Un tratto amichevole

Teresa di Gesù sa che a Dio non importa tanto l’orazione in sè bensì il “tratto” personale in essa, la relazione”, essendo l’orazione un tratto amichevole, stando molte volte soli con chi sappiamo ci ama” (V 5, 8).

 

Nell’amicizia con Cristo occorre essere determinati: ci vuole «una risoluzione ferma e decisa di non mai fermarsi fino a che non si abbia raggiunta quella fonte. Avvenga quel che vuol avvenire, succeda quel che vuol succedere, mormori chi vuol mormorare, si fatichi quanto bisogna faticare: ma a costo di morire a mezza strada, scoraggiati per i molti ostacoli che si presentano, si tenda alla meta, ne vada il mondo intero!» (C 21, 2). La fonte di una vita eucaristica, che «sta nascosta in questo vivo pan per darci vita, anche se è notte» (Giovanni della Croce, Poema “La fonte”, 9).

 

Ora: non potremo avanzare rapidamente come vorremmo se non «deponiamo ogni fiducia di noi stessi per riporla tutta nel Signore» (V 8, 12). È quello che la conversione di Teresa ha da insegnare a tutti noi. È determinazione determinata: a lasciarsi trasformare da Dio, per non rimanere schiavi, ancorati alla nostra realtà decaduta: «Chi potrà mai liberarsi dai suoi modi di agire e dalla sua bassa condizione, se non sei tu, mio Dio, a sollevarlo fino a te nella purezza del tuo amore? Come potrà elevarsi fino a te l’uomo generato e formato nella bassezza, se non lo sollevi tu, o Signore, con la stessa mano con la quale l’hai creato?» (Giovanni della Croce, Orazione dell’anima innamorata).

 

Il figlio cresce ponendo ogni fiducia nella vita che si porta dentro, e che è la stessa del padre. Noi, figli di Dio, nel Figlio suo, quando ci poniamo entro un processo educativo attraverso l’ascesi è come se “chiamassimo” Dio, essendo esercizio della vita che Lui stesso ci ha donato, deponendo appunto ogni fiducia in noi stessi «per riporla tutta nel Signore». La fiducia, non l’impegno. La fiducia.

 

 

Si tratta allora di

  • Educare all’interiorità, per potersi guardare dentro, e scorgere la propria bellezza e dignità, oltre alla realtà del proprio peccato. Chi non rientra in se stesso è superficiale e non può dire di conoscersi secondo le proprie possibilità.
  • Educare il cuore, sede della volontà, perché si abbandoni a Dio. La persona che ama infatti non guarda a se stessa ma a Dio. Si consegna al suo servizio.
  • Educare il pensiero, così disperso e a volte così stanco, ad abbandonare l’ideologia e a verificarsi a partire dall’esperienza di un incontro. 
  • Educare le virtù necessarie a consolidare l’orazione. Esse sono tre, principalmente, secondoTeresa: l’amore, il distacco e l’umiltà.
  • Educare le relazioni con chi ci sta accanto perché siano libere, non segnate dal “rispetto umano”, dal senso dell’onore.
  • Educare la relazione con Dio, allontantandola dagli immaginari delle religioni. Il Dio vero è quello che c’è stato rivelato in Gesù Cristo: ci è vicino, amico, maestro e compagno di viaggio. Ed è anzitutto Padre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tengano bene a mente… quelli che iniziano….

 

Educhiamo noi stessi anzitutto a partire da quel che siamo e in ciò che stiamo vivendo.

Dobbiamo «far conto dei doni di Dio ... ci sono stati dati senza nostro merito», perciò «bisogna essergliene riconoscenti. Non voler apprezzare ciò che si riceve, impedisce di stimolarci all’amore, essendo certo che quanto più un’anima si riconosce povera di per se stessa e ricca soltanto dei doni di Dio, più avanza in virtù, specialmente nella vera umiltà» (Vita 10, 4). «Segno evidente che noi amiamo una persona è quando ricordiamo spesso il bene che ci ha fatto» (Vita 10, 5).

E poi: chi «non sa di essere ricco, come può spendere con larghezza e giovare ad altri? Data la debolezza della nostra natura, se non ci si riconosce favoriti da Dio, credo che sia impossibile aver animo per grandi cose» (Vita 10, 6), essere misericordiosi senza riconoscere la misericodia del Padre.

«Determinarsi a battere il cammino dell’Orazione» è cominciare «a essere servi dell’amore» in quell’ “esserne riconoscenti”, facendo «il possibile per staccarsi da tutto per meglio servire» (V 11, 1) a Dio che «è amore» (1Gv 4, 16), mossi dall’intenzione «di contentare, non gli uomini, ma Dio» (Vita 10, 4).

E tuttavia noi «non vogliamo» vederci «in possesso del vero amore perfetto» (V 11, 1). Questa è la nostra situazione: «siamo così avari e così lenti nel darci a Dio che non ci determiniamo mai a metterci nelle disposizioni per riceverLo» (Ibid).

«Chi comincia deve far conto di tramutare in giardino di delizie per il Signore un terreno molto ingrato, nel quale non germogliano che erbe cattive. Sradicare le erbe cattive e piantarne di buone è lavoro di Dio che supponiamo già fatto fin da quando l’anima si determina per l’orazione e comincia a praticarla». Noi iniziamo a determinarci a seguito dell’azione della Grazia, del lavoro di Dio che sradica le erbe cattive e ne pianta di buone.  

La domanda è allora…. Quali erbe cattive sta sradicando Dio dal mio orto e quali buone sta piantando? Se siamo qui vuol dire che ci stiamo determinando a battere il cammino dell’Orazione. Significa che Dio in noi sta già facendo un buon lavoro.

Per prima cosa, dunque... ringraziamo! E iniziamo allora dal confronto della nostra esperienza con quella di Teresa di Gesù:

 

Dio tolse a Teresa le erbe cattive ….

  1. La falsa umiltà… «credere che per umiltà non si debba far conto dei doni di Dio. … Non voler apprezzare ciò che si riceve, impedisce di stimolarci all’amore» (Vita 10, 4).
  2. Il confidare in se stessi… non in Dio…  «avevo il torto di non porre in Lui ogni mia fiducia e di non diffidare abbastanza delle mie forze. Cercavo rimedi, usavo ogni diligenza, ma non riuscivo a persuadermi che ben poco si fa se non deponiamo ogni fiducia di noi stessi per riporla tutta nel Signore» (Vita 8, 12).
  3. Le cattive abitudini… Situazioni che riproduciamo nel nostro ambiente familiare, culturale, sociale e che sono opposte alla vita in Dio debilitano la persona: «Ormai la mia anima si sentiva stanca e voleva riposare, ma le sue perverse abitudini glielo impedivano» (Vita 9, 1).
  4. Le tentazioni … le occasioni… «tutti si guardino da quei pericoli dai quali io non mi seppi guardare. […] scongiuro chiunque a fuggire le occasioni pericolose, perché, messici in esse, non si può avere sicurezza, essendo molti i nemici che ci combattono, e troppo deboli le nostre forze per difenderci. […] soddisfazioni e passatempi mondani … leciti! […] quando udivo qualcuno parlare bene e con unzione, mi nasceva per lui un affetto tutto particolare, senza che io lo procurassi né sapessi donde mi provenisse … Se da una parte le prediche mi erano di grande consolazione, dall’altra mi erano pure di tormento, perché mi facevano vedere quanto fossi diversa da quella che dovevo essere» (Vita 8, 10.11.12 ).
  5. Mancanza di decisione... Dio o il mondo?... «non godevo di Dio, né mi sentivo contenta col mondo» (Vita 8, 29).
  6. Amicizie che distraggono da Dio..  «Di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai a mettere di nuovo in pericolo la mia anima, la quale, guasta ormai per tante distrazioni, prese a vergognarsi di continuare con Dio quella particolare amicizia che deriva dall’orazione […] È una specie di umiltà non fidarsi di sé e credere che Dio ci aiuterà mediante la compagnia dei buoni. Nella comunanza che ne deriva, la carità getta profonde radici» (Vita 7, 1.22).

 

... e piantò erbe buone….

  1. Grazie di Dio… «Cominciò dunque il Signore a favorirmi di molte grazie sino ad elevarmi all’orazione di quiete e qualche volta a quella di unione» (Vita 4, 7) … «fu per un tratto di divina provvidenza non aver io trovato chi mi dirigesse, perché, incapace come sono di meditare, se mi avessero privata del libro, credo che fra tanti travagli e aridità non avrei potuto perseverare … il libro mi consolava: mi serviva di compagnia e di scudo per ribattere gli assalti dei molti pensieri» (Vita 4, 9) … «le mie risoluzioni approdarono a ben poco. Però mi giovarono per quando mi misi al servizio di Dio, perché mi aiutarono a sopportare le terribili infermità che mi vennero, con quella grande pazienza che il Signore mi dette» (Vita 4, 9). … «Indora le mie colpe e fa risplendere come mia la virtù che Egli stesso mi dona, costringendomi quasi a tenerla» (Vita 4, 10).
  2. Timor di Dio… «in gran parte erano impregnati di amore, perché il pensiero del castigo non mi si presentava mai» (6, 4). «Fra le altre grazie il Signore mi ha fatto pur quella di non aver mai lasciato di confessare» (Vita 5, 10).
  3. Intendere come amare Dio…  «Mi fu di grande aiuto l’aver avuto da Dio la grazia dell’orazione, nella quale compresi cosa voglia dire amarlo. E poco dopo vidi nascere in me delle nuove virtù, benché non così forti da liberarmi del tutto da ogni difetto. Non dicevo male di alcuno, neppure in cose piccole, e fuggivo ogni sorta di mormorazione, convinta che non dovevo volere né dire delle altre quello che non volevo che dicessero di me. E mi attenevo a questa massima in qualunque occasione mi trovassi, benché alle volte non tanto perfettamente, specie se le occasioni erano molto gravi» (Vita 6, 3).
  4. Lasciare che Dio sia Dio…   «Ecco qui il nostro errore: non voler rimetterci in tutto nelle mani di Dio che sa meglio di noi quello che ci conviene» (Vita 6, 5).
  5. Non amare il mondo…  «Nulla mi soddisfa di ciò che non viene da Voi: tutto il resto mi è pesantissima croce. … Voi sapete, o mio Dio, che a me non sembra di mentire» (Vita 6, 9).
  6. Il “castigo” ... la grazia di Dio…  «O Signore dell’anima mia, come esaltare i favori che in quegli anni mi avete fatto? Mentre più vi offendevo, più Voi mi disponevate con vivissimi pentimenti a ricevere altre grazie e favori. E quello era il castigo più raffinato e penoso che per me potevate adoperare, sapendo Voi, o mio Re, quello che più mi affliggeva. Sì, castigavate i miei peccati con l’abbondanza dei vostri doni! (Vita 7, 19).
  7. Esperienza della misericordia di Dio…  «Oh, come sopportate chi vi permette di stargli vicino! Che buon amico dimostrate di essergli, Signore! Come lo favorite, e con quanta pazienza sopportate la sua condizione aspettando che si conformi alla vostra! Tenete in conto ogni istante ch’egli trascorre in amarvi, e per un attimo di pentimento dimenticate le offese che vi ha fatto. […] Se vi avvicinassero, diverrebbero buoni anche i cattivi, quelli cioè che non sono della vostra condizione» (Vita 8, 6)
  8. Presenza in noi e … gratuità di Dio… «mi sentivo invadere d’improvviso da un sentimento così vivo della divina presenza, da non poter in alcun modo dubitare essere Dio in me e io in Lui» (Vita 10, 1)
  9. I tesori di Dio e con essi ... la forza... «Se ci dà i suoi tesori […] staccarsi dal mondo e disprezzarlo. Con quei doni abbiamo pure questa forza» (Vita 10, 6).
  10. L’essere risoluti e coraggiosi nell’esserlo…  «Dio … a un’anima … dà di risolversi e il coraggio di procurarsi questo bene con tutte le sue forze. Se vi persevera, il Signore che non nega a nessuno il suo aiuto, andrà fortificando il suo coraggio» (Vita 11, 4).

 

Fin qui “il rendersi conto” « che la vita è breve (Gb 14, 5), che il sentiero della vita eterna è stretto (Mt 7,14) e che il giusto a stento si salva (1Pt 4, 18); che le cose del mondo sono vane e fallaci, che tutto finisce e passa come l'acqua che scorre (2Sam 14,14), che il tempo è breve, il giudizio rigoroso, la dannazione molto facile, la salvezza molto difficile. D’altra parte conosce il grande debito di gratitudine che ha verso Dio che l’ha creata solo per se stesso, per cui gli deve il servizio di tutta la sua vita, e l'ha redenta solo da se, per cui gli deve tutto il resto e la risposta d'amore della sua volontà; e ancora mille altri benefici, per cui sa di essere obbligata verso Dio già prima di nascere, mentre gran parte della sua vita è trascorsa invano. Di tutto questo dovrà rendere esatto conto, dall’inizio alla fine, fino all’ultimo spicciolo (Mt 5, 26), quando Dio perlustrerà Gerusalemme con lanterne (Sof 1, 12), mentre ormai è tardi, forse l’ultima ora del giorno (Mt 20, 6)»[1].

 

Certo non dobbiamo, è vero, «rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia»[2]. Questa preferenza si dà col «tendere sempre: non al più facile, ma al più difficile; non al più saporito, ma al più insipido; non al più piacevole, ma al più disgustoso; non al riposo, ma alla fatica; non al conforto, ma allo sconforto; non al più, ma al meno; non al più alto e pregevole, ma al più vile e spregevole; non a voler qualcosa, ma a non voler nulla; non alla ricerca del meglio nelle cose terrene, ma al peggio, e desiderare in tutto nudità, vuoto e povertà di quanto v'è al mondo per amore di Cristo» (1S 13, 6). Davvero non vogliate dare «le cose sante ai cani (Mt 7,6). Con queste affermazioni il Signore paragona ai figli di Dio coloro che, negando l’attaccamento alle cose create, si dispongono ad accogliere in purezza lo spirito di Dio; ai cani, invece, paragona quelli che vogliono trovare nutrimento nelle cose create attraverso i loro appetiti. Ai figli (e noi siamo figli nel Figlio di Dio - n.d.r), infatti, è concesso mangiare alla mensa e allo stesso piatto del Padre, cioè nutrirsi del suo spirito; mentre ai cani sono lasciate le briciole che cadono dalla tavola. A tale riguardo occorre notare che tutte le cose create sono briciole che cadono dalla mensa di Dio. A buon diritto, dunque, sono chiamati cani coloro che si pascono delle cose create; per questo viene tolto loro il pane dei figli, perché non vogliono elevarsi al di sopra di esse, vere briciole, fino alla mensa dello spirito increato del Padre. Proprio per questo vagano sempre affamati come cani, perché le briciole servono più a stimolare gli appetiti che a sedare la fame. Di costoro Davide afferma: Famem patientur ut canes, et circuibunt civitatem. Si vero non fuerint saturati, et murmurabunt: Ringhiano come cani, per la città si aggirano, vagando in cerca di cibo; latrano, se non possono saziarsi (Sal 58[59],15-16). Questa, infatti, è la caratteristica di chi è dominato dagli appetiti: è sempre scontento e inquieto, come un famelico» (1S 6, 2-3).

 

«Ora a noi, - invece - come a buoni giardinieri, incombe l’obbligo di procurare, con l’aiuto di Dio, che quelle piante crescano: perciò innaffiarle affinché non inaridiscano, e cercare che producano fiori di deliziosa fragranza per ricreare il Signore. Allora Egli verrà spesso a riconfortarsi e trovare le sue delizie fra quei fiori di virtù» (Vita 11, 6). Questo significa mettersi «nelle disposizioni per riceverLo». Ripetiamo con Teresa: «avevo il torto di non porre in Lui ogni mia fiducia e di non diffidare abbastanza delle mie forze. Cercavo rimedi, usavo ogni diligenza, ma non riuscivo a persuadermi che ben poco si fa se non deponiamo ogni fiducia di noi stessi per riporla tutta nel Signore» (Vita 8, 12). Collaboreremo con Lui, d’ora in avanti, disponendoci a ricerverLo fino a che questa disposizione sarà definitva?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la pedagogia dell’orazione teresiana

 

La persona, rendendosi conto della realtà, si addentra nel cammino dell’orazione cercando Dio. Teresa descrive l’orazione come un processo nel quale, agli inizi, il lavoro dell’orante risulta faticoso, per le difficoltà che comporta iniziare un processo di interiorizzazione e di comunicazione con Dio fino a godere dell’esperieza gratuita di Dio il quale “non si stanca mai di donare[3].

Il primo passo è già stato fatto: quello di prendere coscienza di cosa sia la persona, realmete e per davvero, in ciò che gli è stato tolto e in ciò che le è stato dato, per farsi forte e difendersi in battaglia, resistere alle inevitabili battute d’arresto della vita dovute alla presenza del demornio.

Anzitutto «non abbandonatevi al sonno! Sareste come colui che si corica tranquillamente perché, avendo paura dei ladri, ha sbarrato le porte di casa, senza pensare che i ladri sono chiusi dentro. Ora, come sapete, finché siamo dentro noi, non vi è ladro peggiore. Se non ci sorvegliamo accuratamente, se ognuna di noi non considera la propria abnegazione come l’affare più importante, una moltitudine di ostacoli ci impedirà quella libertà di spirito che sola ci permette di volare al Creatore, non più carichi di terra e di piombo» (C 10, 1). Il diavolo ci spinge a rubare a Dio la «conoscenza del bene e del male» (Gen 2, 9.17 ), la quale ci toglie quella libertà di spirito, e ci porta ad avere paura e a nasconderci di fronte a Dio (cfr. Gen 3, 10) per il fatto «di essere nudi» (Gen 3, 7).

 

Teresa ci dice che non bastano le virtù, che sono la forza di noi che siamo tornati a mangiare dell’albero della vita nel Corpo e Sangue di Gesù, che ci nutriamo dell’Eucaristia, bisogna prendersene cura. Per mantenere il nostro giardino (vita) ben fiorito (virtù) per Dio, è necessario “annaffiarlo” (preghiera) continuamente.

 

1. Preparativi per un viaggio.

Teresa suddivide la vita di orazione in quattro periodi. Prima però di addentrarci nel cammino dell’orazione ci da un avviso: All’inizio si incontra maggiore difficoltà, c’è più lavoro… Perché? Dice Teresa, quelli che fanno orazione “...devono stancarsi nel cercare di raccogliere i sensi[4], cosa che, poichè questi ultimi sono abituati a procedere in modo dispersivo, è una gran fatica[5]. La difficoltà non sta nella preghiera, ma nel soggetto al quale Teresa raccomanda di “abituarsi un po per volta a non dare importanza nè alla vista nè all’udito...[6].

Ci si deve abituare perciò nella nell’orazione, nei vari momenti della vita quotidiana a “a stare in solitudine e, appartati, a pensare alla propria vita passata (anche se questo prima o poi tutti lo devono fare molte volte)... devono cercare di riflettere sulla vita di Cristo e nel farlo l’intelletto si stancherà[7].

Questo è ciò che possiamo fare, ciò che è alla nostra portata... “si intende con l’aiuto di Dio, senza il quale si sa che non possiamo avere nemmeno un buon pensiero. ... Questo è cominciare a tirar su acqua dal pozzo e piaccia a Dio di darci questo aiuto - ma almeno questo non dipende da noi, che già andiamo a tirarla su e a fare il possibile per innaffiare questi fiori”[8].

A volte, agli inizi, non si sa bene come procedere lungo il cammino. Si ha l’impressione di tornare indietro, invece di crescere e migliorare. Questo è un bene perché ci dà modo di scoprire, anche se  in modo non consapevole, come sia Dio a sostenere la persona nonostante le difficoltà. È Dio che inizia l’opera sua che è quella di darSi a noi... “E Dio è così buono che, quando per i mmotivi che Sua Maestà conosce - forze per nostro gran vantaggio -  vuoole che il pozzo sia asciutto, se noi facciamo il nostro come bravi giardinieri, senza acqua tiene in vita i fiori e fa crescere le virtù. Chiamo acqua qui le lacrime e, in mancanza di queste, la tenerezza e il sentimento interiore di devozione”[9].

Agli inizi l’esperienza dell’orante è cruda, perché non sente niente... pensa di essere come fermo sul sentiero dell’orazione. Arriva la delusione ma, dice Teresa... tutto questo è normale!! Per molti giorni

  • “ ... Non c’è altro che aridità e disgusto e insipidezza...[10]
  • “… e una così grande svogliatezza di andare a tirar su l’acqua  che abbandonerebbe tutto, se non si ricordasse che fa piacere al Signore del giardino …”[11]
  • “… gli accadrà di non riuscire nemmeno ad alzare le braccia, e nemmeno potrà avere un buon pensiero; questo far lavorare l’intelletto s’intende che corrisponde al tirare su acqua dal pozzo[12].

 

Cosa fare in questo periodo di aridità, disgusto e insipidezza? Teresa dice:

  • “Gioire e consolarsi e ritenere come grandissima grazia il lavorare in un giardino che appartiene a un così grande Imperatore…”[13]
  • “…la sua intenzione non deve essere quella di accontentare se stesso ma Lui, lo lodi molto …”[14]
  • “… lo aiuti a portare la croce …[15]
  • “…non abbandoni mai l’orazione”[16]
  • “E così prenda la determinazione, anche nel caso che duri questa aridità per tutta la vita, di non lasciare Cristo cadere con la croce”[17].
  • “Non abbia paura che vada sprecata la fatica: è a servizio di un buon padrone; Egli lo sta guardando. Non faccia caso ai cattivi pensieri”[18].
  • “In questa fase può compiere molti atti per determinarsi a fare molto per Dio e per risvegliare l’amore, altri per aiutare le virtù a crescere,…”[19]
  • “Può immaginarsi di stare davanti a Cristo e abituarsi a innnamorarsi molto dellla sua santa Umanità e portarlo sempre con sé e parlare con Lui, pregarlo per le sue necessità e lamentrsi dellle sue tribolazionni, ralleggrarsi con Lui nei suoi momentii belli e non dimenticarlo a causa di questi, senza cercare preghiere già pronte, ma parole che corrispondono ai sui desideri e necessità”[20].

 

L’orante che è in cammino si chiederà il perché delle difficoltà nella preghiera. Si trova disposto e desideroso di vivere in Dio, avverte il bisogno di pregare... Tuttavia bisogna tener conto della sua determinazione per Dio. “Sono convinta - scrive Teresa - che il Signore voglia dare, spesso al principio, ma altre volte anche alla fine, questi tormenti e molte altre tentazioni che si presetano, per mettere alla prova i suoi amanti e sapere se potranno bere il calice e aiutarlo a portare la croce, prima di donare loro grandi tesori. E per il nosro bene credo Sua Maestà voglia condurci in questo modo, affinché comprendiamo bene il poco che siamo…”[21]

È un gran male per la persona voler negoziare con Dio la situazione in cui vive. Davvero non c’è “ragione di affliggersi. Posti ormai in così altoo grado quale è il volersi rapportare a tu per tu con Dio e abbandonare i passatempi del mondo il più è fatto. Lodate per questo Sua Maestà  scrive Teresa -  e fidatevi della sua bontà, che non è mai mancata ai suoi amici. Bendatevi gli occhi per non pensare al perché, a uno che è in cammino da pochi giorni, dia devozione, e a me, in tanti anni, no. Dobbiamo credere che è tutto per il nostro maggior bene. Ci conduca sua Maestà per dove vuole Lui. Ormai non apparteniamo più a noi stessi, ma siamo suoi; una grande grazia ci fa con il volere che desideriamo zappare nel suo giardino e stare vicino a Lui, che ne è il Signore, che certo è lì con noi” [22].

E’ in fondo “non abbracciare la croce fin dal principio” che fa andare avanti afflitti, pensando di non fare niente. Dobbiamo invece …pensare sempre a Lui e amarlo. Questa determinazione è quella che Egli vuole...”[23]

 

Il corpo partecipa al processo, difficile e faticoso, dell’orazione. Influisce sulla nostra disponibilità alla preghiera e al rapporto con Dio. Molte volte, anche se non lo vogliamo, non ci sentiremo disponibili. Stanchezza, ottusità della mente, dolori muscolari, mal di testa, sonno, ecc… influenzeranno questo percorso. La soavità di cui parla Teresa sa individuare e incentiva l’energia trainante propria di ogni persona, può incrementarla esigendo il giusto secondo il cammino di ciascuno. I nostri

 

  • “Comprendano che si tratta di malati: si cambi il mometo dell’orazione, e molte volte sarà necessario per qualche giorno”.
  • “Affrano come possono questo duro esilio, perché è proprio una cattiva sorte, per un’anima che ama Dio, vedere che vive in questa miseria e che non può fare ciò che vuole, perché è ospitata da un oste così cattivo come questo corpo”.
  • Dobbiamo pensare che il Signore non guarda queste cose che, anche se a noi sembrano mancanze, non lo sono. Già conosce Sua Maestà la nostra miseria e la bassezza della nostra natura[24]
  • “Ci sono altre cose esteriori come le opere di carità o la lettura, anche se a volte non si è disposti nemmeno a queste”[25].
  • “Allora resti al servizio del corpo, per amore di Dio, affinché molte altre volte il corpo  sia al servizio dell’anima, e si conceda qualche santo diversivo, come conversazioni che siano buone o passeggiare in un prato secondo quanto consiglia il confessore”[26].
  • “E in tutto è una gran cosa l’esperienza, che ci fa capire quello che ci conviene. E in tutto si serve Dio”[27].

 

Teresa ci avverte; offre dei criteri da seguire per non ritrovarsi fuori strada, abbandonando il cammino dell’orazione. Servono per situarsi nel momento presente che  si sta vivendo:

 

  • “…importa molto che per l’aridità e l’inquietudine e la distrazione del pensiero nessuno si preoccupi nè si affligga”.
  • che “... il suo giogo è soave (cfr. Mt 11, 30) ed è un grande affare non trascinare a forza l’anima, come si suol dire, ma condurla con soavità per il suo maggior profitto”[28].
  • “Se vuole vuole guadagnare libertà di spirito e non procedere sempre tribolati, cominci a non spaventarsi della croce e vedrà quanto il Signore stesso lo aiuterà a portarla e con che gioia andà avanti e il vantggio che trarrà in tutto. Perché ormai si capisce che, se dal pozzo non sgorga, non siamo noi a poterci mettere l’’acqua”[29].

 

In queste prime tappe del cammino è necessario imparare a conservare gli atteggiamenti (virtù) necessari per continuare ad avanzare: “Noi cominciamo ora. Procurino sempre d’incominciare e d'andare innanzi di bene in meglio” (F 29, 32). Abbandonare il cammino della preghiera è una delle tentazioni costanti, per cui Teresa, da buona amica e maestra, dà alcuni consigli. 

 

a. Di fronte allo scoraggiamento:

  • “…all’innizio si cerchi di procedere con letizia e libertà; infatti ci sono alcune persone che sembra debbano smarrirre la devozione se appena appena si distraggono”.
  • “E’ giusto procedere con timore di se stessi, per non fidarsi né poco né tanto nel mettersi in occasioni che di solito portano ad offendere Dio, ed è cosa assai necessaria finché non si sia ormai interamene fondati nella virtù;…”
  • “In tutto ci vuole discernimento”.

 

b. In assenza di motivazione:

  • “Ci vuole una grande fiducia, perché conviene molto non rimpicciolire i desideri ma fidarci di Dio: se ci sforziamo, a poco a poco, anche se non immediatamente, potremo giungere a ciò a cui sono arrivati molti santi con il Suo aiuto;…”
  • “Sua Maestà vuole bene ed è amico delle anime coraggiose, quando procedano con umiltà e non facciano in niente affidamento su se stesse”[30].
  • “… quando si comincia il cammino dell’orazione non rimpicciolire i pensieri…”[31]

 

c. Di fronte al raffreddarsi dell’amore verso il prossimo…

  • “…che tutti siano molto spirituali ... cercare di farlo accadere potrebbe non essere cosa buona, se non c’è molto discernimento e attenzione ... perché chi dovesse in questo caso avere una qualche utilità, c’è bisogno che abbia molto forti le virtù per non indurre in tentazione gli altri”[32].
  • “E così in molti anni solo in tre ebbero vantaggio da ciò che io dicevo loro, mentre dopo che ormai il Signore mi aveva dato la forza nella virtù, in due o tre anni ebbero vantaggio molte, come poi dirò”[33].
  • “... badare solo a noi stessi e agire come se sulla terra non ci fossero altri che Dio e noi ... è ciò che conviene molto”[34].

 

d. Di fronte all’arroganza…

  • “… Il demonio dà un’altra tentazione (e tutte si nascondono sotto uno zelo per la virtù, motivo per cui è necessario  comprendere se stessi e procedere con attenzione): il dolore per i peccati e le mancanze che si vedono negli altri; …”[35]
  • “ Dunque cerchiamo sempre di guardare le virtù e le cose buone che dovessimo scorgere negli altri e di nascondere i loro difetti ricordando i nostri grandi peccati”[36].

 

Due ultime cose importanti...

 

a. Il maestro.

  • “Ha bisogno di essere consigliato chi inizia, per guardare là dove ha il maggior vantaggio Per questo è assai necessario il maestro[37], a condizione che abbia esperienza; altrimenti può sbagliare e condurre un’anima senza comprenderla e senza permettere a lei stessa di comprendersi; infatti, visto che sa che è un gran merito restare soggetta a un maestro, non osa uscire da ciò che le comanda”.[38]

 

b. La conoscenza di sé è sempre necessaria.

  • “E comunque questo fatto della conoscenza di se stessi mai va abbandonato, ...  non c’è grado di orazione così elevato che molte volte non sia necessario tornare alla partenza”[39].

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’orazione vocale.

 

Disposti a intraprendere il cammino dell’orazione si inizia il cammino. Sappiamo cosa ci si deve aspettare, i cartelli sono affissi, ci sono le raccomandazioni e siamo in buona compagnia, quella di  Teresa de Jesús. Alcuni la vorrebbero prendere come insegnante e madre. Ma non va bene. Teresa è amica, insieme a noi, di un’uomo che ci ha «chiamato amici» (Gv 15, 15) e che è Dio, l’unico vero Dio, il quale è stato molto chiaro: «non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23, 8-9). Teresa è con noi madre perchè «fa la volontà del Padre .. che è nei cieli». E lo è, insieme a Maria, per ciascun membro del corpo del Signore. Se insegna lo fa per la stessa ragione, avendo ricevuto il mandao del Signore: «ammaestrate tutte le nazioni» (At 1, 8). Ma se con noi è questo, per noi è amica.

 

La nostra amicizia, di discepoli di Cristo, è scelta da un’Altro: «Non siete voi che vi siete scelti, ma sono Io che ho scelto voi», gli uni per gli altri. «L’amicizia non è una ricompensa per il discernimento e il buon gusto che abbiamo dimostrato di possedere trovandoci vicendevolmente. Essa è lo strumento attraverso il quale Dio rivela a ciascuno le bellezze degli altri, che non sono, certamente superiori alle bellezze di un migliaio di altre persone, con l’amicizia Dio ci apre gli occhi su di loro. Queste, come tutte le bellezze, derivano da lui, e quando si stabilisce un’autentica amicizia esse vengono da lui accresciute per questo tramite, cosicché l’amicizia diventa il suo strumento per creare, e anche per rivelare»[40]. È l’amicizia che siamo chiamati a diffondere a «tutte le nazioni» (Mt 28, 19) «in  tutto il mondo a ogni creatura»; (Mc 16,15) a «tutte le genti»; (Lc 24,47) «fino agli estremi confini della terra» (At 1,8);  come fu fin dall’inizio quando i discepoli «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro» (Mc 16,20)»[41].

 

Teresa sa che i camminatori cercano il Dio vero. Cercano la verità. Chi entra in questa avventura vuole vivere con coraggio, e lo vuole vedere riflesso nei reciproci rapporti, la propria relazione con Dio. Perché è Dio il primo amico, questo è chiaro.

Come nei riguardi di qualsiasi altra persona è per la Persona di Dio, a immagine e somiglianza del del Quale siamo tutti stati creati. Figli nel Figlio; enfants de Dieu, come direbbe la “piccola” Thérèse.

 

Incominciamo allora col dire che chi “non considera con chi parla, chi è che parla, cosa domanda e a chi domanda, benché muova molto le labbra” non sta pregando. Certo alle volte “sarà buona orazione anche questa, quantunque non accompagnata da tali riflessioni, purché queste si siano fatte altre volte”. Mai dimenticare la dignità della persona, al parlargli, e in primis della persona di Dio! Come la chiama Teresa? Orazione di considerazione: “Non parlate con Dio pensando ad altro” (CV. 22, 1).

Recitare preghiere è cosa diversa dal fare orazione. Spesso facciamo così tra di noi: stiamo alle convenzioni, ripetendo frasi fatte ma, queste, non traducono i nostri pensieri, non trasmettono quel che c’è dentro di noi, sopratutto la coscienza che abbiamo dell’altro e di noi stessi. Per quest’autenticità decisivo in rapporto a Dio è fare orazione: attendere “più a Lui che alle parole che pronuncio” (CV. 22, 1).

 

La preghiera vocale, come recitare il Padre Nostro e l’Ave Maria, fatta con umiltà, tenendo bene a mente chi è Lui e chi siamo noi, come quel pubblicano del Vangelo che si batteva il petto, ha un grande valore davanti a Dio, come quado parliamo al prossimo. Un cuore sincero si  attira la grazia della contemplazione, fa sì che il prossimo lo si veda con occhi diversi, facilita il passaggio al raccoglimento interiore, all’attenzione all’altro da sè e al vero sè. Dall’ultimo peccatore al più grande santo, inclusa la Chiesa durante l'Eucaristia e nella Liturgia delle Ore, sono alla ricerca della sincerità di questo cuore.

 

Teresa di Gesù Bambino racconta che in certi momenti, quando non poteva pregare in altro modo, si limitava semplicemente a ripetere lentamente le parole del Padre Nostro o ad assaporare ogni frase dell'Ave Maria, e in ciò trovava molta consolazione. Esistono varie forme di preghiera vocale: la giaculatoria (frasi, come frecce, rivolte verso Dio) e i mantra cristiani; la Via Crucis e il Rosario; Preghiere mariane come la Salve e l’Angelus. Su tutte la preghiera insegnata da Gesù: il Padre Nostro, che “racchiude in sé tutto il cammino spirituale, dal suo punto di partenza fino a quello in cui l’'anima s'immerge in Dio, e Dio l’abbevera in abbondanza di quell’acqua viva...” (CV 42, 5).

 

Ecco alcune “consegne” di Teresa:

 

  • E’ fondamentale: mai accontentarsi delle sole parole. Si: “vorrei che non ce ne contentassimo. Quando io recito il Credo, mi pare ragionevole che mi renda conto e sappia ciò che credo; e quando dico il Pater noster, mi sembra che l’amore esiga che io intenda chi sia questo Padre e chi il Maestro che ci ha insegnata tal preghiera” (CV 24, 2). L’orazione “meccanica”, il procedere per abitudine, poi, non è preghiera. È qualcos’altro, a cui non ci interessa dare un nome. Insomma “... dove si ha orazione occorre che vi sia pure meditazione. Non chiamo infatti orazione quella di colui che non considera con chi parla, chi è che parla, cosa domanda e a chi domanda, benché muova molto le labbra... (1M 1, 7).
  • Secondo: Oltre a prestare attenzione al contenuto di quel che diciamo, è importante intensificare l’attenzione verso l’Altro, il destinatario del nostro dire. Dobbiamo essere attenti al solo Maestro cha abbiamo veramente: “Maestro che ci ha insegnata questa preghiera, e ce l’ha insegnata con tanto amore e con un così vivo desiderio che ci sia utile” (CV 24, 3), senza mai allontanarsi da noi.
  • Terzo: Teresa lo condensa in quell’espressione che lei predilige: “a solas”, a tu per tu. Non deve mai mancare la dimensione religiosa, quella che lega insieme, “re-liga” due persone. Perché “come sapete Sua Maestà insegna a pregare a tu per tu “a solas” [voi e Lui nella solitudine - ndr]. Così anch'Egli faceva. E non per propria necessità [Egli infatti era sempre insieme al Padre, nello Spirito - ndr], ma per insegnare a noi” (CV 24, 4) l’essenziale: metterci “davanti a Lui”.

 

Ricordiamo:

  • La nostra preghiera vocale non si riduca mai a formule recitate meccanicamente, prive di interiorità;
  • La nostra preghiera non è un obbligo pesante da adempiere in determinati momenti;
  • Sebbene ciò che preghiamo venga da un’Altro, carichiamolo dei nostri sentimenti, perché ogni preghiera, anche la più semplice, deve realizzare un’incontro personale con Lui: “Non permettere quindi, Signore, e non accettare che chi ti oda e si mette a parlare con te lo faccia soltanto con la bocca” (CE 37, 1).

 

La meditazione

 

Questo secondo momento pone l’accento sul pensare, discorrere mentalmente, riflettere e meditare, principalmente sulla vita di Cristo. È un tempo in cui la persona scopre la ricchezza dei testi biblici, della lettura spirituale o di qualsiasi testo che la stimoli a pensare in autonomia. Teresa, pur praticando la meditazione, consiglia di non limitarsi a pensare, ma di fare un passo avanti nel dialogo con Dio. L’orazione non consiste infatti nel “pensare molto, ma nell’amare molto” (4M 1, 7). Quelli che “utilizzano molto il ragionamento, ricavando molte cose da una cosa, e molti concetti ... non occupino tutto il tempo in questo ... piuttosto ... si immaginino di essere davanti a Cristo e, senza sforzo eccessivo dell’intelletto, se ne stiano lì a parlare e a godersela con Lui, senza stancarsi a mettere in fila le ragioni, ma presentando le proprie necessità e la ragione che Egli avrebbe di non sopportarci lì vicino a Lui: per un pò una cosa e per un pò l’altra, perchè l’anima non si stanchi mangiando sempre lo stesso cibo[42]. Ecco allora che la meditazione non è chiusa in se stessa. In essa c’è uno scopo; non è solo ragionamento, essa conduce a un dialogo con il tu di Dio.

 

Teresa ci fornisce alcuni esempi:

  • “Dunque tornando a ciò che stavo dicendo, mettiamoci a pensare a un episodio della Passione, per esempio quello di quando il Signore stava legato alla colonna: l’intelletto va indagando le cause che lì può intendere, i dolori grandi e la pena che Sua Maestà forse aveva in quella solitudine, e molte altre cose che potrà tirar fuori da qui, se l’intelletto è all’opera, o se si tratta di una persona istruita. È il modo di fare orzione con il quale devono cominciare a proseguire e concludere tutti, ed è un cammino del tutto eccellente e sicuro, finché il Signore non li conduc ad altre cose soprannaturali”[43].
  • “Comunque, tornando a ciò che stavo dicendo, di pensare al Cristo alla colonna, è una cosa buona meditare per un momento e pensare alle pene che lì Egli ebbe e perché le ebbe e  e l’amore con cui le affrontò. Ma non stanchiamoci sempre cercando questo, piuttosto restiamo lì con Lui, tacitando l’intelletto. Se fosse possibile, teniamolo occupato guardando Colui che ci guarda, e facciamogli compagnia e parliamogli e preghiamolo e umiliamoci  e godiamo con Lui, e ricordiamoci che non meritavamo di stare lì. Quando si riuscirà a fare ciò, ache se all’inizio del cammino di orazione, se ne avrà grande vantaggio, e porta molti vantaggi questo modo di fare orazione; almeno ne ha trovati la mia anima”[44].

 

 

Restiamo lì con Lui, tacitando l’intelletto, e finiremo per restare lì, gli uni con gli altri, alla stessa maniera. Tra noi è sempre più grande il bisogno di parlarsi, conoscersi, esprimersi liberamente, senza temere i giudizi degli altri. C’è bisogno di parlare all’altro e non dell’altro, in sua assenza. Con l’altro, in sua presenza. Si chiama famigliarità nelle relazioni e si impara qui, andando oltre le considerazioni su Dio  per parlare a Dio, mettersi a nudo difronte a Lui, che non si scandalizza di noi, come agli inizi, assieme a Lui, si “passeggiava nel giardino alla brezza del giorno” (Gen 3, 8).

 

In questo tipo di preghiera contempliamo, attraverso rappresentazioni e/o letture, qualche brano della Sacra Scrittura, o qualche verità della nostra Fede, o qualche sfaccettatura o momento della nostra stessa vita, per cercare di empatizzare con Lui stesso. È un lavoro intellettuale che cerca di muovere la volontà verso un nella relazione con Dio.

 

Meditazione, dunque, “un discorso fatto con l’intelletto” (6M 7, 10). Di questo discorrere è possibile distinguere in tutto tre elementi. Essi sono, in successione, la rappresentazione, la riflessione e il colloquio, dovuti rispettivamente a tre facoltà: immaginazione, intelligenza e volontà.

 

la conoscenza intellettiva può partire dalla rappresentazione, anche di un oggetto sensibile, per arrivare alla considerazione di un mistero dei più astratti. Lo scopo è quello di aiutare la riflessione.di la sua importanza relativa.

 

La riflessione a sua volta è subordinata al colloquio affettuoso. Genera nell’anima la convinzione, che sappiamo fondamentale per quest’ulltimo, “di essere amata da Dio e invitata a riamarlo”[45]. È fatta “per giungere a persuadere e muovere la volontà” ad affezionarsi al bene (Dio e tutto ciò che viene da Lui) e a rifiutare il male[46].

Teresa è dotata di un grande realismo che si riflette poi in una notevole duttilità pratica. Ha a mente quelli che non riescono a servirsi debitamente né della rappresentazione né della riflessione, perché manca loro “uno spirito ben regolato” (Cammino 19, 1). Li descrive così: “Vi sono certi intelletti e certi spiriti così mobili, che possono paragonarsi a cavalli che non sentono il freno e che nessuno può fermare. Vanno di qua e di là, sono sempre in agitazione...”  (ibid., 18, 2). Per trasformare la preghiera vocale in mentale a ciascuno di loro propone “di pregare vocalmente, oppure di leggere, o di conversare con Dio…” (Cammino 18, 4). Insomma, basta non perdere la calma e fare quello che si può: “non si inquieti, ché sarebbe peggio, né si stanchi per rimettere in carreggiata l’intelletto, ma preghi come può” (Cammino 24, 5). Infatti, l’uomo può da parte sua “procurare di stare in solitudine” (Cammino 24, 5), e se non lo fa, è per la comodità di non imporsi il necessario sforzo iniziale: “Vi sono, infatti, persone così amanti del proprio comodo da non volersi dare nessuna pena e, siccome non hanno l’abitudine di raccogliere sul principio il pensiero, per non stancarsi un poco, dicono che non lo sanno fare e che sanno soltanto pregare vocalmente” (Cammino 24, 6). Se non si riuscisse a pensare alle parole che si pronunciano, basta accompagnarle con l’atteggiamento interiore «di un figlio che sta volentieri con sua madre», per fare una «buonissima orazione vocale e mentale»[47].

 

Quando l’anima arriva alla disposizione nella quale ha convinto l’intelletto dell’amore divino ed ha mosso la volontà a risponderGli, inizia il colloquio amoroso. “L’anima riconosce che il divino Maestro sta istruendola senza strepito di parole. Le ha sospeso l’attività delle potenze per impedire che la loro operazione le sia più di danno che di vantaggio. Ma esse intanto godono senza saperne la maniera. L'anima va bruciando di amore, ma non sa come ami; sente di godere l'oggetto del suo amore, ma non sa come lo goda. Comprende solo che un tanto bene il suo intelletto non avrebbe mai potuto desiderarlo. L’accetta con piena volontà, ma senza sapere in che modo” (Cammino 25, 2).

 

Ecco che la mancanza cui non sappiamo dare nome comincia ad essere colmata. Sempre da parte nostra c’è un “senza sapere”, segno evidente dell’agire di Dio. Il colloquio affettivo si riverbera anche nei rapporti interpersonali. Più che i nostri pensieri sugli altri inizia a trovare spazio in noi, per divenire preminente, l’affetto.

L’Orazione mentale

 

È nell’orazione mentale che Teresa visse con intensità la propria amicizia con Dio e dove incontrò l’ambito del proprio impegno in una vita di dedizione a Dio. Ci è voluto molto tempo per configurare questa esperienza, perché, come tutti, attraversò diverse fasi e modalità di preghiera.

Teresa descrive l’orazione mentale o di raccoglimento ai capitoli 14-15 del Libro della Vita e 28-29 del Cammino di Perfezione.

La descrive così:

 

a. Orazione mentale… il raccoglimento…[48]

 

Com’è?

  • Questo modo di pregare, sia pure vocalmente, raccoglie lo spirito in brevissimo tempo, ed è fonte di beni preziosi. Si chiama «Orazione di raccoglimento»[49] perché l'anima raccoglie le sue potenze e si ritira in se stessa con il suo Dio,..[50]
  • Quando il raccoglimento è sincero, lo si vede chiaramente, perché produce tali effetti che … ben comprende chi ne ha fatto l'esperienza. L'anima, intendendo che tutte le cose del mondo non sono e un gioco, sembra che d'improvviso s'innalzi sopra tutte e se ne vada, simile a colui che per sottrarsi ai colpi di un nemico si rifugia in una fortezza. Infatti, i sensi si ritirano dalle cose esteriori e le disprezzano; gli occhi si chiudono spontaneamente per non vedere più nulla, mentre lo sguardo dell'anima si acuisce di più.[51].

 

Cosa fa la persona per raccogliersi?

  • “…chi percorre questa strada ha quasi sempre gli occhi chiusi quando prega, ed è consuetudine mirabile per molte cose, perché è un farsi forza a non guardare le cose di qui”.
  • “Questo al principio, che dopo, fattane l'abitudine, costerebbe di più tenerli aperti. L’anima allora sembra comprendere che sta fortificandosi a spese del corpo, e che indebolendolo e lasciandolo solo, acquista nuova forza per combatterlo”.[52]
  • Il raccoglimento ... in principio, non essendo ancora tanto perfetto, i suoi effetti non sono molto sensibili. L'anima però cerchi d'abituarvici, non curi la fatica che deve fare per raccogliersi e vinca il corpo che reclamerà i suoi diritti, non comprendendo, il misero, che la sua maggior disgrazia è appunto nel non volerli cedere. Se continua così per alcuni giorni sforzandosi seriamente, ne avvertirà subito vantaggio, perché appena si porrà a pregare, sentirà i suoi sensi raccogliersi spontaneamente senza alcuna fatica, simili ad api che si rinchiudono nell'alveare per comporre il miele. In premio della violenza che si è fatta, il Signore le concede un tal impero di volontà, che appena questa fa capire di volersi raccogliere, i sensi le obbediscono e si raccolgono. Si distrarranno ancora, ma l'averli una volta assoggettati è sempre una gran cosa: saranno come sudditi e schiavi, e non faranno più il male di prima. Se la volontà li richiama, ritornano immediatamente e con prontezza maggiore. E dopo vari di questi ritorni, piacerà a Dio di sospenderli anch'essi in contemplazione perfetta.[53].

 

Come abituarsi a questa maniera di fare orazione. Come rimanervi.

  • “…Immaginate dunque che dentro di voi vi sia un palazzo immensamente ricco, fatto di oro e di pietre preziose, degno del gran monarca a cui appartiene. E pensate, inoltre, come infatti è verissimo, che voi concorrete a dargli la magnificenza che ha.[54] Orbene, questo palazzo è l'anima vostra: quando essa è pura e adorna di virtù, non v'è palazzo così bello che possa competere con lei. Più le sue virtù sono elevate, più le pietre preziose risplendono. Immaginate ora che in questo palazzo abiti il gran Re che nella sua misericordia si è degnato di farsi vostro Padre, assiso sopra un trono di altissimo pregio: il vostro cuore”.[55]
  • “Non immaginiamoci vuoti dentro. ... Se procurassimo di ricordarci spesso dell'Ospite che abbiamo in noi, sarebbe impossibile, secondo me, abbandonarci con tanta passione alle cose del mondo, perché, vedremmo quanto sono basse al confronto di ciò che abbiamo dentro di noi[56].
  • Egli è il Signore del mondo, libero di fare quel che vuole, e perciò nell'amore che ci porta, si accomoda in tutto alla nostra misura.”[57].
  • Quando un'anima comincia a battere questa via, vedendosi destinata, piccola com'è, ad accogliere Colui che è tanto grande, potrebbe forse impaurirsi. Perciò il Signore, lungi dal farsi subito conoscere, la va a poco a poco dilatando, proporzionatamente alla quantità, delle ricchezze che le vuol donare. Per questo ho detto che può fare quel che vuole, perché, volendo, può ingrandire a piacere il palazzo dell'anima. L'importante per noi è di fargliene un dono assoluto, giungere sgomberandolo da ogni cosa, acciocché Egli possa aggiungere o togliere come vuole, come in una sua proprietà. Del resto ne ha tutto il diritto, e guardiamoci bene dal contestarglielo. Se non sforza nessuno ed accetta quanto gli si dà, non si dà del tutto se non a coloro che del tutto si danno a Lui[58].
  • Concludo ripetendo che dipende tutto da noi. Chi vuol arrivare a questo stato, non deve mai lasciarsi scoraggiare. Si abitui a ciò che ho detto, e a poco a poco si farà padrone di sé. Non solo non perderà nulla, ma guadagnerà sé per se stesso, facendo servire i propri sensi al raccoglimento dell'anima. Se deve parlare, penserà che ha da parlare in se stesso con qualche altro. Se deve ascoltare, si ricorderà di prestare orecchio a una voce che gli parla più da vicino. E, volendolo, constaterà di poter star sempre con Dio, rimpiangendo il tempo in cui ha lasciato solo un tal Padre, i cui soccorsi gli sono tanto indispensabili. Se può, lo ricordi spesso ogni giorno, o almeno di tanto in tanto; e, fattane l'abitudine, presto o tardi ne caverà profitto. Dopo aver ottenuto questa grazia, non vorrà cambiarla con alcun tesoro[59].

 

Un’ esperienza orante…

Passando dalla meditazione al raccoglimento Teresa fa esperienza dell’ “orazione mentale” la quale “consiste nel pensare e comprendere quello che diciamo, a chi ci rivolgiamo e chi siamo noi per parlare a un Dio così grande; Occuparci di questi pensieri e di altri simili, come, ad esempio, del poco che abbiamo fatto per Lui e dell'obbligo che ci incombe di servirlo …”[60]. Si tratta, nel linguaggio di Teresa, di “raccogliere i pensieri”…[61]

Quel “pensare e comprendere” verrà sospeso nell’ orazione amorosa della contemplazione quanto sarà il divino Maestro a istruire “senza strepito di parole” … Si godràsenza saperne la maniera. L'anima va bruciando di amore, ma non sa come ami; sente di godere l'oggetto del suo amore, ma non sa come lo goda. … L’accetta con piena volontà, ma senza sapere in che modo, … non essendo che un dono del Signore della terra e del cielo, che dona sempre da pari suo”[62].

 

b. Orazione mentale …. di quiete[63].

 

Com’è

Teresa descrive la propria esperienza: “…Le potenze dell'anima si raccolgono in se stesse per meglio assaporare il contento di cui sono inondate, ma senza perdersi, né addormentarsi. Solo la volontà rimane attiva, ma non per altro che per acconsentire ad essere da Dio incarcerata, conoscendo quanto sia dolce farsi schiava di un tale amante: e si trova infatti prigioniera, senza saperne il modo. O Gesù e Signor mio, com'è potente il vostro amore! Ci avvince in tal modo da impedirci in quel momento di amare altri che Voi![64]

“…le potenze dell'anima si mantengono nella loro efficienza. L'anima è pienamente soddisfatta, né perde affatto la sua pace e tranquillità per le divagazioni della memoria e dell'intelletto, perché allora la volontà sta unita a Dio. Anzi, a poco a poco riesce a raccogliere anche le altre due potenze, le quali non potranno mai toglierle il suo contenuto e la sua gioia, perché troppo bene occupata, sebbene non del tutto assorta, senza saper come. Per di più essa cerca d'impedire, benché senza affannarsi, che la piccola scintilla dell'amore di Dio finisca con spegnersi.[65].

“E’ dunque questa orazione una scintilla del vero amore per il Signore che Egli comincia ad accendere nell’anima, ed Egli vuole che l’anima un pò per volta comprenda che cosa sia questo amore pieno di dolcezza, questa quiete e questo raccoglimento e questa scintilla ... per chi ha esperienza è impossibile non capire subito che non è una cosa che si possa comprare;  solo che questa nostra natura è tanto vogliosa di cose gustose che le prova tutte ... Dunque, questa scintilla messa lì da Dio, per quanto sia piccolina, fa molto rumore e se non la uccide per colpa propria, è questa che comincia ad accendere il gran fuoco dalle fiamme favilllanti del grandissimo amore di Dio che Sua Maestà concede alle anime perfette ... Questa scintillla  un segno o un pegno che Dio da a quest’anima di averla già scelta per grandi cose, se ella si idispone a ricevverle. È un grande dono, molto più trande di quello che potrò spiegare” [66].

In questa orazione Dio interviene più prontamente. È Dio che attira verso di sé, dal più profondo centro dell’anima, dove si trova, per farla ancora più sua.

 

Come accade questo?

  • “…l’anima inizia a raccogliersi in se stessa, sperimenta già qualcosa di soprannaturale, perché in nessun modo essa può guadagnarselo per quante attenzioni aabbia”
  • “E’ vero che sembra che per un po’ si sia stancata nel far girare la ruota e nel lavorare con l’intelletto, e che i canali si siano riempiti; ma qui l’acqua è più alta e così si fatica molto meno che a tirarla su dal pozzo. Dico che l’acqua è più vicina perché la grazia si fa conoscere molto più chiaramente dall’anima”[67].

 

Effetti dell’orazione di quiete.

  • “…..tutto ciò che succede a questo punto avviene con grandissima consolazione e con così poca fatica che l’orazione non stanca, anche quando duri per un lungo momento…”
  • “…l’intelletto qui lavora con calma e tira su molta più acqua di quando la tirava su dal pozzo”
  • “Le lacrime che qui dio concede ormai vanno insieme al godimento; le si percepisce, ma non le si causa”[68].

 

Effetti nella persona.

  • “Quest’acqua dei grandi beni e delle grazie che il Signore concede qui fa crescere le virtù in modo incomparabilmente più grande che non nella precedente orazione…”
  • “….le viene dato un assaggio dei piaceri del cielo”.
  • “Questo penso che le faccia crescere di più e anche arrivare più vicino alla vera virtù, da cui provengono tutte le virtù, cioè a Dio…”
  • “… Sua Maestà comincia a comunicarsi a quest’anima e vuole che ella si accorga di come lo fa. Si comincia subito , giungendo qui, a perdere l’avidità delle cose di quaggiù”[69].
  • “Dio vuole per la sua grandezza che quest’anima comprenda che Sua Maestà le sta così vicino che ormai non c’è bisogno di inviargli messaggeri, ma che lei stessa gli parli; e non c’è bisogno di urlare, perché è ormai coosì vicina che muovendo appena le labbra Egli la comprende”[70].

 

Se fa esperienza di questo modo di fare orazione... di un raccogliersi nella quiete...

  • “Importa molto che l’anima ... riconosca la grande dignità in cui si trova e la grande grazia che le ha fatto il Signore e come giustamente non avrebbe dovuto appartenere alla terra perché già sembra che la bontà di Dio l’abbia resa cittadina del cielo, ... Questa io chiamo vera caduta, quella di detestare il cammino dal quale si è guadagnato un così grande bene, e a queste anime ora sto parlando; non pretendo che non offendano più Dio e non cadano più in alcun peccato, anche se sarehhe ragionevole vi stess molto attento chi ha cominciato a ricevere queste grazie; però so che siamo miserevoli”[71].

 

Raccomandazioni…

  • “Il consiglio che do con insistenza è che non abbandoni l’orazione, perché in essa comprenderà quello che sta facendo e guadagnerà pentimento verso il Signore e forza per rialzarsi; e creda, creda davvero che se da essa si separa, si troverà in pericolo, a mio parere. Non so se è sensato ci che dico, perché, come ho detto, giudico secondo quello che è accaduto a me... ”[72]
  • “…si guardino dal nascondere il talento, perché mi sembra che Dio le voglia scegliere a vantaggio di molti altri, soprattutto in questi tempi in cui c’è bisogno  di amici forti di Dio per sostenere i deboli”[73].
  • “… è un grande affare se le anime cominciano a fare orazione comincindo a distaccarsi da ogni tipo di soddisfazione ed entrano in questo cammino determinate soltanto ad aiutare Cristo a portare la croce, come buoni  cavalieri che vogliono servire il loro Re senza salario, perché sanno che comunque lo ricevveranno”[74].
  •  “Gli occhi fissi nel vero e duraturo regno che pretendiamo conquistare. È grandissima cosa tenere sempre ciò davanti agli occhi, soprattutto agli inizi; in seguito lo si vede così chiaramente, che anzi è necessario dimenticarsene per vivere... ”[75].

 

Doni di Dio in questa orazione

  • “… se vedranno del progresso in sé, comprenderanno che non si tratta del demonio; anche qualora tornino a cadere, resta comunque un qualche segno che lì c’è stato il Signore, come l’esser pronti a rialzarsi subito e...
    • un grande desiderio di avanzare nell’orazione e di non abbandonarla, qualunque difficoltà possa esserci;
    • si è disposti a tutto;
    • una certezza umile e timorosa, che comunque ci si salverà; 
    • scacciaa subito il timore servile ... e infonde un timore filiale, assai più accresciuto;
    • si accorge che inizia ad avere un amore verso Dio senza alcun interesse proprio;
    • desidera avere momenti di solitudine per godere di più di quel bene”[76].

 

“Infine, per non stancarmi, si tratta di un principio di ogni bene: i fiori sono al punto che non manca loro quasi niente per sbocciare. E questo l’anima lo vedrà molto chiaramente, e allora in nessun modo potrà convincersi che Dio non sia stato con lei…”[77]

 

c. Orazione mentale…. Il sonno delle potenze[78].

 

“Parliamo ora della terza acqua con cui si innaffia questo giardino, cioè dell’acqua corrente di un fiume o di una fonte, modo di innaffiare assai meno faticoso, anche se incanalare l’acqua qualache fatica la dà. Qui il Signore vuole aiutare il giardiniere in modo che quasi sia Egli stesso a fare da giardiniere e a fare tutto”[79].

 

Com’è      

  • “Il gusto, la dolcezza e il piacere sono incomparabimente maggiori di quelli precedenti; succede che l’acqua della grazia immerge l’anima fino al collo al punto che non può proseguire – non sa come – nè può tornare indietro; vorrebbe godere di grandissima gloria. È come uno che, candela alla mano, è lì lì per morire della morte che desidera; sta godendo in quell’agonia con il più grande piacere che si possa descrivere”[80].
  • “Non mi sembra che sia altra cosa se non un morire quasi del tutto a tutte le cose del mondo e intanto godere di Dio”[81].
  • “Ed è così che il Sinore mi ha dato in abbondanza quest’orazione credo da cinque o sei anni molte volte, e io nè la comprendevo, nè sapevo spiegarlla;e così, una volta giunta qui, aevopochissimo o niente da dire. Capivo bene che on si trattava del tutto di unione di tutte le facoltà e che era più forte della precedente... molto chiaramente; però confesso che  non sapevo individuare nè comprendere in che modo fosse differente”[82].
  • “Le facoltà hanno solo la capacità di stare tutte occupate in Dio”[83].

 

 

Effetti dell’orazione.

  • O vero Signore e Gloria mia, che leggera e pesantissima croce avete preparato per coloro che giungono a questo grado! Leggera, perché è dolce; pesante perché arrivano momenti in cui non c’è sopportazione che la sopporti, eppure non ci si vorrebbe mai vedere liberati da essa, se non per vedersi già totalmente con Voi. Quando l'anima si ricorda di non avervi servito in nulla e che continuando a vivere può servivi, vorrebbe caricarsi di una croce assai più pesante e non morire più fino alla fine del mondo. Non e importa niente del suo riposo, in cambio di rendervi un piccolo servizio non sa cosa desiderare, ma sa bene che non desidera altro da Voi[84].
  • “Infine il fatto è che le virtù sono ora più forti che nella precedente orazione di quiete: l’anima non può ignorarle, perchè si vede diversa e non sa come le sia accaduto. Comincia a operare grandi cose grazie al profumo che si diffonde dai fiori, e il Signore vuole che qustti si aprano perché si renda conto di avere delle virtù, anche se si rende conto molto bene che non avrebbe potuto, né ha potuto, gudagnarle in molti anni, e che in quel poco tempo il celeste giardiniere gliele ha date. Qui l’umiltà che resta impressa nell’anima è assai  più grande e più profonda di quella passata; perché ella vede più chiaramente che non ha fatto né poco né tanto, ma ha acconsentito a che il Signore le facesse delle grazie e la volontà le ha abbracciate”[85].
  • “Dunque accade molte volte questo tipo di iunione di cui  voglio parlare (soprattutto a me... Dio mi fa molto spesso questo tipo di grazia): Dio  afferra la volontà e perfino l’intelletto, a mio parere, perché esso non fa ragionamenti, ma se ne sta occupato a godere di Dio, come uno che sta guardando e vede così tante cose chenon sa dove guardare; lo sguardo si perde ora su una cosa ora su un’altra, senza distinguerne alcuna. La memoria resta libera, e credo insieme all’immaginazione; ed essa vedendosi sola... c’è da lodare Dio per la guerra che scaten e per come cerca di far perdere totalmente la quiete! Me, mi ha stancata, e io la detesto, e molte volte supplico il Signore, se mi deve tanto disturbare, che me la tolga in quei momenti. Alcune volte gli dico: quando, o miio Dio, potrà essere tutta unificata la mia anima nel lodare Voi, e non fatta a pezzi, senza potersi difendere? Qui vedo il male che ci causa il peccato, perché in qusto modo ci ha obbligato a non fare quello che vogliamo, cioè stare sempre concentrati su Dio”[86].

 

Che fare in questa orazione

  • “A questo punto mi semra sia opportuno ... abbandonarsi del tutto nelle braccia di Dio. Se Egli vuole portarla in cielo, vada; se vuole portarla all’inferno, non ne soffre, allorché è insieme al suo Bene; se vuole porre fine alla sua vita, questo ella vuole; se vuoole che viva mille anni, anche lei lo vuole. Agisca Sua Maestà come se l’anima fosse cosa che  gli appartiene; ormai l’anima non appartiene più a se stessa; è consegnata del tutto al Signore; si disinteressi del tutto di sé”[87].

 

Differenza tra questo stato di orazione e l’orazione di quiete

  • “Questo, anche se semba la stessaa cosa, è differente dall’orazione di quiete di cui ho  parlato, o almeno lo è in parte, perchéè in essa è l’anima che non vorrebbe agitarsi e muoversi, stando a godere in quell’ozio santo come Maria; in quest’ulltima orazione può anche essere Marta – così che quasi metta in opera contemporaneamente sia la vita contemplativa sia la vita attiva – e impegnarsi in opere di Carità e affari pertinenti alla sua condizione, e leggere, anche se non si è del tutto padroni di se stessi e si comprende bene che la parte miglliore dell’anima è da qualche altra parte. È come quando stiamo parlando con qualcuno e da un’alltra parte viene un’altro a parlarci e così non possiamo ascoltare bene né l’uno né l’altro”[88].

 

Raccomandazioni…

  • “Sembra che il Signore abbia voluto spiegare – almeno pare a me – questi stati dell’anima nel modo migliore che quaggiù si possa far capire. Vostra grazia ne parli con qualcuno di spitiruale chw sia giunto fin qui e che abbia studiato teologia. Se le dovesse dire che va bene, creda che glielo ha detto Dio e ne ringrazi molto Sua Maestà; perché, come le ho detto, con l’andar del tempo si rallegrerà molto nel capire di cosa si tratta, fonché non le darà la grazia per comprenderlo – per quanto possa darle quella di goderne. Qualora Sua Maestà le abbia concesso di goderne, lo capirà da quanto ho scritto, grazie alla sua intelligenza e alla teologia”[89].

 

 

 

 

 

 

 

L’Orazione contemplativa.

 

L’uomo vive sempre e contemporaneamente nel bisogno e nel desiderio, così come, in quanto individuo vivente vive sempre in un mondo, ma in quanto soggetto umano abita sempre al di là del mondo. Ed è sempre e solo attraversando l’apertura/chiusura del bisogno che l’uomo finisce per incontrare l’apertura del desiderio, è sempre e solo vivendo all’interno del mondo del bisogno che l’uomo si trova a essere abitato dall’ al-di-là-del-mondo, “niente di nominabile” (Lacan): “Qui non si sperimenta nulla, se non un godere senza capire ciò che si gode. Si capisce che si gode di un bene nel quale sono racchiusi insieme tutti i beni, ma non si comprende questo bene. Tutti i sensi sono occuppati in questo godimento, in modo tale che nessuno resti disoccupato così da potersi impiegare in altre cose, sia esteriormente sia interiormente”[90].

Il modo d’esistere dell’uomo è del tutto particolare, influenzato comè da un desiderio che non è un bisogno, da una mancanza che non è un’assenza, da un’apertura che non cessa di aprire e di rinviare sempre al di là. Inoltre, stranezza che si aggiunge a stranezza, se è l’appetito a rivelare la presenza di un semplice vivente, è invece l’inquietudine connessa al desiderio a rivelare la presenza dell’umano. Dove c’è appetito c’è vita, dove c’è inquetudine c’è uomo.

E qui bisogna avere l’ardire di concepire Dio come “Colui che accresce invece di spegnere”[91]. il desiderio. “Egli infatti, anche quando viene pensato come il fine non può essere pensato come la fine. Forse è proprio della natura di Dio il saper essere il fine senza essere la fine”. E’ la mancanza propria del desiderio “ad aprire il soggetto in modo così radicale e aprente da spingerlo perfino al di là del proprio godimento, al di là della stessa vitalità della vita” in superficie, “vale a dire al di là del mondo e delle sue stelle:

‘[...] la nostra esperienza umana ci indica o ci fa intuire che c’è una vita del desiderio sconosciuta alla vita dei bisogni immediati, ignorata anche dai più raffinati dei nostri sensi. Abbiamo una vita altra [...] Un Dio che chiudesse questa apertura, che colmasse la nostra mancanza, non creerebbe alcun movimento, sarebbe un satana’[92].

In effetti la stessa soddisfazione, la meraviglia dell’essere soddisfatti attraverso il possesso e la fruizione degli oggetti, la gioia del e nel proprioi godimento, può trasformarsi in una prigione dorata in cui l’essere umano, chiuendosi in se stesso, non trova più spazio attorno a sé e muore”.

“Gesù insegna il desiderio e non una morale” (Gérard Sévérin). Sulla scia di Isaiache afferma: “Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese” (5, 8).

“La mancanza non è vacuità, al contrario è ciò che ci costruisce. La separazione non è un vuoto ma è ciò che muove il nostro sapere, la nostra conoscenza, e li trasforma dall’interno. È in questo momento che si ha accesso al sapere amoroso, o al sapere tout court. La vera conoscenza è ciò che non smette di venir modificata da una mancanza indimenticabile”[93].

Non si dimentichi la mancanza allora, non la si traduca/tradisca in assenza, non si venga meno alla responsabilità di rendele personalmente testimonianza. Perciò nutriamoci di quest’apertura alla forza che veramente trasforma il mondo, cioè l’amore di Dio (la Carità – cfr. 1Cor 13, 1-13). È questa l’acqua viva della contemplazione[94]. L’uomo si trova nella libertà interiore di amare come ama Dio.  Non abbandoniamola.

 

Eccoci dunque:

 

  1. Orazione contemplativa ... l’unione con Dio

 

Cos’è

  • “Cosa sia l’unione è già chiaro: due cose separate che diventano una”[95], “due nature nell’unico spirito e amore di Dio. San Paolo, adducendo questo paragone, afferma a tale proposito: Chi si unisce al Signore, forma con lui un solo spirito (1Cor 6, 17). Così, per esempio, quando la luce di una stella o di una candela si unisce e confonde con quella del sole, ciò che brilla non è più la stella o la candela, ma il sole, che contiene in sé unite tutte le altre luci”[96].

 

Grazie ed effetti in questa orazione di unione.

  • “Ciò che accade in questa stessa esperienza di unione è il sopraggiungere di questo innalzamento dello spirito o ricongiungimento con l’amore divino (a quanto ne capisco è differente l’unione dall’innalzamento)”[97].
  • “Chi non avrà provato quest’ultimo penserà che non è così; e a mio parere, benché siano un po la stessa cosa, il Signore opera in maniera differente”
  • “…e, quanto al crescere el distacco dalle creature, opera molto di più nel volo dello spirito. Ho visto chiaramente che si tratta di una grazia particolare, anche se, come dico, si tratti di un’unica cosa, o almeno così sembra…”
  • “…ma un fuoco piccolo è fuoco allo stesso modo di uno grande, eppure si vede la differenza fra l’uno e l’altro; in un fuoco piccolo, prima che un piccolo pezzo di ferro si arroventi, ci vuolo molto tempo; invece, se il fuoco è grande, anche quando sia più grande il pezzo di ferro, questo in pochissimo tempo perde la sua parvenza di ferro. Così mi sembra accada in queste due diverse grazie che il Signore ci fa e so che chi sarà arrivato fino ai rapimenti lo capirà bene”[98].
  • “La verità è che, agli inizi, quasi sempre accade dopo una lunga orazione mentale: passo dopo passo il Signore prende questo uccellino e lo porta nel nido affinché si riposi. Avendolo visto volare per un buon tempo, mentre cercava con l’intelletto e la volontà e con tutte le sue forze di trovare Dio e farlo contento, vuole dargli il premio perfino in questa vita. E che premio! Che basta un momento per essere ripagati di tutte le fatiche che in una vita ci possono essere[99]”.

 

Efetti sulla persona.

  • “Mentre l’anima è lì che cerca Dio, si sente, con un piacere grandissimo e dolce, quasi venir tutta meno, come uno svenimento, in cui le vengono a mancare il fiato[100]
  • “…e tutte le forze del corpo, in modo tale che non può neppure muovere le mani, se non con molta pena;…”
  • “…gli occhi le si chiudono anche se non vuole, o se li tiene aperti non vede quasi nulla;…”
  • “…e, se legge, non ce la fa a prounciare parola e quasi non riesce a distinguerla; vede che c’è una parola, ma poiché l’intelletto non aiuta, non sa leggerla, per quanto voglia;…”
  • “…sente, ma non capisce ciò che sente.”
  • “Così i sensi non le servono più a niente, ma solo a non lasciarsi andare fino in fondo come vorrebbe; e così anzi le recano danno. Parlare è superfluo, perché non riesce a formulare parola, né ha forza, qualora ci riuscisse, per poterla pronunciare; perché tutta la forza fisica si disperde e si concentra tutta nell’anima per poter meglio godere della sua gloria. Il piacere fisico che si sente è grande e assai noto”[101].

 

Effetti interiori.

  • “… ci si vede uniti a Dio, e resta una tale certezza che in nessun modo si può non crederci”.
  • “Qui tutte le facoltà vengono a mancare e sono sospese in modo tale che, in nessun modo, come ho detto, si intende che sono all’opera...”
  • “la volontà è del tutto occupata ad amare, ma non intende come. L’intelletto, se intende, non si intende come intenda; per lo meno non può afferrare nulla di ciò che intende”.[102]
  • “Da questa orazione e unione l’anima esce con grandissima tenerezza, al punto che vorrebbe consumarsi, non di dolore, ma di lacrime gioiose. Se ne ritrova bagnata senza accorgersene e senza sapere quando e perché abbia pianto; ma le dà grande diletto vedre placato quell’impeto di fuoco con un’acqua che lo fa crescere ancora di più”[103].
  • “L’anima si ritrova coraggiosa; se in quel momento la facessero a pezzi per Dio, ne sarebbe consolata. Questo è il momento delle promesse e delle decisioni eroiche, della vialità dei desideri, di cominciare a tetestare il mondo, di vederne chiaramente la vanità – e ciò avviene in modo molto più vantaggioso ed elevato rispetto ai gradi di orazione precedenti -, e l’umiltà è assai accresciuta; perché vede bene che non ha dovuto impegnarsi per quella grazia eccessiva e grandiosa, e non ha fatto niente per ottenerla e per conservarla. Vede chiaramente di esserne assai indegna, perché in una stanza dove entra moto sole non c’è ragnatela che resti nascosta; vede la sua miseria. La vanagloria va tanto lontano che le sembra impossibile poterla avere, perché ormai ha sotto gli icchi il poco o il niente di cui è capace; infatti, a quel punto a stento ha potuto dare il suo consenso, come se, malgrado ella non volesse, qualcunn altro abbia chiuso la porta a tutti i suoi sensi, affinché potesse godere maggiormente del Signore. Resta sola con Lui, cosa deve fare se non amarlo? Non vede e non sente, se non con molto sforzo; poco è il suo merito. In seguito le appare tutta la sua vita passata e la grande misericordia di Dio, con grande verità e senza che l’intelletto abbia bisogno di andare a caccia di cibo, perché lì vede già pronto ciò che deve mangiare e comprendere. Di se stessa vede che merita l’inferno e che è castigata con la gloria. Si consuma lodando Dio, e anche io vorrei consumarmi ora. Benetetto siate, Signore mio, che questo fate con una melma tanto putrida quale sono io: mi trasformate in acqua limpidissima per la vostra mensa! Siate lodato, o dolce consolazione degli angeli, che in questo modo volete innalzare un verme tanto vile!”[104]

 

Raccomandazioni

  • “Da qui si capisce – e si faccia molta attenione per amore del Signore – che, qualora Dio giunga a fare grazie tanto grandi a un’anima nell’orazione, non si debba fidare di se stessa, perché può cadere, e che non si debba mettere in nessun modo nelle occasioni”.
  • “Si faccia molta attenzione, perché è molto importante; perché l’inganno che qui poi può fare il demonio – il traditore! –, qualora sia certo che la grazia proviene da Dio, è approfittare di quellla stessa grazia, per quanto gli è possibile, e ingannare persone non ancora cresciute nelle virtù, né mortificate, nè distaccate; perché a questo punto non si sono ancora rafforzate quel tanto che basta per esporsi alle occasioni e ai pericoli, per quanto abbiano grandi desideri e grande determinazione...” [105]
  •  “Questo è l’inganno con cui il demonio ci prende: quando un’anima si vede tanto vicina a Dio, e riconosce la differenza tra i beni del cielo e quelli della terra, e l’amore che le mostra il Signore, da questo amore nasce la fiducia e la sicurezza di non cadere più, allontanandosi da ciò di cui gode; le sembra di vedere chiarmente il premio, perché ormai non è possibile, riguardo a una cosa che perfino già da questa vita è tanto deliziosa e dolce, abbandonarla per una cosa tanto bassa e sporca come è il diletto terreno; e con questa fiducia il demonio le fa dimenticare anche che deve diffidare di sé; e come dico si espone ai pericoli e comincia, piena di zelo, a regalare frutta senza misura, credendo di non dovere ormai temere di se stessa. E questo non accade per superbia (l’anima sa bene che da sola non può fare nulla), ma per una grande fiducia in Dio priva di discernimento, perché non vede che ancora è un uccellino spennacchiato. Può uscire dal nido, e Dio la tira fuori, ma non è ancora pronta a volare; perché le virtù non sono ancora forti, né ha esperienza per riconoscere i pericoli, né riconosce il danno di questo fare affidamento su di sé”[106].
  • “Si fidi della bontà di Dio, che è più grande di tutte le malefatte che possiamo compiere, ed Egli non si ricorda della nostra ingratitudine quando noi, conoscendo noi stessi, vogliamo tornare alla sua amicizia, e nemmeno delle grazie che ci ha fatto per castigarci; anzi lo spingono a perdonarci più in fretta, come gente di casa sua, che ha mangiato come si suoi dire il suo pane”[107]

 

 

b. Orazione contemplativa... rapimento e estasi

 

“Vorrei saper spiegare, con l’aiuto  di Dio, la differenza che c’è fra unione e rapimento, o elevazione , o il così detto volo di spirito, o incanto impetuoso, che sono tutte la stessa cosa. Dico che tutte queste parole diverse indicano una cosa e la si può anche chiamare estasi. Supera di molto l’unione. Produce effetti molto più grandi e numerosi altri risutati, percé l’unione pare principio, mezzo e fine, e lo è nell’ambito interiore; invece nell’estasi, visto che i momenti finali sono di ipiù alto grado, gli effetti si producono sia interiormente sia esteriormente. Lo spieghi il Signore come ha fatto per il resto, se Sua Maestà non mi avesse fatto comprendere grazie a quali modi ed espressioni dirne qualcosa, io non saprei dirne nulla”[108].

 

Rapimenti.

  • “In questi rapimenti sembra che l’anima non dia più vita al corpo e così si sente un assai sensibile mancamento del suo calore naturale; si raffredda un po per volta, anche se con grandissima dolcezza e diletto. Qui non c’è alcuna poossibilità di resistere; durante l’unione, poiché siamo ancora su questa terra c’è possibilità (anche se con pena e sforzo, si può sempre resistere); qui, invece, la maggior parte delle volte non c’è alcuna possibilità, anzi molte volte, senza che il pensiero o qualche altro aiuto possanon giocare d’anticipo, sopraggiunge un impeto così veloce e forte, che vedete e sentite questa nube innalzarsi o quest’aquila reale che vi rapisce con le sue ali”.[109]
  • “Molte vote mi sembrava che mi lasciasse il corpo così leggero, da toglieremene tutta la pesantezza; e alcune volte l’effetto era così grande che quasi non mi accorgevo di poggiare i piedi per terra. Perché quando si trova nel rapimento, il corpo resta come morto, spesso senza poter essere per niente padrone di se stesso, e come esso lo compie rimane: in piedi, seduto, a mani aperte, a mani chiuse. Infatti, anche se poche volte capita di perdere la capacità percettiva, a me è accaduto di perderla del utto, poche volte e per un breve tempo. Ma di isolio succede che ci si turbi e anche se non si può fare nulla da sé quanto alla parte esteriore, non si smette di capire e udire qualcosa, come da lontano”[110].

 

Éstasi e rivelazioni

“Qui in questa estasi ci sono le vere rivelazioni e le grandi grazie e visioni, e tutto serve per umiliare e rafforzare ‘anima e perché stimi meno le cose di questa vita e conosca più chiaramente le grandezze del premio che i Signore tiene pronto per coloro che lo servono”[111].

 

 

Infine: le difficoltà sono tante. Grande la determinazione necessaria a intraprendere il cammino dell’orazione. Tuttavia, Teresa ci mostra la possibilità reale di un autentico rapporto con Dio. Le difficoltà stanno dalla parte nostra più che da parte Sua. Dio vuole, la persona resiste perché questo implica lasciare una strada già tracciata per un’altra che è tracciata da un’altro. Un non fidarsi più di sé per riporre ogni fiducia in Dio (cfr. V 8, 12; 9, 3). Fiducia accordata “a poco a poco” (V 3, 5). Tuttavia questo “altro” sa tutto di noi e noi “sappiamo che ci ama”. Accanto alla nostra resistenza ci sia pure una resa!

 

Ma ciascuno “dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9, 7). Dio si diffonde nei cuori di uomini così. Il suo Spirito ci unisce a Sé e tra noi in una libertà interiore grande, che sa correre il rischio di vivere, preoccupati non di evitare il male ma di accrescere il bene per poterlo vincere con il Suo aiuto: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rom 12, 21).

 

Ecco la via intrapresa all’uscita di ogni orazione: ci si preoccupa di cercare di maggiormente contentare Dio, ciascuno “nel conoscere in quali cose e per quali vie possa mostrargli l’amore che gli porta. Questo è il fine dell’orazione …: produrre opere ed opere, essendo queste” opere di misericordia, perché l’amore che portiamo a Dio è di Dio, “il vero segno per conoscere se si tratta di favori e di grazie divine”[112]. Segno che siamo stati venduti “schiavi di tutto il mondo, com’è stato per Lui”[113] che ha detto «Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 13). Figlio di quel “Padre delle misericordie” di cui parla Giovanni della Croce, rivolgendosi a Lui con queste parole: “Mio Signore, mio Amato, se non compi quello che io ti chiedo perché ancora ti ricordi dei miei peccati, fai pure, o Dio mio, riguardo ad essi la tua volontà, che è quanto io cerco di più; usa la tua bontà e misericordia e sarai conosciuto in essi” (Dichos Nº 26).

Per Giovanni, Gesù è la “mano misericordiosa del Padre” (LlB 2, 16) che quando “si china sull’anima con misericordia, imprime e infonde in essa il suo amore e la sua grazia; allora la rende talmente bella e la eleva tanto, da farla partecipe della natura divina (2Pt 1,4)”. (CB 32,3-5).

 

I cristiani adesso sanno «che cosa vuol dire» questo. I cristiani che, “misericordiosi come il Padre” (Lc 6, 36), sono come le impronte di Gesù nella storia.



[1] Giovanni della Croce, Cantico B, Annotazione strofa 1.

[2] Ambrogio da Milano, In morte del fratello Satiro, Lib. 2, 40. 41. 46. 47. 132. 133.

[3] né le sue misericordie possono esaurirsi: non stanchiamoci noi di riceverle!...Vita 19, 15.

[4] Vista, udito, gusto, olfatto, tatto.

[5] Vita 11, 9.

[6] Vita 11, 9.

[7] Vita 11, 9.

[8] Vita 11,9

[9] Vita 11,9.

[10] Vita 11,10.

[11] Vita 11,10.

[12] Vita 11,10.

[13] Vita 11, 10.

[14] Vita 11, 10.

[15] Vita 11, 10.

[16] Vita 11, 10.

[17] Vita 11,10.

[18] Vita 11,10.

[19] Vita 12, 2.

[20] Vita 12, 2.

[21] Vita 11,11.

[22] Vita 11, 12.

[23] Vita 11, 15.

[24] Vita 11, 15.

[25] Vita 11, 16.

[26] Vita 11,16.

[27] Vita 11,16.

[28] Vita 11, 16.

[29] Vita 11, 17.

[30] V.ita 13, 1.

[31] Vita 13, 7.

[32] Vita 13, 8.

[33] Vita 13, 9.

[34] Vita 13,9.

[35] Vita 13,10.

[36] Vita 13, 10.

[37] Uno «che non si faccia chiamare “rabbi” perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23, 8).

[38] Vita 13, 14.

[39] Vita 13, 15.

[40] J.S. Lewis, I quattro amori, p. 54.

[41] Giovanni Paolo II, Redemtoris Missio, 23.

[42] Vita 13, 11.

[43] Vita 13, 12.

[44] Vita 13, 22.

[45] P. Gabriele di S. M. Maddalena, Piccolo catechismo della vita spirituale, Rivista di vita spirituale 3 (1949) 36.

[46] Così P. Aravalles, uno dei redattori della prima Istruzione dei novizi (1591), che sembra essere stato in contatto diretto con S. Giovanni della Croce, nel suo libro sulla preghiera (Juan de Jesús-María [Aravalles], Tratado de Oración, V, 23.

[47] P. Gabriele di S. M. Maddalena, La via dell’orazione. Esposizione e commento dell’opera “Cammino di perfezione” di S. Teresa di Gesù, Roma, Monastero S. Giuseppe - Carmelitane scalze, [1955] 141.

[48] C. 28-29; 4M 3, 1-13

[49] Non è già orazione soprannaturale, ma un modo della semplice orazione mentale, e via ai vari gradi della soprannaturale.

[50] C. 28, 4

[51] C. 28, 6

[52] C. 28, 6

[53]  C. 28, 7

[54]  ...e che voi potete molto per renderlo assai più prezioso. (Manoscr. Escor.).

[55]  C. 28, 9

[56]  C. 28, 10

[57]  C. 28, 11

[58]  C. 28, 12

[59]  C. 29, 7

[60]  C. 25, 3

[61]  C. 26 (cfr. Giovanni della Croce, 1S 13, 11)

[62]  C. 25, 2

[63] V. 14-15

[64] V 14, 2

[65] V. 15,1

[66] V. 15, 4-5

[67] V. 14, 2

[68] V. 14,4

[69] V. 14, 5

[70] V. 14, 5

[71] V. 15,2; 15, 3

[72] V. 15,3

[73] V. 15, 5

[74] V. 15, 11

[75] V. 15, 11

[76] V. 15, 14

[77]  V. 15, 15

[78] V. 16-17

[79] V. 16,1

[80] V. 16,1

[81] V. 16, 1

[82] V. 16, 2

[83] V. 16, 3

[84] V. 16, 5

[85] V. 17, 3

[86] V. 17, 5

[87] V. 17,2

[88] V. 17, 4

[89] V. 17, 8

[90] V 18, 1

[91] Silvano Petrosino, Il Desiderio, 2019, Vita e Pensiero, pp. 90-91.

[92] F. Dolto, La fede alla luce della psicoanalisi, trad. it. di R. Prezzo, Milano, et al./edizioni, 2013, p. 21.

[93] AA.VV. Traversate d’occidente. Conversazioni con Michel de Certeau, trad. it. di C. Casalini, Milano, Edizioni Medusa, 2014, p. 66.

[94] Cfr. Francesco, Discorsi, 11 settembre 2021.

[95] V. 18, 3

[96] CB 22, 3.

[97] V. 18, 7

[98] V. 18, 7

[99] V. 18, 9

[100] Respiro, affanno…

[101] V. 18, 10

[102] V. 18, 14

[103] V. 19, 1

[104] V. 19, 2

[105] V. 19, 13

[106] V. 19, 14

[107] V. 19, 15

[108] V. 20 - 21

[109] V. 20, 3

[110] V. 20, 18

[111] V. 21, 12

[112] 7M 4, 6.

[113] 7M 4, 8.

 

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