Una questione d'amore

«Il male non abita soltanto la storia, ma attraversa il cuore del discepolo. Non solo la storia profana ma anche quella sacra è segnata dalla presenza del male e questo fa sorgere un interrogativo insuperabile nella coscienza del discepolo cristiano. «Decisi che quei pochi amici, che il Signore aveva, dovevano essere veramente buoni amici» (Teresa di Gesù, Cammino 1, 2). Oltre le mediazioni culturali c’è una verità dell’esperienza che emerge comunque e in ogni caso. La storia ci interpella e ci provoca ad una risoluzione che non riguarda l’altro, ma riguarda sé. E questo nasce dalla constatazione del fatto che non ci sono a disposizione mezzi risolutivi. Se il mondo è malato, se la storia è malata – e questa è un’evidenza, dentro e fuori di noi – ciò che conta, ciò che è possibile fare non è togliere il male, ma è aumentare il bene» (Cassano Valcuvia, settembre 2010). Chi aumenta il bene è l’orazione: è Dio in noi e nel mondo con noi. Vediamo allora

L’orazione è stata per Teresa la grande scoperta della vita: in essa vedeva un modo eccellente per Dio di comunicarsi all’anima. Teresa esprime molto chiaramente la sua concezione dell’orazione nella sua auto biografia: “Giacché l’orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati” (V 8, 5). Questa definizione dell’orazione, frutto dell’esperienza della santa, ci offre le caratteristi che proprie dell’orazione teresiana: io ne rilevo sette, numero sacro!

 

Dio ci ama

Nell’orazione teresiana l’accento viene posto innanzitutto sull’iniziativa di Dio e del suo amore per noi: ci apriamo e ci confidiamo con “Colui da cui sappiamo di essere amati”. Nel suo Cantico spirituale, Giovanni della Croce, che ha perfettamente compreso la Madre, pone continuamente l’accento sull’amore preveniente di Dio che bisogna semplicemente accogliere. Mediante un linguaggio figurato illustra quella realtà che esprime bene l’apostolo Giovanni: “Egli ci ha amati per primo” (1Gv 4, 19). Egli ci avvolge nel suo sguardo amoroso; Egli ci visita con il suo amore; Egli imprime nei nostri cuori il sigillo del suo amore; Egli ci fa udire la voce del suo amore; il sole del suo amore ci illumina e ci riscalda... Ricordiamo il racconto del giovane ricco: “Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò” (Mc 10, 17-27). Certamente, questo sguardo d’amore invita a qualcosa di decisivo: “Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni, seguimi” (Mt 19, 21).

Sapere di essere guardati, sapere di essere amati! Per molti, in effetti, questo non è ovvio: la paura di Dio continua a devastare i cuori. Dobbiamo contemplare senza sosta il mistero dell’Incarnazione: Dio che si fa uomo per amore; Cristo, Uomo-Dio, che ci è vicinissimo. Quando riusciamo a realizzare questo, diveniamo pienamente coscienti dell’amore di Cristo per noi: a Lui apriamo la porta del nostro cuore. La beata Elisabetta della Trinità scrive: “L’anima permette così all’Essere divino di appagare in lei il suo bisogno dì comunicare ‘tutto ciò che è e tutto ciò che ha’” (Ultimo Ritiro di Laudem gloriae).

Bisogna rimanere dunque in uno stato di passività: lasciandoci amare dall’amore misericordioso del Signore, la nostra orazione diviene un inno di lode alla misericordia divina. Questa disposizione è eminentemente teresiana. Consideriamo come Cristo ha perseguitato Teresa in ogni modo durante il suo lungo periodo di mediocrità per conquistarla al suo amore: i consigli del padre; un’apparizione di Cristo dal volto severo; le esortazioni fraterne di qualche sorella; la lettura delle confessioni di Sant'Agostino; e infine, la vista della piccola statua di Cristo alla colonna, che la sconvolge profondamente Teresa si apre allora all’opera di Dio in lei: una vita nuova fiorisce. Cristo l’ha liberata da se stessa: d’ora in avanti, è Lui che vive in Teresa. Non può fare lo stesso con noi?

 

Un’amicizia reciproca

La mia risposta a questo amore di Cristo non può essere altro che uno slancio del mio amore personale: l’amore di Dio fa appello al mio amore. Ne risulta “un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento” (V 8, 5). Nel più profondo di me, io devo liberare questa capacità d’amore che Dio stesso vi ha nascosto Come un tesoro. Ascoltiamo Teresa: “Mi fu di grande aiuto l’aver avuto da Dio la grazia dell’orazione, nella quale compresi cosa voglia dire amarlo” (V 6, 3).

L’amore si scopre nelle regioni del cuore, laddove l’uomo, nel più profondo della sua esistenza, fa appello ad un Altro, nel quale trova il suo totale compimento e a cui può donarsi senza riserve. Quest’orazione si definirà dunque in termini di incontro, di amicizia, di rapporti reciproci tra un io e un Tu: nella consapevolezza di una presenza di Dio vicinissima. La preghiera del cuore! Come stupirci del fatto che Teresa ci metta in guardia da un’orazione che non produrrebbe che bei ragionamenti intellettuali? “Desidero soltanto avvertirvi che per inoltrarsi in questo cammino e salire alle mansioni a cui tendiamo, l’essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare, per cui le vostre preferenze devono essere soltanto in quelle cose che più eccitano all’amore” (4M, 1, 7).

 

La libertà dell’amore

Queste ultime parole ci rivelano una grande libertà nella pratica dell’orazione teresiana: non esiste un metodo preciso o una tecnica rigorosa. In materia d’amore non c’è un cammino già tracciato: dobbiamo fare ciò che più ci stimola ad amare. E innanzitutto attraverso la scelta dei modi. Possiamo, per esempio, aiutarci con un libro, senza per questo utilizzarlo per tutto il tempo dell’orazione: è consolante udire dalla bocca di Teresa ch’ella non andava mai all’orazione senza un libro, anche se le accadeva poi di non aprirlo. Il libro di spiritualità è un compagno fedele: di questo riparleremo più avanti. Ci si può anche aiutare con un’immagine o un’icona e contemplarla a lungo, cosicché l’icona richiami a sé la nostra attenzione amorosa. Certamente, anche la lettura di un passo della Scrittura o della liturgia può sostenere la nostra attenzione. Queste sono, in effetti, le prime fonti per la nostra orazione: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11, 1).

Oltre alla libera scelta dei modi, grande libertà ci viene offerta anche in ciò che concerne la disposizione interiore della persona: essa varia molto a seconda delle circostanze, degli eventi, dei tempi liturgici, del momento della giornata, etc. In certe ore ci sentiamo inclini alla supplica: una supplica, per esempio, con intenzioni ben precise che nascono dal nostro ambiente o dalle angosce del mondo di cui si viene a conoscenza attraverso i mezzi di comunicazione. La supplica, d’altra parte, resterà sempre il fondamento della preghiera: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito!” (Eb 5, 7). In altri momenti è il rendi mento di grazie a riempire il nostro Cuore: tutto il nostro essere ringrazia il Signore per i molti doni del suo amore che noi cerchiamo di discernere sempre più in profondità. Progredendo nell’orazione, il decentramento da sé va sempre crescendo: il fascino della gloria e della bellezza di Dio porta la nostra concentrazione sempre più su di Lui e nei nostri cuori fa nascere la lode. Elisabetta della Trinità ha trovato in san Paolo il senso della sua vita: “a lode e gloria della sua grazia” (Ef 1, 6). La sua orazione non è che questo, un atteggiamento dell’anima dei tutto disarmata: in questo momento, non si è lontani dalla pura adorazione che si unisce a quella del cielo descritta nell'Apocalisse, quando, in un silenzio assoluto abitato da una Presenza in Pienezza, risuona l’eterno Sanctus.

La libertà teresiana nell’orazione si manifesta anche nella scelta dei nostri molteplici rapporti con il Signore. Chi è Egli per me? Il Padre? Gesù? Lo Spirito? Mio Fratello? Il mio Pastore? Teresa insiste molto su questa vasta scelta: Ciascuno può dare alla sua vita spirituale una nota personale, seguire il suo cammino verso Dio ispirato dallo Spirito Santo. In questo aspetto dell’orazione, a chi ci si rivolga e in quale modo, è richiesta una grande docilità allo Spirito. “Trattate con Lui come con un padre, con un fratello, con un maestro, con uno sposo: ora sotto un aspetto ed ora sotto un altro, ed Egli v’insegnerà come contentarlo” (C 28, 3). E non dimentichiamo la Vergine Maria, così vicina al mistero trinitario: la sua missione è quella di introdurci in esso.

 

In cammino verso una pienezza

L’orazione teresiana porta in sé una dinamica verso la pienezza d’amore, questa “perla preziosa” (cfr. Castello V 1, 2), la contemplazione e persino l’unione a Dio nel matrimonio spirituale. La vita spirituale non ha nulla di statico: essa è relazione d’amore e l’amore è sempre in evoluzione. Dio si compiace di potersi comunicare sempre più nella misura in cui il nostro cuore si svuota di sé. Teresa ha illustrato questa maturazione della vita spirituale mediante due immagini. Da una parte, parla dei quattro modi di innaffiare un giardino e ci indica il più facile: “una buona pioggia, nel qual caso è Dio che innaffia senza alcuna nostra fatica: sistema migliore che supera ogni altro” (V 11, 7). Dall’altra parte, Teresa utilizza l’immagine del castello la cui porta d’entrata è l’orazione: si percorrono molte dimore per giungere infine al centro del castello, dove regna il Signore. Lì “si svolgono le cose di grande segretezza tra Dio e l’anima” (IM, 1, 3). È il fiorire della vita spirituale. Dobbiamo guardare a quest’orizzonte vasto e lontano, dono gratuito al quale siamo chiamati, e il miglior modo di prepararci ad esso è l’orazione di raccoglimento: “Se vi abituerete a tenervelo vicino, ed Egli vedrà che lo fate con amore e che cercate ogni mezzo per contentarlo, non solo non vi mancherà mai, ma, come suoi dirsi, non potrete mai togliervelo d’attorno” (C 26, 1). Si vive in un’attesa continua alla quale Dio non saprà restare indifferente: deve venire, prima o poi. Questa attesa è nutrita di grandi desideri, ma essi devono sempre accompagnarsi ad una determinazione forte. “Torno dunque a coloro che vogliono battere questa strada senza più fermarsi fino a che non siano giunti all’acqua viva. Importando molto conoscere come incominciare, dico che si deve prendere una risoluzione ferma e decisa di non mai fermarsi fino a che non si abbia raggiunta quella fonte. Avvenga quel che vuol avvenire, succeda quel che vuol succedere, mormori chi vuol mormorare, si fatichi quanto bisogna faticare: ma a costo di morire a mezza strada, scoraggiati per i molti ostacoli che si presentano, si tenda alla meta, ne vada il inondo intero!” (C 21,2). Ecco il realismo di Teresa: non si giunge all’unione con Dio senza giocarsi al cento per cento. E questo giocarsi consiste proprio nell’abbandonarsi a Cristo Salvatore nelle proprie debolezze: si tratta veramente di una unione a Cristo Redentore. Egli è venuto a cercare la pecora perduta: dobbiamo lasciarci ritrovare da Lui.

 

I tempi forti

Per ciò che concerne l’orazione, i tempi che vi si dedicano giocano un ruolo importante. Teresa ci raccomanda dei tempi forti di orazione, che sono per lei un’autentica scuola d’amore. Noi diventiamo così “servi dell’amore”: “mi pare che ciò consista nel determinarsi a battere il cammino dell’orazione dietro Colui che tanto ci ha amato: onore così sublime che solo a ricordarlo ne ho grandissimo diletto” (V 11, 1).

Questa relazione d’amicizia con Dio rischia a volte di diventare arida, in ragione della grande distanza tra Dio e noi. Trattare con Dio non è cosa ovvia: bisogna “innamorarsi della sua umanità” (V 12, 2). Questo esercizio d’amore richiede tempo: ciascuno dovrà rivedere il ritmo delle proprie giornate, delle settimane, dei mesi, al fine di ristabilire le priorità, la gerarchia dei valori. L’orazione dovrebbe avere un posto d’onore anche quando, in coscienza, non le si possa consacrare molto tempo.

Non consoliamoci affermando con troppa facilità che la nostra vita si svolge alla presenza del Signore. Anche per Teresa, infatti, si tratta di vivere continuamente in compagnia del Signore: “compagnia”, d’altra parte, è una parola chiave per lei. “Molti libri ci, insegnano a distaccarci da ogni cosa e avvicinarci interiormente a Dio. Dobbiamo ritirarci in noi stesse anche in mezzo alle occupazioni, essendoci sempre di gran vantaggio ricordarci di tanto in tanto, sia pure di sfuggita, dell’Ospite che abbiamo in noi” (C 29, 5). Ma bisogna esercitarsi continuamente a vivere in compagnia del Signore: è necessario un tempo abbastanza libero per rendersi completamente disponibili e intrattenersi spesso e intimamente “con Colui da cui sappiamo di essere amati”: dobbiamo vivere nelle profondità del nostro cuore e lasciarci amare, così da permettere a Dio, per il fatto stesso, fecondi nella Chiesa.

 

Dimensione ecclesiale

Teresa ha fatto l’esperienza ecclesiale: di fronte alla lacerazione della Chiesa il suo spirito non poteva trovare riposo. Questo “senso della Chiesa”, sperimentato nel dolore, la condusse alla riforma del Carmelo. Teresa ha servito la Chiesa con i modi che aveva a disposizione: l’orazione, l’amicizia con Cristo, la carità fraterna nel cuore dei suoi “piccoli colombai della Vergine” (F 4, 5). Per la Chiesa ha profonda mente sofferto, nell’anima e nel corpo.

Ella ha dato all’orazione e alla rinuncia evangelica un orientamento e un respiro apostolico.  Già san Tommaso, riprendendo Agostino, nel Compendio di Teologia rimasto incompiuto, verso la fine aveva spiegato insieme «la necessità della preghiera e la differenza tra la preghiera che si rivolge a Dio e quella che si rivolge a un uomo»:

«Rivolta a un uomo la preghiera si presenta anzitutto per esprimere il desiderio di colui che prega e la sua indigenza e in secondo luogo per piegare il cuore di colui che si prega fino a farlo cedere. Quando invece si prega Dio..., non intendiamo manifestare i nostri bisogni o i nostri desideri a Lui, che conosce tutto... Ancor meno intendiamo piegare con parole umane la volontà divina a volere ciò che prima non voleva, - no ... la preghiera a Dio è - necessaria all’uomo in ragione di Colui stesso che prega per mezzo di essa: egli si rende capace di ricevere» (Compendium Theologiae II 2). Con la preghiera l’uomo si rende capace di ricevere.

L’efficacia della preghiera e la sua necessità vanno cercate non in un’azione che essa esercita su Dio, ma su «colui stesso che prega». Per cui, se Dio vuole lasciarsi strappare a viva forza qualcosa è perché noi diveniamo collaboratori suoi sempre più fermi, capaci di «produrre opere su opere» (5M 3, 11; cfr. 7M 4, 6)

 

Il realismo teresiano

È la persona nella sua integralità che intraprende il cammino verso Dio: Teresa ci insegna un’orazione radicata nella vita concreta. Bisogna disporsi all’incontro con Dio nel cuore della vita: Teresa concepisce allora quella che si può chiamare l’infrastruttura dell’orazione. Essa trova i suoi solidi fondamenti nell’amore fraterno, nel distacco e nell’umiltà: l’amore di Dio si prova mediante l’amore fraterno, altrimenti è solo illusione. Teresa testimonia in questo un profondo realismo. Non esitiamo ad entrare nella visione di Teresa e iniziamo senza indugio il camini no dell’orazione: Dio ci chiama.

 

 

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