gesto di nascosto e con timore, perché conosce la Legge: «La donna che ha un flusso di sangue per molti giorni, fuori del tempo delle mestruazioni, o che lo abbia più del normale, sarà impura per tutto il tempo del flusso, come durante le sue mestruazioni. Ogni giaciglio sul quale si coricherà durante tutto il tempo del flusso sarà per lei come il giaciglio sul quale si corica quando ha le mestruazioni; ogni oggetto sul quale siederà sarà impuro, come lo è quando lei ha le mestruazioni (Lv 15, 25-26). Da dodici anni - pensate! - è un'emarginata totale. Ma non si è arresa, e, rischiando, tenta un'altra chance con Gesù. Le va più che bene, perché il Maestro non soltanto premia la sua tenacia, ma cerca la donna girando lo sguardo sulla folla - sembra la sequenza di un film! -, la fa uscire allo scoperto, e rende pubblico ciò che è accaduto. Così afferma solennemente e pubblicamente che nessuna creatura di Dio è impura. C'era bisogno di questo clamore affinché non lo si dimenticasse mai più. Invece... Prima del concilio ecumenico Vaticano II, le mamme che portavano il bambino a battezzare, dovevano prima passare in sacrestia per essere... purificate.

 

«E giunsero a Gerico» (Mc 10, 46-52), racconta Marco. A fare cosa con la sua solita stringatezza ce lo lascia immaginare: per insegnare e compiere segni straordinari. Quando Gesù con i suoi discepoli e molta folla lascia la città, un uomo, Bartimeo, figlio di Timeo, diventato cieco, non sappiamo se per malattia o per incidente, mentre sta seduto lunga la strada a mendicare, intuisce dal rumore della folla che passa Gesù. Sicuramente in quei giorni ha sentito parlare di lui, forse lo ha anche ascoltato, altrimenti non si spiegherebbe quel «Figlio di David» sulla sua bocca, ma non è riuscito ad avvicinarlo, perché in quei tempi ai diversamente abili, oltre a non es-sere chiamati così, non venivano assegnati i posti in prima fila come nelle udienze del Papa. Il cieco: «È l'occasione buona. Non posso perderla!» e si mette a gridare più forte che può: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Cercano di farlo smettere, ma lui grida ancora più forte, finché Gesù si ferma, e: «Chiamatelo!». Gli dicono: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Bartimeo getta via il mantello, balza in piedi e va da Gesù. È già come se vedesse, perché, salvo che non si tratti dei moderni falsi invalidi, non è usuale vedere i ciechi balzare in piedi. A Gesù la sua insistenza evidentemente è piaciuta.

 

Con una tenace cananea (Mt 15, 21-28), per indurre i discepoli ad agire in senso contrario alla loro mentalità e alle loro abitudini, Gesù rinnova lo stile degli antichi profeti. Se la donna avesse chiesto l'intervento del Maestro, da bravi Giudei, essi avrebbero sentenziato: «È straniera e pagana. Lasciala perdere!». Invece, comportandosi con lei alla maniera dei Giudei, li spinge a pregarlo: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Gesù non solo la esaudisce, ma ne loda la fede, affermando che soltanto questa conta davanti a Dio. Non la razza. Nemmeno la religione. Una verità difficilissima da comprendere e da accettare. Pietro se ne ricorderà quando il centurione romano, Cornelio, lo inviterà a casa sua, e, pur sapendo che «per un Giudeo non è lecito avere contatti o recarsi da stranieri» (At 10, 28), vi entrerà, perché: «Dio non fa preferenza di persone» (At 10, 34). Verità difficile da accettare, come dimostra l'attuale rigurgito di fanatismo religioso.

 

Di fronte a un altro personaggio Gesù deve essere rimasto fortemente ammirato. Per lui, infatti, deve affrontare una nuova polemica con i farisei. Siamo a Gerusalemme, presso la porta «delle Pecore», in una piscina «chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giace un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici». È sabato. Gesù vede un uomo (Gv 5, 1-9b) disteso lì e gli chiede: «Vuoi guarire?». Al poveretto non sembra vero che qualcuno si interessi di lui. È da trentotto anni che si fa portare lì con la speranza di riuscire a tuffarsi per primo nella piscina quando l'acqua si agita - c'è la convinzione che il primo a gettarsi dentro il gorgoglio dell'acqua può trarne dei benefici, e addirittura essere guarito -, ma nessuno, ahimè!, si è mai reso disponibile a fargli vincere questa strana gara. Però non si era arreso: qualcuno prima o poi sarebbe arrivato. Gesù arriva e fa molto di più. Al mesto racconto del suo problema: «Non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita», risponde con un deciso: «Alzati, prendi la tua barella e cammina. E all'istante quell'uomo guarisce: prende la sua barella e comincia a camminare». Mai miracolo fu più meritato. Mai più ottusa la contestazione dei cuori di pietra.

 

 

Questi racconti chiariscono che i «beati nel pianto» sono coloro che non si arrendono alle sofferenze, chiudendosi in un egocentrismo infantile, pretendendo che tutti siano pronti ad accorrere ai loro lamenti. Chi ha a che fare con i malati sa come vanno spesso le cose.

Gesù ha avuto qualche difficoltà nel vivere questa beatitudine? La domanda può sembrare irriverente, ma come ha sofferto per la sete e per la stanchezza del viaggio (Gv 4, 6), perché non avrebbe dovuto sentire la stanchezza psicologica? Non sarebbe stato un uomo vero. Infatti, quando il giovane ricco rifiuta il suo invito a seguirlo, mentre lo guarda andarsene via triste, c'è una sfumatura di delusione nelle parole di Gesù: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli» (Mt 19, 23). C'è tristezza in Gesù quando, prima dell'arresto, dopo la sua solitaria e drammatica preghiera, rimprovera i Dodici che si erano addormentati: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?» (Mt 26, 40); e ricorda a Pietro le solenni e coraggiose affermazioni: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?» (Mc 14, 37). È difficile non notare una venatura di stanchezza, quando, dopo aver invitato alla fiducia in Dio sempre pronto ad ascoltare, esclama quasi sconsolato: «Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). Si, Gesù ha sperimentato la difficoltà del beati coloro che sono nel pianto, per invitarci ad affrontarla come lui, che ha vissuto il suo pianto non scaricandolo sugli altri, ma prendendo su di sé le nostre infermità e caricandosi delle malattie, fino alla sofferenza suprema: la morte in croce. Per questo Dio lo ha consolato, donandogli il nome che è al di sopra di ogni nome: Gesù Cristo è Signore! (Mt 8, 27). Vivendo come lui, anche noi saremo consolati.

«Ecco l’uomo» (Gv 19,5). Gesù è uomo, l’uomo vero, perché non si arrende alla sofferenza, non la scarica sugli altri, ma la affronta e se la carica per alleggerire gli altri. «Coloro che sono nel pianto» sono, le persone che vorremmo essere, che a volte forse ci consideriamo senza esserlo realmente, che vorremmo avere sempre vicino, perché sono quelle che non permettono alla speranza di spegnersi mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3_Gesù mite

 

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11, 28-29). Gesù pronuncia questa autodichiarazione dopo aver rimproverato Corazìn, Betsàida e Cafàrnao, le città che, nonostante fosse stata compiuta in esse la maggior parte dei suoi prodigi, non si erano convertite (Mt 11, 20-24), come non si erano convertite alla predicazione del Battista. È confortante trovare nelle sue parole lo stesso nostro sconcerto quando cozziamo contro il muro dell'incomprensione. Egli compie dei segni per far comprendere chi è. Niente! La gente vuole prodigi per la sua utilità, e invece di guardare la luna, guarda l'indice che la indica. Ed ecco questo invito accorato: «Venite a me e imparate da me che sono mite e umile di cuore».

«Mite e umile di cuore». I due aggettivi, oltre a essere frequentatissimi dai predicatori, hanno ispirato innumerevoli rappresentazioni, a volte dolciastre fino al fastidio, per quadri da appendere in casa, e per immaginette da inserire nei libri di preghiera, nel portafogli, e, oggi, su Facebook. Ma nella realtà come ha vissuto Gesù la beatitudine della mitezza? Andiamo a verificare.

Per l'evangelista Giovanni, Gesù, iniziati i suoi segni a Cana di Galilea (Gv 2, 11), si fa conoscere a Gerusalemme in maniera piuttosto decisa e fragorosa: «Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: "Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato"» (Gv 1, 13.16). Matteo, Marco e Luca collocano l'avvenimento nel suo ultimo incontro con la città, ma la scena non cambia. Come combinare la mitezza di Gesù con questo tipo di intervento?

Lo stesso interrogativo sorge negli scontri di Gesù con i farisei, gli scribi e i sacerdoti. In uno dei più articolati e decisi, Gesù, dopo aver elencato tutte le loro ipocrisie e malefatte, conclude: «Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della Geènna?» (Mt 23, 13-33). Per quanto lo si voglia aggiustare, non è esattamente il linguaggio timido e remissivo di una persona mite come viene rappresentata dai quadri. Il problema c'è. Ragioniamoci su.

Partiamo da un'affermazione di Gesù: «Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra» (Mt 5, 38-39). È conosciutissima e famosissima, ma talmente contraria al nostro istinto, alla storia dell'umanità, e alla situazione presente che gira sulle bocche più che altro come una barzelletta: «L'altra guancia te la porgo, ma dopo...» (vedi il film con Bud Spencer e Terence Hill). Come interpretare seriamente le parole di Gesù? Dobbiamo intendere il mite come colui che le prende e non le dà e il cristiano come colui che invece di reagire ne chiede altre? Non può essere così, e Gesù stesso lo ha testimoniato nel corso del processo nella casa di Caifa. Quando riceve uno schiaffo da una guardia, non porge l'altra guancia, ma risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18, 23). Certamente non poteva reagire perché aveva le mani legate, ma poteva stare zitto, evitando il rischio di prendere un altro schiaffo. Invece risponde. Perché? Il suo comportamento, che superficialmente potrebbe farci venire in mente il millantatore della barzelletta: «Me ne ha date, ma gliene ho dette!», in realtà contiene il germe di una delle più grandi rivoluzioni culturali e spirituali del cristianesimo: la nonviolenza. Che non è sottomissione, né vigliaccheria, né resa, ma l'unica reazione autenticamente coraggiosa e positiva alla violenza. Essa, infatti, è l'unica alternativa all'occhio per occhio e dente per dente, che non ridona la vista a nessuno, ma rende tutti ciechi, come sentenzierà il Mahatma Gandhi, traducendo le parole di Gesù a Pietro: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt, 26, 52). 

Nei primi secoli della Chiesa, il messaggio è stato recepito. Fino al terzo secolo, ai cristiani era proibito entrare nell'esercito, e ai soldati convertiti si permetteva di rimanere tali, a patto che non uccidessero. Cosa che portava dritti dritti al martirio. Il primo martire della nonviolenza di cui si ha notizia è san Massimiliano. Come figlio di un veterano, era obbligato a seguire la carriera del padre. Come cristiano, rifiutò di arruolarsi. Per tale ragione il 12 marzo dell'anno 295 d.C. venne condannato e giustiziato dal proconsole Dione, dopo un processo del quale esistono gli Atti. Dopo l'editto di Costantino (313 d.C.) tutto cambiò, e militare nelle legioni romane divenne un modo per difendere la fede contro i barbari. Così il rifiuto della violenza, con l'eccezione profetica di Francesco di Assisi, fu dimenticato, e per secoli non se ne seppe più niente, come dimostrano guerre di ogni tipo, chiamate anche sante, e violenze d'ogni genere, con la partecipazione tranquilla dei cristiani, ma anche per loro iniziativa.

Per un risveglio della Beatitudine bisognava arrivare al secolo scorso. Stimolati dal problema dell'obiezione di coscienza, esploso nel momento in cui le leggi della società italiana si allontanavano da quelle della Chiesa, o si mettevano in contrasto con esse (divorzio, aborto, anticoncezionali...), cristiani coraggiosi e di fede profonda (Giuseppe Gozzini, don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci...), tra dure polemiche e focosi contrasti, hanno dimostrato che Gesù, pur non avendo adoperato i termini di nonviolenza e di obiezione di coscienza, ne ha gettato i semi nella cultura e nella storia del'umanità.

Il fondamento di un rapporto «mite», non violento, consiste nel sapere e volere distinguere la persona dalle sue convinzioni religiose, culturali, politiche. È ciò che ha fatto Gesù. Si oppone ai farisei con una durezza impressionante e li apostrofa con epiteti che per noi sarebbero parolacce da confessare. Però, li accoglie come persone. Giàiro, «uno dei capi della sinagoga», sicuramente appartenente alla «razza di vipere», ricorre a lui per la «figlioletta che è agli estremi». Gesù non gli fa ripetere la richiesta: va con lui subito, e sappiamo come finisce (Mc 5, 21-24; 35-43). Nicodemo, fariseo e «uno dei capi dei Giudei», preoccupato più di quello che avrebbero potuto malignare i suoi compari che del meritato riposo del Maestro, va da lui di notte. Viene accolto con cordialità (Gv 3, 1-21). Tra i suoi estimatori segreti, probabilmente intrattenutisi con lui in incontri riservati, c'era anche «un membro autorevole del sinedrio», che soltanto alla fine troverà il coraggio di uscire allo scoperto: Giuseppe di Arimatea (Mc 15, 43).

«Certo, lui era Gesù!», diciamo noi, dimenticando che non era un robot, ma un uomo vero, e che se andava a pregare di notte (Lc 6, 12), non lo faceva senza lo sforzo di rinunciare al sonno.

Però, come la mettiamo con la «frusta di cordicelle» con la quale ha scacciato i mercanti dal tempio? Piace immaginarle fondate sulle spalle dei malcapitati, mentre Gesù li rincorre tra i banchi rovesciati, le pecore e i buoi che scappano da tutte le parti, le monete che ruzzolano per terra e le colombe che volano in cielo. Il testo, però, dice che se ne serve per scacciare pecore e buoi, per gettare a terra il denaro e i banchi dei cambiavalute e le gabbie dei venditori di colombe, suscitando una misteriosa paura che scatena il fuggi fuggi. Alle persone si rivolge con le parole, non con la frusta.

Gesù è forte e duro con le «ideologie» e i comportamenti sbagliati. È mite con le persone. Il poveretto che, per l'intervento di Gesù, dopo trentotto anni di tribolazione nella piscina di Betzatà, se ne era andato via con le sue gambe e con il suo lettuccio sotto braccio, non doveva essere stato uno stinco di santo. Poco dopo essere stato guarito, infatti, Gesù lo «trova nel tempio» e gli dice: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Non sappiamo cosa avesse combinato, ma, non ritenendo Gesù la sua malattia una punizione per il peccato'', il suo malanno doveva essere stato la conseguenza di un comportamento sbagliato. Eppure Gesù lo cerca e lo guarisce. Stesso atteggiamento con l'adultera, salvata dalle pietre degli scribi e dei farisei. È colpevole, e Gesù non la ricopre con il buonismo mieloso dei nostri giorni, ma: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» (Lc 13, 14). Distinguere il peccato dal peccatore è il primo e più importante seme della nonviolenza.

La mitezza di Gesù è anche pazienza. La violenza è una scorciatoia che dà l'illusione di raggiungere immediatamente i risultati. Con uno schiaffo, il bambino non discute: esegue. Con la calma, il ragionamento, la convinzione, la pazienza, il bambino continua a fare ciò che vuole. Però, una volta convinto, si comporterà secondo la convinzione acquisita, anche senza il padre pronto a schiaffeggiare. Il bambino picchiato, al contrario, una volta sicuro di essere fuori minaccia, insisterà nel suo comportamento sbagliato. Con la pena di morte, il massimo della scorciatoia della violenza, ci si è illusi e ci si illude di risolvere il problema della delinquenza. È provato che l'aumenta e la incarognisce.

Con chi è paziente Gesù? Con la gente che lo segue, continuando a chiedere miracoli, ma soprattutto con i suoi discepoli. Fa di tutto per convincerli a non cercare di prevalere sugli altri, ma a essere pronti a sacrificarsi per loro, seguendo il suo esempio. Macché! Non lo capiscono, e non lo vogliono capire. Infatti, temendo che le spiegazioni non promettano niente di buono, non le chiedono (Mc 9, 32), e preferiscono continuare a discutere su «chi tra loro fosse il più grande». Gesù li lascia fare. Una volta arrivato in casa, si mette seduto, chiama intorno a sé i Dodici e ripassa la lezione: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». Per essere più chiaro, crea una scena. Prende un bambino, lo pone in mezzo a loro e, abbracciandolo, dice loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9, 33-37). Non basta nemmeno questo. Durante l'ultima cena, dovrà ricorrere al gesto scioccante della lavanda dei piedi, mettendoli di fronte a un impegno che, nonostante debolezze, incoerenze e inadempienze, non potranno più dimenticare: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13, 15).

E la pazienza con Giuda? Giovanni, il discepolo «che Gesù amava» (Gv 13, 23), il più duro nei confronti di Giuda, afferma senza mezzi termini che: «Era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» (Gv 12, 6). Figuriamoci se non aveva confidato a Gesù i suoi sospetti. Perché mai non l'avrà cacciato, se girava la voce che fosse un ladro? Perché conosceva il brano del profeta Ezechiele (Ez 33, 18,19), dove vengono rimproverati coloro che non trovano «retta la via del Signore» che accoglie chi si converte all’ultimo momento. Perché, fedele a una sua parabola, non voleva aspettare a separare il grano dalla zizzania (Mt 13, 24-30). Infatti, come non scorgere un ultimo accorato appello in quel «amico, per questo sei qui!» (Mt, 26-50), con il quale risponde al suo bacio nell'Orto degli Ulivi?

Che pazienza quella di Gesù! Nel grande e commosso dialogo dopo l'ultima cena, prevedendo il loro smarrimento, incoraggia i Dodici ad avere fede in Dio e in lui, assicurandoli che va a prepara-re un posto per loro nel luogo dove va, e del quale conoscono la via. Tommaso lo interrompe: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». E Gesù pazientemente: «Io sono la via, la verità e la vita». Poi riprende, ricordando loro che se hanno conosciuto lui, hanno conosciuto anche il Padre. Allora interviene Filippo per invitarlo a farla corta: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». E Gesù - chi di noi non avrebbe perso la pazienza? - mite: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre?» (Gv 14-19). Quando dovrebbero aver capito tutto, perché l'hanno visto risorto e ormai sta per tornare al cielo, «quelli che erano con lui» gli domandano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Gesù, questa volta, rinuncia a dare spiegazioni, affidandole allo Spirito Santo che il Padre avrebbe mandato nel suo nome (Gv 14, 26). La sua è la pazienza del regno di Dio, che è «come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4, 26-29). Nessuna impazienza può accelerare la crescita del seme. Può sol-tanto rovinarla. È quello che fa la violenza: non fa crescere, non fa migliorare. Distrugge. Per chi non si fida del Vangelo, c'è la storia dell'umanità a dimostrarlo.

La violenza punta sulla forza. La non violenza si affida alla forza delle idee. La prima si impone. La seconda si propone. Gesù afferma il suo messaggio, senza tentennamenti e incertezze: «Avete inteso che fu detto agli antichi... Ma io vi dico... » (Mt 5, 21). E il «Tu devi» sta dentro un «Se vuoi»: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). L’imperativo sta dentro una proposta. Questo è parlare chiaro! Il giovane di belle speranze, che se ne va via triste, perché troppo ricco, lo lascia andare: non sta all’imperativo!

Dei Vangeli ricordiamo con più facilità i discorsi, le parabole, i miracoli, tanto da immaginare che Gesù sia stato sempre nelle piazze a parlare e a guarire. In realtà sono numerosissimi gli accenni ai suoi dialoghi.

A parte quelli raccontati per esteso, come con Nicodemo (Gv 3, 1-21) e la Samaritana (Gv 4, 5-30), ci sono quelli con i suoi discepoli quando rientravano in casa lontano dalla folla, e con i farisei, gli scribi, i dottori della legge, gli erodiani, con i quali Gesù non rifiutava di parlare nonostante fosse evidente che volevano soltanto provocarlo e metterlo alla prova (Mt 22, 34-35). Un episodio è particolarmente interessante e significativo. È inverno, e Gesù sta camminando da solo nel portico di Salomone. I Giudei lo vedono e gli si fanno intorno con l'apparente intento di conoscere finalmente e apertamente chi egli è. Gesù li accontenta senza girare intorno, alla sua maniera: «Io e il Padre siamo una cosa sola». Essi non chiedono spiegazioni: raccolgono delle pietre per lapidarlo. Gesù prova a farli dialogare e ragionare: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Niente! Lo accusano di bestemmiare, e cercano di saltargli addosso per catturarlo «Ma egli sfuggì dalle loro mani». È bellissimo, perché non ricorre a risorse miracolose, ma alla sua destrezza umana (Gv 10, 22-39).

Gesù è veramente e profondamente «mite e umile di cuore», che non significa essere pusillanime. Perché la mitezza è l'arma dei forti, non il rifugio dei codardi. Pavidi sono i violenti, i buffi: forti in gruppo ma vigliacchi da soli. I miti e i nonviolenti, al contrario, non temono di essere soli e rimanere da soli. Meschini sono i violenti, sempre pronti a far soffrire gli altri. Forti sono i miti, i non violenti, disposti a soffrire per gli altri, e a lasciare anche il mantello a chi vuole la tunica, pur di dare sfiato alla violenza (Mt 5, 38-42); capaci persino di rinunciare al proprio orgoglio e al proprio benessere per il bene degli altri. Per tutti gli altri. Anche per quelli che ti crocifiggono. Come Gesù che «umiliò sé stesso» (Fil 2, 8) per la nostra salvezza.

Gesù è il vero uomo, perché soltanto le persone come lui costruiscono il bene, pazientemente, dialogando, pagando di persona. I miti sono le persone che vorremmo essere, che forse riteniamo di essere senza esserlo realmente. Sono le persone che vorremmo avere sempre accanto a noi.

 

 

 

 

 

 

 

4_Gesù misericordioso

 

La misericordia è un’azione, non solo il sentimento che spinge il cuore ad avere compassione della miseria altrui e a patire insieme a chi è in difficoltà. E la carta d'identità di Gesù, perché fotografa come ha reagito di fronte a ogni persona sofferente e a ogni situazione di dolore. I lebbrosi dovevano girare alla larga dai centri abitati, senza toccare nessuno e senza essere toccati da nessuno. Uno di loro va verso Gesù, che non solo lo lascia avvicinare, ma lo tocca (Mc 1, 41) e lo guarisce. Non era necessario. Altre volte aveva guarito con la sola parola, e addirittura a 'distanza, come il servo del centurione di Cafarnao (Mt 8, 5-13). Il lebbroso, invece, lo tocca, suscitando sicuramente il ribrezzo della folla e lo sdegno dei farisei, ma la consolazione del poveretto. Toccandolo, si mette al suo livello; gli «si fa vicino» (Lc 10, 34), come il samaritano della parabola, perché la misericordia non cade dall'alto, altrimenti si trasforma in commiserazione.

Gesù compie lo stesso gesto con la suocera di Pietro, che proprio nel giorno in cui aveva ospite quel Maestro del quale Pietro non finiva di raccontare, e per il quale stava trascurando la famiglia e il lavoro, è in preda a una grande febbre che le impedisce di assolvere i suoi doveri di ospitalità. Egli si avvicina e la fa alzare prendendola per mano. La febbre la lascia e lei può mettersi a servire (Mc 1, 31). Si comporta così anche con la figlia dodicenne di uno dei capi: le prende la mano e la fanciulla si alza (Mt 9, 24). Difficile trovare un modo più delicato e rispettoso per esprimere la compassione. Informato della tragica morte del Battista, forse per smaltire in solitudine il dolore per la triste fine del suo parente e precursore, vuole ritirarsi «in un luogo deserto, in disparte». Ma le folle, avendolo saputo, lo seguono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vede una grande folla, sente compassione per loro e guarisce i loro malati (Mt 14, 13-21). Sul far della sera, gli si avvicinano i suoi discepoli per invitarlo a mandare per tempo la folla a procurarsi da mangiare, preoccupati che il problema non ricada su di loro. Gesù risolve il problema non facendo cadere pagnotte e pesci dal cielo - sarebbe stato un fatto talmente clamoroso da essere raccontato in tutti i villaggi della Palestina - ma partendo da «cinque pani d'orzo e due pesci» messi a disposizione da un ragazzino (Gv 6, 5-13). «Cos'è questo per tanta gente?», avevano chiesto i discepoli di fronte a quella miseria? Eppure non soltanto bastarono, ma avanzarono. Come non pensare a ciò che accadrebbe se la misericordia ci spingesse a mettere a disposizione quel poco che abbiamo tutti ridistribuendolo? Gli affamati del mondo sarebbero saziati e ne avanzerebbe.

Purtroppo la nostra compassione non è «misericordiosa» e efficace come quella di Gesù, ma lacrimosa, sentimentale e sterile: «Poveretti, come fanno a vivere così? Ma perché i governi non fanno niente? Perché il Papa non vende i tesori del Vaticano?». Le povertà e le sofferenze più che commuoverci ci infastidiscono. Siamo come la «grande folla» di Gerico con i «due ciechi, seduti lungo la strada», che, «sentendo che passava Gesù», non la smettevano di gridare: «Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Chi di noi non si è trovato qualche volta a borbottare: «Saranno anche affamati, ma se imparassero a lavorare». Non così Gesù che si ferma, ha compassione, tocca loro gli occhi ed essi all'istante recuperano la vista (Mt 20, 29-34).

Quando la sofferenza è grande, la compassione di Gesù si fa più grande. A Nain incontra una vedova che accompagna alla sepoltura il suo unico figlio. Vedendola, il Signore è preso da grande compassione per lei. La consola, tocca la bara, riporta in vita il ragazzo, e lo restituisce a sua madre (Lc 7, 11-15). Senza che lei gli avesse chiesto niente. Ed ecco un'altra caratteristica di Gesù: la sua compassione non si fa pregare. Viene offerta. Un giorno, mentre insegna in una sinagoga, vede una donna curva che non riesce in alcun modo a stare dritta. La chiama a sé e: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Subito quella si raddrizza e glorifica Dio. E sabato, e i farisei presenti - chissà quanti le hanno sghignazzato addosso, prendendola in giro anche di sabato, forse anche quella mattina stessa - protestano, e il capo della sinagoga addirittura si sdegna. Il tipo, molto coraggioso, non se la prende, però, con Gesù, ma con i malati: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». Gesù lo zittisce, chiedendogli come mai non ha problemi a prendersi anche di sabato cura del suo bue o del suo asino (Lc 13, 10-16). Stessa premura, e sempre di sabato, verso il poveretto che abbiamo già incontrato nella piscina di Betzatà, e che abbiamo chiamato lo stacanovista della fiducia.

La misericordia di Gesù va a cercare anche le sofferenze nascoste nel cuore, come quella di Pietro. Durante l'ultima cena prima di andare al Monte degli Ulivi, Gesù confida ai suoi amici la tragedia che sta piombando su di lui, avvertendoli che sarebbero scappati come le pecore quando viene colpito il pastore (Mc 14, 27). Essi rimangono turbati e silenziosi. Pietro no. Figurati! «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gesù lo mette in guardia: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi» (Lc 22, 33-34). Conosciamo il seguito. L'apostolo, si fa effettivamente coraggio. Altroché! Sfodera la spada che si era portata interpretando alla lettera le parole del Maestro (Lc 22, 36), e taglia l'orecchio destro a Malco, un servo del sommo sacerdote, fortunatamente pronto a scansare la testa; poi segue la truppa a debita distanza, e, con la raccomandazione di Giovanni entra nella casa del sommo sacerdote (Gv 18, 10-15). Là dentro, però, preso di mira da una serva e dagli uomini seduti intorno al fuoco, il suo coraggio svanisce, e per tre volte nega di conoscere il prigioniero, e di fare parte del suo gruppo. Mentre, sempre più impaurito, impreca e giura: «Non conosco quest'uomo di cui parlate» (Mt 14, 17), un gallo canta tre volte. Preoccupato com'è a non farsi riconoscere, non ci fa caso, ma il Signore si volta e fissa lo sguardo su di lui. Pietro, allora, si ricorda della parola che il Signore gli aveva detto, e uscito fuori, piange amaramente (Lc 22, 54.62). È meraviglioso lo sguardo di Gesù che penetra dentro il suo amico. Non è un rimprovero, altrimenti Pietro si sarebbe disperato come Giuda. È misericordia. Questa non umilia, perché, mentre fa conoscere la verità di sé stessi, assicura che si può risalire da qualsiasi precipizio, perché c'è una forza pronta a tirarti su. Pietro non dimenticherà più quello sguardo. Dopo la risurrezione, quando Gesù gli chiederà: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?», per la terza volta come il canto del gallo, Pietro se la caverà in modo straordinario affidando la risposta alla misericordia del suo Maestro: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21, 15-17).

C'è la forza della misericordia anche nello sguardo di Gesù su Zaccheo (Lc 19, 1-10). L'uomo, ricco e potente, capo degli esattori della città, desidera vedere Gesù. Come mai? Chi gliene avrà parlato? Il Maestro è stato più volte in quella città. Forse in una di queste occasioni, il suo collega di Cafarnao, Matteo, gli aveva raccontato di come, dopo tanti colloqui a tu per tu con il Maestro, una mattina, comparendo davanti al suo banco delle imposte, gli aveva fatto rompere ogni indugio con quel deciso: «Seguimi» (Mc 2, 14). Sicuramente qualcuno gli ha riferito la stoccata sulla ricchezza: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19, 24). Sì, deve vederlo. Sa che sta attraversando la città. È l'occasione da non perdere. Ma non è facile: il suo mestiere e la sua statura gli sconsigliano di mescolarsi tra la folla. «Idea! Mi arrampico su quel sicomoro. Vedo tutto e nessuno mi vede». L'evangelista racconta: «Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo». Sicuramente, come accade sempre quando c'è una folla che si muove confusamente, alcune persone saranno arrivate sotto l'albero prima del Maestro, e accortisi dell'esattore avranno cominciato a sfogare con sfottò e insulti la rabbia che dovevano tenere repressa quando uno per uno, intimoriti e umiliati, sfilavano davanti al banco delle imposte. In quegli sguardi ostili e sdegnati l'uomo, ricco e potente, scopre chi veramente è: un poveruomo impaurito, odiato da tutti. Tra quei rami che non sono riusciti a nasconderlo, si dà del cretino per quella balzana idea di voler vedere un uomo che parlava male dei ricchi come lui.

Intanto il Maestro si avvicina e il piccoletto pensa: «Adesso sarò io la sua predica e il suo bersaglio». Invece Gesù, giunto sul luogo, alza lo sguardo e gli dice: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. Shock! Niente improperi, niente cattiverie, niente spunti per una predica contro i ricchi, ma lo sguardo di un amico che si invita a pranzo. E la sua vita si ribalta, diventando un canto alla forza e alla grandezza della misericordia: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Nessun rimprovero e nessuna condanna avrebbero ottenuto tanto. E a tanta bellezza, non può fare a meno di contrapporsi la bruttezza raggelante della durezza del cuore, della non misericordia. Tutti mormorano: «È entrato in casa di un peccatore!». E la stessa ottusità dei farisei in casa di Simone, quando una donna entra e si getta ai piedi di Gesù lavandoli con le lacrime, asciugandoli con i capelli e cospargendoli con il profumo che si era portata. Non si chiedono come mai quella donna ha trovato il coraggio di entrare, non invitata, in quella casa, dove sa di trovare disprezzo e condanna, per compiere quel gesto clamoroso di gratitudine. Non si domandano quale bene grande ha ricevuto da quel Maestro che evidentemente aveva conosciuto precedentemente. No. L'unico commento che sono capaci di esprimere è uno sprezzante: «È una peccatrice!» (Lc 7, 39).

Quante persone Gesù avrà incontrato e sanato e soccorso con la sua misericordia lungo i suoi viaggi, nelle ore lontane dalle folle, quando si fermava all'ombra nel picco del caldo, nelle sere d'inverno accanto al fuoco? Gli evangelisti non ce lo raccontano, ma ce lo lasciano intuire (Gv 21-25). Ci fa bene immaginare Gesù nei momenti più quotidiani, non raccontati dai Vangeli, perché ci aiuta a sentirlo più vicino alla nostra piccola vita di ogni giorno.

La misericordia di Gesù non è un insieme di gesti più o meno sporadici, ma un modo di vivere. La Beatitudine, infatti, non dice: «Beato chi compie opere di misericordia», ma: «Beati i misericordiosi», cioè coloro che hanno sempre il cuore aperto a ogni miseria, qualsiasi essa sia, e in qualsiasi momento essa chiami. Cosa significhi questo in concreto lo spiega magistralmente la parabola del samaritano (Lc 10, 30-37) con i verbi che raccontano il comportamento del protagonista. Il samaritano vede, come il sacerdote e il levita. Se non avessero visto, non sarebbero stati responsabili di quell'atto, ma di una colpa molto più grande: vivere con gli occhi chiusi sulla realtà. Il samaritano vede e si ferma, senza domandarsi chi sia o chi non sia, se un amico o un nemico. Ha compassione, si identifica con lui. Gli si fa vicino, non lo guarda dall'alto. Cura le sue ferite: fa tutto quello che può, con quello che ha a disposizione. Lo porta in un albergo, non lo lascia lì, ritenendo sufficiente ciò che ha fatto. Rimane accanto a lui finché può. Si preoccupa della sua guarigione completa, lasciando soldi all'albergatore. Sicuramente non era la prima volta che il samaritano si è comportato così: quel gesto scaturiva da una scelta di vita. La misericordia, infatti, non è un sentimento che funziona a targhe alterne, a seconda delle situazioni, dei propri stati d'animo, di come vanno in quel giorno gli appuntamenti o gli affari, del tipo di bisogno che viene richiesto. È possibile e autentica se nasce dalla convinzione consolidata che gli altri, qualunque sia il loro bisogno, meritano l'attenzione del nostro cuore, perché è giusto «portare i pesi gli uni degli altri» (Gal 6, 2).

Il buon samaritano è Gesù, misericordioso sempre e verso tutti come il Padre, che attende e accoglie a braccia aperte con una grande festa il figlio che ritorna, e che esce a supplicare il figlio maggiore che non vuole più entrare (Lc 15, 11-32). Questa è la misericordia che Gesù chiede quando raccomanda: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 3, 36). Questa è la misericordia che rende beati e fa trovare misericordia.

Gesù è uomo vero perché non passa mai oltre, ma vede, si ferma, condivide, soccorre coloro che sono feriti e incapaci di rialzarci da soli. Il suo amore è misericordioso perché agisce, non è solo un moto interiore. Se rimanesse tale sarebbe un’inclinazione senza verità, senza realtà, senza obbedienza alle reali necessità dell’amato. L’amore fa il bene dell’amato, con robustezza paterna e tenerezza materna prendendosi cura di lui provvedendo, generando, curando, dando nuove prospettive, nuove possibilità. L’amore di Dio è così, è un amore che sa di cosa sei fatto, quanto sei debole, perché sei caduto e a te provvede allontanandoti dalle tue colpe.

Il centro della misericordia è l’amato e il suo vero bene. Se resta solo l’amante è narcisismo, è estetica. Dio ci ama correggendoci quando ne abbiamo bisogno, consolandoci quando ne abbiamo bisogno, avallandoci quando ne abbiamo bisogno e mettendoci davanti dei muri se ne abbiamo bisogno. Lui sa di che cosa siamo plasmati, sa che senza di Lui non ce la facciamo. Come un padre corregge i suoi figli, e come una madre è sempre un “sì” per la nostra vita, qualunque cosa abbiamo combinato. E soprattutto Dio non si scoraggia mai e non molla la presa «… perché eterna è la sua misericordia».

Paternità che provvede, maternità che genera, la misericordia di cui parliamo è un’opera di Dio nell’uomo che implica l’assenso e l’adesione della persona umana. Le opere di misericordia sono attualizzazione della Carità, opera dello Spirito Santo in noi. Altrimenti non parliamo di opere di vita eterna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5_Gesù puro di cuore

 

Il significato biblico di cuore non corrisponde a quello corrente. Noi sappiamo che anche i sentimenti e le emozioni nascono e sono sotto il controllo del cervello. Le attribuiamo al cuore perché che ne accelerano il battito. Per gli ebrei era il cuore il centro di tutte le operazioni umane, cioè la coscienza stessa. A Salomone, che sceglie la saggezza invece della ricchezza o del potere, Dio promette: «Un cuore saggio e intelligente» (1Re 3, 12). Giobbe, quando afferma che il cuore non gli rimprovera nulla, intende la coscienza, come infatti traduce la nuova versione (Gb 27, 6). «Beati i puri di cuore», perciò non va riferito soltanto alla sfera dei sentimenti, rischiando do derive intimistiche, ma anche ai pensieri e ai comportamenti. Cioè a tutta la persona, impegnata a essere limpida e trasparente, dentro e fuori, senza dover nascondere niente.

Per persone così, Gesù manifesta la sua simpatia subito, quando inizia a scegliere gli amici più stretti: i Dodici. Nei suoi primi incontri, troviamo un particolare curioso e interessante. Sappiamo che agli evangelisti non interessano elementi narrativi - che a noi sarebbero piaciuti tanto! -, perciò quando raramente ne troviamo qualcuno, dobbiamo drizzare l'attenzione: è sicuramente importante, non per il gossip, ma per il messaggio. Ora, nei discorsi, nei dialoghi, nelle preghiere di Gesù non compaiono mai apprezzamenti e complimenti di tipo personale. Il «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona» (Mt 16, 17) è il riconoscimento di un dono del Padre. Gli elogi per la fede a vari personaggi, come il centurione (Mt 8, 10), non contengono riferimenti alle qualità personali. Uno però ce n'è, e perciò non può che essere significativo. Vediamolo! Intorno al lago di Tiberiade, Gesù prende i primi contatti con Giovanni e Andrea, discepoli del Battista, e tramite loro con i rispettivi fratelli: Giacomo e Pietro. Chiama poi Filippo e in maniera decisa gli dice: «Seguimi!» (Gv 1, 43). Questi, pieno di entusiasmo, cerca il suo amico Natanaele, e: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». L'amico - non c'erano ancora i campanili, ma il campanilismo sì - gli risponde: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Accetta comunque di andare a conoscerlo. Gesù, quando lo vede arrivare, esclama: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità!». Se questo non è un complimento! Così, infatti, lo intende Natanaele, che si lascia conquistare al suo seguito (Gv 1, 43-49). È sbagliato credere che con questa eccezione l'evangelista abbia voluto riferirci la simpatia di Gesù per persone senza falsità e comunicarci che ci vuole persone così? D'altra parte come potrebbe volere persone diverse da quello che ha predicato e testimoniato?

Seguiamolo nel suo comportamento con i Dodici, con le folle, con gli avversari, con le autorità, tenendo ben fisse nella mente le sue parole: «Sia il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno» (Mt 5, 36); e attentissimi a ricavare esempio e stimoli, consapevoli di quanto sia importante e urgente seguirlo, in una società nella quale la sincerità è merce rara, anche negli ambienti cristiani.

Con gli apostoli è attentissimo a stroncare illusioni sbagliate e false aspettative, comprensibilissime. Hanno lasciato la famiglia, il lavoro, il paese per seguire un uomo che dichiara di essere il Messia atteso da sempre, e addirittura il figlio di Dio che avrebbe inaugurato il regno dei cieli sulla terra, come non aspettarsi un posticino di riguardo e qualche vantaggiosa poltrona? Gesù è sempre attento e fermo a riportarli con i piedi per terra, preparandoli a non sognare posti di onore e ghiotte occasioni di guadagno, ma a diventare servitori di tutti. Li chiama a sé e dice loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10, 42-44). Riusciamo a immaginarlo un politico o un leader dei nostri giorni (ma di sempre!) che si comporta e parla così?

La prima moltiplicazione dei pani e dei pesci, un segno clamorosamente straordinario, suscita un tale entusiasmo che la folla vuole farlo re. Gesù lascia tutti e si ritira da solo sul monte. Immaginiamo che tempesta di interrogativi tra gli apostoli rimasti ad aspettarlo fino alla sera: «Se quando scende decide di accettare la proposta della folla? Dobbiamo essere i primi a saperlo». Gesù arriva, ma invece di comunicati e confidenze comanda loro di salire sulla barca per precederlo sull'altra riva (Gv 6, 14-15). Non ne vogliono sapere. Gesù deve costringerli: li «costrinse» (Mt 14,22). È l'unica volta che gli evangelisti attribuiscono a Gesù questo verbo, ed è l'unica volta che Gesù costringe altre persone a fare ciò che egli vuole. Ma qui ci voleva. Sapeva quanto sarebbe stato difficile far loro accettare che seguirlo non avrebbe portato vantaggi personali.

Altrettanto sincero e schietto è con le folle. Il giorno dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla, visto che Gesù e i suoi discepoli non erano più là, sale sulle barche e si dirige alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovano di là dal mare e, come se non lo sapessero, gli chiedono: «Rabbi, quando sei venuto qua?». Vogliono attaccare discorso in modo soft per arrivare a ciò che interessa: pane e companatico gratis. Gesù non si perde in convenevoli e li smaschera immediatamente: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati», cercando di spingerli alla comprensione di ciò che era accaduto il giorno precedente, parlando di cibo «altro», del quale il pane e i pesci sono soltanto un segno. Le folle sono deluse e molti cominciano ad andarsene. Pensiamo agli espedienti di bassa lega dei politici e degli show-man per trattenere e riacchiappare il loro pubblico.

Gesù no. Più la gente se ne va, più alza il livello di difficoltà delle sue parole, fino ad affermare: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo», affermazioni da autorizzare quelli che lo ascoltavano a pensare: «Questo è fuori di testa!». E c'è da capirli! Siamo portati a immaginare Gesù con l'aureola in testa e il volto luminoso. Non era così. Era in carne e ossa come noi. Supponiamo che un tizio, tale e quale a noi, ci dica di essere il vero cibo e la vera bevanda. Reagiremmo esattamente come loro: «Questo è pazzo!». E ce ne andremmo, sghignazzando e sbeffeggiandolo. Torniamo a Gesù, che, invece di attenuare il discorso per trattenerli, alza ancora l'asticella: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno». A questo punto la folla alza i tacchi e se ne va. Rimangono i discepoli che lo seguono non stabilmente, ma con una certa assiduità. Anche loro parlottano sconcertati: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù non li blandisce: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima?». Non rispondono, ma da quel momento - annota l'evangelista - molti se ne vanno e lo lasciano. Ora sono rimasti soltanto i Dodici, sbalorditi come tutti. Forse sperano: «A noi spiegherà che non intende dire che dobbiamo davvero mangiare il suo corpo e bere il suo sangue, ma che... ». Niente sconti: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6, 24-71). Non se ne vanno perché Pietro ha sempre il jolly nella manica: il dono di fidarsi di lui.

Sempre così: massima chiarezza e assoluta limpidezza. Sappiamo cosa sono disposti a fare i capipopolo per attirare e incantare le folle, per rimanere sulla cresta dell'onda e dei sondaggi. Gesù, al contrario - come annota l'evangelista Marco - quando vede che il seguito dei discepoli e della folla si ingrossa, mette i puntini sulle i: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). Non c'è che dire. È un modo molto originale di farsi propaganda.

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma all'interno sono pieni di avidità e d'intemperanza» (Mt 23, 25). Così, e anche con più durezza, grida Gesù contro i farisei, che non vogliono assolutamente schiodarsi dalla loro falsità, e manovrano ipocritamente per metterlo in difficoltà. Un giorno, ritengono di avere trovato il trappolone per metterlo ko: «Questa volta non ci scappa. O lo inguaiamo con il popolo, o con i romani». Si presentano con inchini e salamelecchi: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno... » (Mt 22, 16-18). Ci vuole altro per incantare Gesù. Sempre disposto, pazientemente, ad accogliere tutti, con gente così diventa spicciativo e brusco: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?». «Venite a farmi queste domande con le monete romane in mano?». E li mette all'angolo con la famosa risposta: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». «A queste parole», meravigliati, lo lasciano e se ne vanno, con la coda tra le gambe, ma decisi a tentare di nuovo l'assalto, anche a costo di invitarlo a pranzo, con la speranza, giocando in casa lontano dalla folla, di osservarlo da una posizione di vantaggio e di renderlo più malleabile. Ma non gli va bene nemmeno questo espediente.

Ospite di un fariseo, Gesù entra in casa e si mette a tavola senza fare le abluzioni di rito. Certo che come provocatore... Il fariseo si meraviglia, ma Gesù non si scusa, anzi approfitta per una sonora lezione: «Voi farisei pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti!» (Lc 11, 37-41). Un'altra volta, di sabato, un capo dei farisei lo invita a pranzo con l'intenzione dichiarata di metterlo sotto accurata osservazione. Infatti, guarda caso, proprio davanti a lui è sistemato un malato di idropisia. È chiaramente una sfida: «Vediamo se osa violare il sabato anche in casa di un pezzo grosso». Gesù non la evita, e parte all'attacco, chiedendo «ai dottori della Legge e ai farisei: È lecito o no guarire di sabato?». Presi in contropiede, restano muti come pesci (Lc 14, 4). Allora, prende per mano il malato, lo guarisce e lo congeda. Il malato se ne va. Quindi non era lì per mangiare. L'avevano portato per provocare. I farisei e i dottori della legge, imbarazzati e sdegnati, continuano a tacere. Gesù li stuzzica: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». Silenzio! L'evangelista annota che «non potevano rispondere nulla a queste parole». Così Gesù, invitato per essere osservato, capovolge la situazione, mettendosi a osservare gli invitati che, cercando di accaparrarsi i posti migliori, gli offrono l'occasione per un'altra bella lezione: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: "Cedigli il posto!". Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: "Amico, vieni più avanti!". Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali». E, per finire, lascia al padrone di casa un promemoria: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato per-ché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (Lc 14, 1-14). Non sappiamo se il capo dei farisei abbia seguito il consiglio, ma possiamo scommettere che non l'ha più invitato a pranzo.

La sua sincerità tocca il livello massimo di fronte alle autorità. Al sommo sacerdote che davanti al sinedrio, ipocritamente accorato, gli chiede: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio», senza tentennamenti risponde: «Tu l'hai detto» (Mt 26, 63-65). Davanti a Pilato, che ironicamente lo interroga: «Dunque tu sei re?», senza ricorrere a timide mezze verità che avrebbero potuto salvargli la vita, afferma: «Tu lo dici: io sono re» (Gv 18, 37). Un Maestro così non poteva non chiedere ai suoi discepoli di essere puri di cuore.

Una delle autoaffermazioni più frequenti che capita di sentire è: «Ho tanti difetti, ma una dote ce l'ho. Dico sempre quello che penso». In effetti non mancano le persone che dicono quello che pensano, senza preoccuparsi né dell'opportunità, né della buona educazione. Il guaio è che spesso queste persone non pensano quello che dicono. La purezza di cuore di Gesù - quella richiesta dalla beatitudine -non ha niente a che vedere con questa. Essa scaturisce dalla perfetta sintonia con il cuore del Padre. È Gesù a rivelarlo: «Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5, 30); «anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato» (Gv 8, 16); «io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30). Egli è puro di cuore perché guarda la realtà con gli occhi del Padre, perciò non confonde il male con il bene, non scambia la pagliuzza con la trave (Mt 7, 3); non pulisce l'esterno del bicchiere, lasciando sporco ciò che contiene (Mt 23, 25); non scambia le tradizioni umane con i comandamenti di Dio (Mc 7, 6-13); non vede il male nelle creature e in tutto ciò che entra nell'uomo, ma nelle impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza, che escono dal suo cuore (Mc 7, 14-23). Il suo parlare era: «Sì, sì», «No, no» (Mt 5, 36), perché non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì» (2Cor 1, 19), al di fuori ogni possibilità di lasciarsi offuscare la vista e inquinare il cuore dal diavolo, il «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8, 44), che infatti da subito lo aveva identificato come la sua rovina: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?» (Mc 1, 24). Puri di cuore, perciò non lo si è per carattere, o per sfrontatezza, ma per la decisione di vedere le cose, la vita, il mondo con il cuore di Dio, così come ce l'ha rivelato il cuore di Gesù, diventando, come lui, persone «sì». Dove attingere questa forza per la bonifica continua del cuore, in modo da rendere la nostra vita tutta luminosa, «senza avere alcuna parte nelle tenebre», così da essere tutti nella luce, come una lampada che «illumina con il suo fulgore» (Lc 11, 36), per essere, almeno un po', «luce del mondo», e vivere come una lampada messa sul candelabro in modo che «faccia luce a tutta la casa»? (Mt 5, 15). La luce può provenire soltanto dalla luce: Gesù. È egli stesso a rivelarlo alle folle negli ultimi giorni della sua vita: «Mentre avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce» (Gv 12, 36). Le folle ce l'avevano lì e non l'hanno saputo accogliere. Noi la possiamo attingere dalla sua parola. Non rischiamo di fare lo stesso tragico errore dei farisei. San Paolo ci ammonisce: «Ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce» (Ef 5, 8).

Gesù è uomo vero, perché in lui non c'è falsità e inganno, perché non confonde il male con il bene e ha nella bocca ciò che ha nel cuore. I puri di cuore sono le persone che vorremmo essere, e che forse riteniamo di essere senza esserlo realmente. Sono le persone che vorremmo avere sempre vicino e intorno a noi, invece di coloro dei quali non sai mai se fidarti. Il Vangelo ci fa scoprire ciò che il nostro cuore desidera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6_Gesù perseguitato a causa della giustizia

 

La giustizia della quale la Beatitudine invita ad avere fame e sete, anche a costo di affrontare persecuzioni, è quella comunemente definita: dare a ciascuno il suo? Sì, a patto che a stabilire ciò che ciascuno deve avere sia Dio. Perché se sono altri uomini a stabilirlo succede quello che è sempre accaduto nel corso della storia e che anche oggi è sotto gli occhi di tutti: sono tantissimi coloro che non avendo niente, non hanno diritto ad avere niente. La giustizia della Beatitudine è la volontà di Dio che tutti gli uomini e le donne, creati a sua immagine, senza eccezione, possano godere, non a parole ma a fatti, della dignità di suoi figli e di tutto ciò che questa dignità salvaguarda: il diritto alla libertà, alla salute, all'istruzione, a un decoroso livello economico. È di questa giustizia che Gesù ha avuto fame e sete, difendendo coloro che nella società del suo tempo - molto diversa dalla nostra dal punto di vita dell'organizzazione sociale e statale -, ne venivano più o meno pesantemente privati: i peccatori, gli impuri, i lebbrosi, le donne, i bambini, e naturalmente i poveri.

Se noi, pubblicamente, chiamassimo qualcuno peccatore, rischieremmo una denuncia per diffamazione. Non era così nella società giudaica del tempo di Gesù, dove alcune persone potevano essere indicate come peccatrici, perché il peccato non era, come per noi, un fatto interiore che soltanto Dio è in grado di valutare, ma la trasgressione alla legge mosaica: il riposo sabbatico, le abluzioni, le offerte al tempio, le frequentazioni con luoghi e persone considerati impuri..., tutte norme esteriori ben visibili. Gesù, non accettando questo modo di pensare, contesta questa situazione. E lo fa anche provocatoriamente, ignorando le abluzioni, guarendo i malati di sabato, permettendo ai discepoli azioni proibite in questo giorno, mangiando e bevendo insieme ai peccatori. I pubblicani, essendo collaboratori dei pagani per la raccolta delle tasse, erano peccatori conclamati, anche se, per ipotesi, fossero stati onesti e discreti nel ritagliarsi lo stipendio dalle tasse raccolte. Gesù non evita neanche costoro, anzi ne sceglie uno come apostolo: Matteo. E quando l'esattore festeggia la sua decisione di lasciare il banco delle imposte con un pranzo, insieme ai molti colleghi e amici partecipa anche Gesù. I farisei protestano, sfogandosi con i discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li sente e li bacchetta: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9. 9-13).

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Allora Gesù considerava malati i pubblicani e i peccatori, e sani i farisei? Tutt'altro. Per lui tutti erano bisognosi di conversione. Accetta i «malati» pubblicani e peccatori, perché si riconoscono tali, lo ascoltano e molti lo seguono. I «malati» farisei, al contrario, non vogliono ammettere di esserlo, perché hanno «l'intima presunzione di essere giusti» e disprezzano gli altri. Gesù ne mette in ridicolo la supponenza con la parabola del fariseo e del pubblicano nel tempio (Lc 18, 9-14). Il primo, in piedi e impettito, si rivolge a Dio, dichiarandosi a posto davanti a lui: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Al secondo, consapevole di non poter rispettare la Legge, perché il lavoro lo costringe a collaborare con i pagani e a ricavarsi lo stipendio a spese della povera gente, con gli occhi bassi, si batte il petto e: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». I farisei, e con loro gli scribi, reagiscono rabbiosamente, anche perché Gesù non li combatte in modo politicamente corretto, ma in maniera dura e quando ha intorno la folla: «Guardatevi dagli scribi, che vogliono passeggiare in lunghe vesti e si compiacciono di essere salutati nelle piazze, di avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti; divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere» (Lc 20 46-47). Per la loro boria è come masticare puntine da disegno. Perciò le inventano di tutte per farlo tacere. Ma più insistono, più Gesù alza il tono e la forza della denuncia: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma all'interno sono pieni di avidità e d'intemperanza» (Mt 23, 23-25). Stigmatizza, poi, come autentiche bestemmie le loro strumentalizzazioni della tradizione religiosa per aggirare i comandamenti di Dio, come nel caso del korbàn (offerta), consistente nell'offrire a Dio (cioè al tempio, cioè ai sacerdoti, per poi magari fare fifty-fifty) i beni destinati ad aiutare i genitori, dispensandosi dal dovere di assisterli (Mc 7, 8-13). Svergognati così platealmente e duramente, scribi e farisei lo spiano, inviano dottori della Legge e provocatori per coglierlo in fallo e poterlo denunciare alle loro autorità e al potere del governatore romano (Lc 20, 20), e studiano tutte le strategie possibili per diffamarlo, trattandolo da «indemoniato e fuori di sé» (Gv 10, 20), da «mangione e beone» (Mt 11, 19) e, «per farlo morire» (Mt 12, 14).

Gesù combatte anche l'ingiustizia consistente nella convinzione che le malattie e le disgrazie siano punizioni di Dio per i peccati. Mica scomodo pensarla così! Se ciechi, storpi, sordi, lebbrosi sono tali per volontà di Dio, non si può andare contro la sua volontà? Bisogna lasciarli così, e magari ricoprirli di disprezzo, come dimostra la reazione sprezzante dei farisei al cieco risanato, che chiede loro come mai costui considerato peccatore per averlo guarito di sabato, può compiere opere che solo Dio può compiere. Gli gridano inviperiti: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?» (Gv 9, 34). Anche i suoi discepoli la pensavano allo stesso modo, infatti, incontrando il cieco, avevano chiesto a Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». La risposta di Gesù era stata secca e categorica: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 8, 3).

Non era facile sradicare questa convinzione, che scaturiva e scaturisce dentro al cuore degli uomini. Anche nel nostro. Quante volte mi sono sentito dire: «Perché Dio mi ha fatto questo? Eppure io non faccio del male». Cosa rispondere? Mai come moralisti e predicatori superficiali che rendono l'interrogativo più penoso: «È la volontà di Dio che non possiamo comprendere - intanto loro l'hanno compresa! -, e che dobbiamo accettare in sconto dei peccati, nostri e di tutti». Quando la risposta non c'è è inutile inventarsela. L'unica risposta seria è invitare a fidarsi e affidarsi al suo amore di Padre, nella certezza che non è lui a mandarci sofferenza e disgrazie. Ce l'ha garantito Gesù, l'unico autorizzato a far conoscere i pensieri e il modo di agire di Dio, non girando la Palestina per distribuire malattie, disgrazie e morte, ma per confortare coloro che ne erano colpiti, rivelando che anche nelle sofferenze si manifestano le opere di Dio. Come questo avvenga lo capiremo soltanto quando vedremo Dio «faccia a faccia» (1Cor 13, 12).

Un episodio getta un po' di luce sull'argomento. Durante una delle frequenti sollevazioni contro i romani, Pilato era intervenuto duramente, facendo strage di rivoltosi, probabilmente rifugiatisi nel tempio, illudendosi che i soldati non avrebbero osato entrare. Gli chiedono se una fine così atroce fosse stata una punizione per i loro peccati? Gesù risponde: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Rafforza il suo pensiero, commentando un altro fatto di cronaca: «Quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 1-5).

«Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Queste parole di Gesù chiudono un problema, ma ne aprono un altro: «Che relazione c'è tra la strage di Pilato, il crollo della torre e la conversione?». Per rispondere bisogna superare una visione del peccato e della conversione molto vicina a quella farisaica. È vero che il peccato è un atto contro Dio, come confessa Davide: «Contro di te, contro te solo ho peccato» (Sal 51, 6), ma offende Dio perché offende l'uomo. Il re ha offeso Dio, ingannando e facendo uccidere un suo soldato. Offendiamo Dio perché respingiamo la sua parola che ci chiede di rispettare noi stessi, gli altri, la natura. Domandiamoci: quei Galilei rivoltosi avevano agito da saggi o da dissennati? Quella torre era stata costruita bene, oppure maldestramente e con materiale scadente? Quei diciotto avevano dato importanza alle crepe ben visibili, oppure non se ne erano curati?

Gesù ha dedicato gran parte del suo tempo a guarire e a consolare quelli che erano nel pianto, combattendo anche le deformazioni della religione che contribuivano a creare sofferenze, come nel caso dell'impurità, che colpiva particolarmente i lebbrosi, veri e propri morti viventi per la legge mosaica: «Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: "Impuro! Impuro!". Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento» (Lv 13, 45-46). Immaginiamo che vita era la loro. Proprio a questi malati Gesù dedica particolare attenzione. Per Marco, uno dei primi segni di Gesù è la guarigione di un lebbroso, che lo implora in ginocchio: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Gesù non solo lo guarisce, ma prima lo tocca, come abbiamo già raccontato, trasformando questi supposti testimoni viventi delle punizioni di Dio in segno privilegiato della sua misericordia. Infatti, quando i discepoli del Battista gli chiedono se è il Messia, oppure devono aspettarne un altro, Gesù inserisce la purificazione dei lebbrosi tra i segni che la sua opera messianica è iniziata (Lc 7, 22). E il «purificate i lebbrosi» consegnato ai discepoli sarà la garanzia che la salvezza continuerà con loro».

L'inferiorità della donna, in via di superamento soltanto nell'ultimo secolo in un piccolo gruppo di Paesi, è attribuita da tanti al cristianesimo e perciò al suo fondatore. Questa convinzione ignorante trova, purtroppo, una giustificazione nel fatto che i discepoli di Gesù si sono lasciati risucchiare da culture e comportamenti contrari al suo insegnamento, alla sua pratica. É innegabile, infatti, che le istituzioni ecclesiastiche abbiano disatteso la parità tra maschi e femmine, anche se nonostante questa cecità, nel corso della storia molte donne sono riuscite ad affermare nella Chiesa la loro dignità e la loro personalità. Basti pensare a Teresa d’Avila o a Caterina da Siena.

Gesù non soltanto ha accettato le donne tra la folla che ascolta i suoi insegnamenti - presenza che i maestri del tempo non gradivano -, ma le ha accolte nel gruppo ristretto dei suoi seguaci - tanto che uno dei discepoli di Emmaus può dire: «Alcune donne, delle nostre» (Lc 24, 22) - senza nessun filtro per le loro condizioni sociali e le loro storie personali. Accanto a lui e ai Dodici, c'erano, come già raccontato, «alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni» (Lc 8, 2-3). La moglie dell'amministratore di Erode, una nobildonna diremmo noi, stava insieme a Maria Maddalena, cosa che anche oggi sarebbe sorprendente. Quest'ultima, personaggio affascinante che continua ad accendere la fantasia di romanzieri e registi, chiamata Maddalena perché proveniente da Magdala, è stata identificata dai pittori e dalla pietà popolare con la peccatrice che onora Gesù in casa del fariseo Simone", e anche con la sorella di Marta e di Lazzaro che a Betania sparge un profumo prezioso sui piedi di Gesù, suscitando le proteste di Giuda". In realtà non ha niente a che vedere con le altre due. Luca la inserisce tra le donne «guarite da spiriti cattivi e da infermità», distinguendola, come Marco (Mc 16, 9), per la pesantezza della sua situazione - da lei «erano usciti sette demòni» - che l'ha fatta immaginare come una super prostituta. I Vangeli non ci autorizzano a pensarla così. Siccome per gli ebrei tutte le sofferenze erano attribuite ai demòni, e il sette significa la completezza, si può supporre che più disgraziata di così non avrebbe potuto essere. Cosa le sarà accaduto? Scelte sbagliate? Errori gravi? Malattie pesanti? Disgrazie familiari? Non lo sappiamo. Sicuramente Gesù l'aveva liberata da una situazione gravissima. Tornata «nuova», si era unita al suo gruppo, mettendo a disposizione i suoi beni. Gesù li avrebbe accettati se fossero stati il provento del mestiere? Provenendo da Magdala - città sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade, fiorente per un grande porto, per l'attività della tintura delle stoffe, per le fabbriche tessili, per la salatura del pesce ai fini della conservazione - sarà stata un'imprenditrice come la Lidia degli Atti degli Apostoli? (At 16, 4). Certa è la sua personalità forte e coraggiosa. Rimane sotto la croce quando tutti gli apostoli, eccetto Giovanni (Gv 19, 25), se la danno a gambe; non si sposta dal sepolcro vuoto, mentre le altre donne vanno via impaurite, diventando la prima testimone della risurrezione (Gv 20, 1). Entrata nell'affetto e nella venerazione dei cristiani, venne considerata tanto importante che uno dei vangeli apocrifi fu attribuito a lei per acquistare autorevolezza. Chi non fosse convinto di come Gesù ha accolto le donne legga ciò che scrive l'evangelista Giovanni: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11, 5). Amava... Un'affermazione talmente forte che le precedenti traduzioni attutivano con «voleva bene». La verità è che il rapporto di Gesù con le donne è stato talmente innovativo che gli stessi cristiani non hanno saputo comprenderlo e seguirlo. Se le donne erano trattate ingiustamente rispetto agli uomini, le vedove erano vittime predestinate dei parenti e dei potenti, come rimprovera Gesù agli scribi: «Che divorano le case delle vedove» (Mt 12, 40).

Una parola va detta anche sui bambini, che nella società del tempo, come le donne, non contavano (Mt 14, 21). Gesù contesta anche questa ingiustizia. Non parla ai bambini - né tanto meno solo ai bambini, come purtroppo rischiamo di fare noi - ma, nonostante il fastidio provato dai suoi discepoli (Mt 19, 13), permette che siano presenti ai suoi discorsi, e che gli siano portati dalle mamme per una carezza e una benedizione. Non li catechizza, non insegna loro le formule della fede. Li accoglie e li prende in braccio, proponendoli come modello di fede: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3). Che non è un invito a rimanere bambini, ma a riconoscere che senza il Padre la nostra vita non ha consistenza. Gli orfani seguivano inevitabilmente la condizione di precarietà e d'ingiustizia delle loro madri rimaste vedove.

Gesù combatte ogni situazione d'ingiustizia perché è giusto, perché la sua visione della vita corrisponde esattamente al progetto del Padre. L'evangelista Giovanni lo definisce: «Gesù Cristo, il giusto» (1Gv 2, 1). L'impaurito Anania, mandato a riaprire gli occhi a Saulo, gli parla così: «Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto né udito» (At 22, 14-15).

Pietro, dopo aver guarito lo storpio, rimprovera gli «uomini di Israele» con queste parole: «Voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino» (At 3, 14). Misteriosamente, nel corso del processo, la moglie di Pilato gli aveva mandato a dire: «Non avere a che fare con quel giusto» (Mt 27, 19). E it centurione sotto la croce esclama: «Veramente quest'uomo era giusto» (Lc 23, 47). Gesù non reclama la giustizia, come troppo spesso si fa e si sente fare. La vive e la vuole per tutti, affrontando a suo rischio e pericolo le ingiustizie e i responsabili delle stesse. È ciò che chiede a coloro che vogliono seguirlo, con i peccatori, gli impuri, le donne, le vedove, i bambini e gli orfani di oggi.

Gesù è uomo vero, perché è giusto e impegnato a creare giustizia. E come tutti dovremmo essere invece di limitarci a lamentare e condannare l'ingiustizia, la corruzione, il malaffare. Gli affamati e assetati della giustizia sono le persone che vorremmo presenti dovunque viviamo o si decide per noi. Il messaggio del Vangelo non è un peso ma la soluzione dei problemi che ci affliggono.

 

 

 

 

 

7_Gesù operatore di pace

«Re della pace» è uno dei titoli più gettonati di Gesù nelle preghiere e nelle prediche, quindi chiedersi se Gesù ha messo in pratica il «beati gli operatori di pace» potrà sembrare inutile e perfino di cattivo gusto. Pazienza! Andiamo a verificare ugual-mente, partendo da alcune sue affermazioni, che forse non sempre le preghiere e le prediche tengono nel dovuto conto. La più importante è nel discorso-testamento, che Gesù pronuncia durante l'ultima cena, prima di recarsi al Monte degli Ulivi: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27). Nelle sue parole, c'è una distinzione netta tra la sua pace e quella del mondo, che invita a evitare considerazioni affrettate, e a riflettere su altre sue non tranquille affermazioni: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10, 34); «pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12, 51).

Cos'è la pace del «mondo», cioè dell'umanità che rifiuta il suo creatore? Nell'accezione più comune è la mancanza di fastidi, la vita tranquilla, magari meschina, ma tranquilla. Le sue motivazioni: lasciamo le cose come stanno, sennò viene peggio; meglio non impicciarsi altrimenti ci si mette nei pasticci; io mi faccio i fatti miei, gli altri si arrangino. La pace di Gesù non è sicuramente questa. Lo testimonia la sua vita, tutt'altro che tranquilla e rinunciataria. Venuto per cambiare la realtà, lo ha fatto ogni giorno, con energia, consapevole delle contrarietà e dei contrasti che gliene sarebbero venuti. Ha avvicinato, toccato e frequentato le persone considerate impure; contestato il riposo del sabato, la legge più solenne dell'ebraismo, quando si rivelava contraria al bene delle persone gravemente malate, come la donna curva, il malato di idropisia, il cieco nato, il paralitico da trentotto anni; oppure semplicemente impedite di assolvere l'ospitalità, come la suocera di Pietro; o soltanto in crisi di fame come gli apostoli, quando per placare lo stomaco, passando fra i campi di grano, «coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani» (Lc 6, 1). Questo perché: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!» (Mc 2, 27). La persona prima di tutto! Questo è il copyright della fede cristiana. Non dovremmo dimenticarlo mai.

La pace del mondo è anche darsi da fare, ma per guadagnarsi tranquillità e sicurezza a sé stessi, o tutt'al più alla propria famiglia, faticando per assicurarsi l'amicizia e la protezione dei potenti, che: «Magari bisogna ungerli un po', però possono far comodo. Non si sa mai!». Gesù ha sempre evitato questa pace, affrontando a viso aperto i pezzi grossi del suo tempo: capi del popolo, scribi, farisei, sadducei, sia quando gli si opponevano frontalmente: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?» (Mt 2, 24); «con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?» (Mt 21, 23); sia quando cercavano di ingraziarselo con inviti a pranzo, che accettava, ma per smascherare e stigmatizzare i loro comportamenti: lo scarso senso di ospitalità (Lc 7, 44-46); la ricerca dei primi posti e gli inviti per interesse (Lc 14, 7-14).

Pace secondo il mondo è «la pace di Roma», di tutti gli «imperi» antichi e moderni: superpotenze militari, economiche, massmediali, culturali. È la pace del: «Chi è più forte comanda», e del: «Buoni! Altrimenti ci arrabbiamo».

Non è certamente questa la pace di Gesù. Egli non ha promosso cortei o rivoluzioni contro il sinedrio e i romani, ma ha praticato e indicato le armi per combattere la pace del mondo in tutte le sue espressioni: il servizio e il perdono.

Tutte le guerre, dai livelli più bassi (famiglia, condominio, ambienti del lavoro, gruppi, associazioni...) ai più alti (partiti, sindacati, organizzazioni economiche, governi, stati...), scoppiano perché qualcuno vuole comandare sugli altri. Questo fine può essere raggiunto se gli altri hanno paura e si sottomettono perché non sono in grado di reagire e contrapporsi se c'è chi ritiene di avere forze sufficienti per rovesciare la situazione, parte la guerra. così che la vita diventa un campo di battaglia.

Gesù è chiarissimo nell'analisi della situazione e nella proposta alternativa: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20, 24-27), «come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20, 20).

Come questa proposta può scendere nella pratica lo spiega Paolo: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso. Ciascuno non cerchi l'interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 3-8).

Gesù, che conosce «quello che c'è nell'uomo» (Gv 2, 25), è consapevole che la sua proposta cozza contro il peccato originale, perché si è fatto carne proprio per rimediare l'insidia del serpente: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3, 4-5). Egli stesso l'ha dovuta fronteggiare nel deserto (Mt 4, 8-10), e rintuzzare ogni giorno nei suoi dodici amici. Andando verso Cafarnao, Gesù rivela loro apertamente che sarà consegnato nelle mani degli uomini e ucciso. Essi non capiscono le sue parole, e non vogliono capirle. Infatti, come noi, quando temendo un esito sgradito, non abbiamo il coraggio di leggere re il risultato delle analisi cliniche, hanno paura di chiedere spiegazioni, e continuano a parlottare tra loro. Gesù li lascia continuare, ma quando è in casa, chiede loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Essi tacciono. Bellissimo! Le future «colonne» (Gal 32, 9) della Chiesa si comportano come ragazzini che hanno combinato una marachella: «Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande». Allora Gesù, sedutosi - questi spiragli di vita quotidiana che gli evangelisti lasciano soltanto intuire sono fantastici - chiama i Dodici e dice loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti. E, preso un bambino, lo pone in mezzo a loro e, abbracciandolo, dice loro: "Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”» (Mc 9, 30-37).

Per convincere i Dodici ad abbandonare la ricerca dei primi posti non bastano nemmeno le dichiarazioni esplicite: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà» (Mt 20, 18-19). Più chiaro di così! Macché! I figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, non essendo semplici pescatori, ma piccoli impresari - come si può dedurre dai garzoni al loro servizio (Mc 1, 20) -, perciò più meritevoli degli altri, mettono in mezzo la madre per una raccomandazione. Figuriamoci se lei non si presta. Prende da parte Gesù, e: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Modesta! Gesù non risponde a lei, ma ai due furbacchioni che lì vicino aspettano di sapere come sarebbe andata: «Voi non sapete quello che chiedete!». I due, anche non sapendolo, affermano di saperlo, purché il posto sia assicurato. E gli altri dieci? Resisi conto del tentativo di sorpasso, si «sdegnano» con i due fratelli (Mt 20, 17-24). Allora Gesù ripete pazientemente la lezione. Ma niente da fare. Per intaccare almeno un po' le loro aspettative di gloria, nell'ultima cena laverà i loro piedi come fosse il più umile servo della casa, ammonendoli: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiama-te il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13, 12-15). Essi lo impareranno faticosamente a loro spese, e i loro successori, soprattutto quelli graduati la gerarchia - faticheranno molto a rispettare la consegna: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato» (Mt 23, 2-12). Sostituiamo la cattedra di Mosè con altre cattedre e non servono commenti. E i titoli: «maestro», «padre», «guide» da evitare? Sostituiti con altri molto più... umili: santità, eminenza, eccellenza, arcivescovo, arciprete, monsignore, prevosto..., accompagnati - sempre umilmente! - da vestiti di porpora, bottoni rossi, cappelli, sottocappelli, e scarpe con fibbie.

Ascolto la protesta: «Perché criticare queste cose? Sono sciocchezze! Le cose importanti sono altre». Se fossero sciocchezze, sarebbero state abbandonate da tempo, anzi, non sarebbero nemmeno comparse. Il guaio è che queste esteriorità sono un cedimento subdolo della ricerca di potere, che, partendo dalle cosucce e dai piccoli privilegi, portano alle grandi divisioni e micidiali contrapposizioni. Pensiamo alla divisione tra le chiese, tra i gruppi, tra le associazioni. Nell'ultima Cena, Gesù ha rivolto al Padre un'accorata preghiera: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 20-21). Questa preghiera ancora non è stata esaudita. Pensiamo quanto è potente il sibilo del serpente tentatore. Per fortuna ventate di Spirito Santo investono ogni tanto la Chiesa, abbattendo strutture di potere che sembravano indispensabili, e che invece, cadendo, sprigionano nuove e insperate energie. Vedi la fine dello Stato Pontificio.

Gesù non era un sognatore. Sapeva che il suo messaggio non avrebbe portato magicamente la pace, ma che, al contrario, avrebbe provocato nuovi motivi di contrasto: «Si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12, 53). Era necessario, perciò, che i suoi discepoli fossero mandati «come pecore in mezzo a lupi» (Mt 10, 16), per fungere da sfiato all'aggressività e alla violenza, con l'unica arma capace di ammansire i lupi: il perdono «settanta volte sette» (Mt 12, 22): il perdono sempre. Anche se l'altro non fa niente per meritarlo. Anche se l'altro potrebbe approfittarsene. Anche se l'altro non dà segni di conversione. Cioè il perdono testimoniato da lui sulla croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).

È umanamente possibile questo perdono? Noi al massimo, come Pietro, mettendocela tutta, potremmo riuscire ad arrivare fino a «sette volte» (Mt 18, 21)? Diventa possibile soltanto con la convinzione che, per quanto gli altri possano essere in debito con noi, si tratta sempre di cento denari, rispetto ai diecimila talenti che noi dobbiamo a Dio (Mt 18, 23-35). Senza questa spada portata da Gesù, le preghiere, le marce, le bandiere con la colomba, gli slogan poetici o violenti, le dichiarazioni solenni diventano un'illusione. Non per nulla Gesù l'ha posto come condizione per ricevere il perdono del Padre: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 12); e per presentarsi all'altare: «Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5, 23-24). Se prendessimo alla lettera queste parole, durante la messa sarebbe un fuggi fuggi, a cominciare dal sacerdote. Rimaniamo lì fisicamente, ma, spiritualmente, corriamo a far pace con tutti quelli che possono avere qualcosa contro di noi, e con quelli con i quali abbiamo dei conti in sospeso. C'è un gesto che ce lo ricorda: il segno della pace. Valorizziamolo, rendendolo sempre più vero ed efficace, senza temere i cristiani «da salotto», che lo considerano un pericolo per la sacralità della liturgia, dimenticando che essa, come il sabato, è fatta per l'uomo e non viceversa.

 

Ora, alla fine del nostro percorso, abbiamo capito che le Beatitudini non sono per raggiungere il Regno ma per viverlo, come granello di senape (Mt 13, 31) che cresce verso la pienezza dell’albero, come lievito (Mt 13, 33) che fermenta la realtà verso la sua piena realizzazione

Questo essere lievito e granello di senape può essere vissuto soltanto se, nonostante gli insulti e le persecuzioni, viene compreso non come una pena da sopportare, ma come un tesoro nascosto (Mt 13, 44), e una perla di grande valore (Mt 13, 46) per le quali vale la pena di dare via tutto. A Pietro – e a noi – Gesù lo spiega così: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo – questo significa vivere le Beatitudini, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Mc 10, 29-30).

È davvero possibile vivere così? Si, nella consapevolezza che «ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18, 27).

 

 



[1] Ungaretti, poesia composta nel luglio del 1918.

 

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