«Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10,29-37)

 

Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando io vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherà al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

 

Guida di lettura

Abbiamo ascoltato le chiamate a entrare nella dinamica del regno di Dio. Però, che cosa occorre fare prima di iniziare a collabo-rare con lui in questo progetto del Padre, ovvero la creazione di un mondo nuovo, più giusto e umano per tutti? La risposta di Gesù è chiara: «Siate compassionevoli come vostro Padre è compassionevole». Il samaritano della parabola è il modello di questo agire compassionevole.

 

Accostamento ai testo evangelico

La domanda del maestro della Legge. Che cosa intende quando domanda a Gesù chi è il suo prossimo? Ti sei fatto qualche volta questa domanda? Uno, quando si fa questa domanda?

Il ferito della strada. Nel tuo cammino di ogni giorno vedi persone assalite, derubate, colpite, abbandonate alla loro sorte, senza nessuno accanto che si occupi di loro? Facciamo qualche esempio.

Il sacerdote e il levita. Come viene descritto il loro comportamento? Perché i due fanno la stessa cosa? Capisci il loro modo di agire? Perché la loro dedizione al servizio del tempio non li porta a prestare soccorso al ferito?

Il samaritano. Il racconto descrive la sua prima reazione con tre verbi. Puoi sottolineare la loro importanza? Poi viene descritto tutto quello che fa per il ferito. Che cosa pensi del suo modo di agire? Ti sorprende in un «samaritano», che non viene dal tempio né appartiene al popolo eletto? Conosciamo persone che gli assomigliano?

Gesù buon samaritano. Anche tu chiameresti così Gesù? Perché? Ricordi qualcosa del suo modo di guardare le persone e avvicinarsi a coloro che soffrono? Come riassumere lo stile di vita di Gesù?

Va’ e anche tu fa’ così. Questa è l’ultima parola di Gesù al maestro della Legge. Che cosa provi nell'udirla? Ti dà forza per vivere attento alle sofferenze delle persone?

 

Commento

Fare come il samaritano

Gesù sperimenta il mistero di Dio come compassione. Dio ha viscere di madre. Dio agisce mosso dalla sua compassione. Gesù introduce nella storia umana un nuovo principio di azione: la forza che deve dare impulso alla crescita del regno di Dio nel mondo deve essere la compassione. «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6, 36).

Nel popolo giudaico avevano un altro principio per orientare la condotta del popolo di Dio. Lo formula così il libra del Levitico: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19, 2).

Tutti devono imitare la santità del Dio del tempio: un Dio che ama il suo popolo, però rifiuta i pagani; benedice coloro che osservano la Legge, ma maledice i peccatori; accoglie i puri, però tiene lontani gli impuri. Ma è «misericordia» la «santità» di Dio. Gesù non nega la «santità» di Dio, però quello che qualifica questa santità non è il rifiuto dei pagani, la maledizione dei peccatori o la separazione degli impuri. Dio è grande e santo non perché rifiuta, maledice o separa, ma perché ama tutti senza escludere nessuno dalla sua compassione. La parabola del buon samaritano ci permette di capire in che cosa consista essere compassionevoli come il Padre.

Secondo Luca, Gesù racconta questa parabola in risposta a una domanda che gli fa un maestro della Legge per non uscire malconcio da una conversazione che ha con lui: «Chi è il mio prossimo?». Questa è la domanda tipica di chi concepisce la Legge come qualcosa per cui si vive, allo scopo di ereditare la vita eterna e guadagnare la salvezza. Al maestro della Legge interessa sapere chi è obbligato ad amare e chi può essere escluso dal suo amore. Non pensa alla sofferenza delle persone. Non conosce la compassione verso coloro che soffrono. Gesù, che vive alleviando la sofferenza di quanti trova sul suo cammino, trasgredendo se è necessario la legge del sabato o le norme di purità, gli risponde con un racconto nel quale espone, in forma narrativa, il comportamento di chi vive mosso dalla compassione del Padre.

Sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico, un uomo è caduto in mano ad alcuni briganti. Assalito e spogliato di tutto, si trova nel fosso, mezzo morto, abbandonato alla sua sorte. Non sappiamo chi sia. Solo che è «un uomo». Potrebbe essere qualcuno di noi... Qualsiasi essere umano abbattuto dalla violenza, dalla sventura o dall’abbandono. Fortunatamente, per la strada giungono dapprima un sacerdote e poi un levita. Sono persone religiose. Vivono al servizio del Dio del tempio. Senza dubbio avranno pietà di lui. Tuttavia, non è così, Al vederlo ferito, i due chiudono gli occhi e il cuore. Per loro è come se quell’uomo «mezzo morto» non esistesse: «Vedono il ferito, deviano e passano oltre». La loro mancanza di compassione non è solo una reazione personale, perché i due fanno la stessa cosa. Il loro atteggiamento rispecchia la tentazione che minaccia quanti intendono dedicarsi al sacro: vivere lontani dal mondo reale, dove le persone lottano, lavorano e soffrono. Per il fatto che il termine sacro rappresenta al contempo, l’unione con l'ambito del divino e la separazione, appunto, dal profano. Gesù accettò di morire su una croce invece. La croce è un simbolo, formato dall’intersezione della sfera del sacro (linea verticale) con quella del profano (linea orizzontale) che si incontrano in un unico Punto. Che per noi Cristiani è Gesù Cristo. Il sacro e il profano sono uniti perché tutto ciò che è sacro è “tutto per” ciò che è profano.

In lontananza appare un terzo viandante. Non è un sacerdote né un levita. Non viene dal tempio, e non appartiene nemmeno al popolo eletto. Per coloro che ascoltano la parabola, è un «samaritano» da disprezzare. Il ferito può aspettarsi da lui il peggio. Tuttavia, il suo comportamento sorprende tutti. Il racconto lo descrive in ogni dettaglio: «Passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione». Questa è sempre la prima reazione di chi vive mosso dalla compassione. Poi fa per il ferito tutto quello che è in suo potere: disinfetta le ferite con vino, le cura con olio e le fascia. Quindi lo carica sulla sua cavalcatura e lo porta in un albergo. Si prende personalmente cura di lui e si premura che abbia tutte le attenzioni. Pagherà le spese. Questo comportamento del samaritano ci rivela la dinamica della vera compassione.

 

Lo sguardo compassionevole. Il samaritano sa guardare il ferito con compassione. È la prima cosa. La compassione non sgorga dall’osservanza della Legge o dal rispetto dei diritti umani. Si risveglia in noi, dallo sguardo attento e responsabile nei confronti di chi soffre, per il fatto che viviamo uniti a Dio. Il Suo sguardo ci libera dall’egoismo e dall’indifferenza. I vangeli ricordano con frequenza lo sguardo compassionevole di Gesù (si leggano Lc 7,13; Mt 9,36; 14,14).

 

L’accostarsi. Lo sguardo compassionevole porta ad avvicinarsi a chi soffre. Il samaritano «si avvicinò» al ferito, si accostò, gli si fece prossimo. Il maestro della Legge aveva chiesto a Gesù: «Chi è il mio prossimo?». Il samaritano non si domanda se quello sconosciuto che è mezzo morto a lato della strada sia il suo prossimo o no. Sa che è un essere umano che ha bisogno di essere avvicinato. Non occorre sapere altro. Chi guarda le persone con compassione non si domanda chi è il suo prossimo, chi deve amare. Si domanda chi ha bisogno del suo aiuto, a chi si deve avvicinare, a chi deve farsi prossimo, qualunque sia la sua razza, la sua origine, la sua religione o la sua ideologia.

 

Il comportamento dei gesti. Il samaritano non si sente obbligato a osservare un determinato codice legale. Semplicemente, risponde alla situazione del ferito inventando gesti per alleviare la sua sofferenza e fargli riprendere la vita. Gesù passò tutta la sua esistenza a mostrare la cura del Padre per i suoi figli. Non ha potere politico né religioso. Non può risolvere le ingiustizie che si commettono in Galilea, però vive inventandosi gesti per a cambiare quella società. Abbraccia bambini della strada perché non vuole che gli esseri più fragili vivano come orfani; benedice gli infermi perché non vuole che si sentano rifiutati da un Dio davanti al quale si sentono colpevoli; tocca la pelle dei lebbrosi perché non vuole che nessuno li escluda dalla convivenza; cura rompendo il divieto del sabato, perché tutti sappiano che neppure la legge più sacra ha senso per se stessa ma richiede attenzione nei confronti di coloro che soffrono. Questi gesti di Gesù non sono convenzionali. Nascono dalla sua volontà di fare un mondo più amabile e solidale, in cui le persone si aiutano e si curano reciprocamente: il mondo amato dal Padre. Sono gesti orientati ad affermare la vita e la dignità degli esseri umani.

 

Va’ e anche tu fa’ così. La parabola si conclude con questa domanda di Gesù: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Il maestro della Legge gli risponde: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli dice: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso». Ora sappiamo quello che dobbiamo fare: non «girare attorno» a qualcuno che sta soffrendo, ma aprire gli occhi, guardare attentamente quelli che soffrono, avvicinarci ai bordi delle strade, sollevare i feriti, vivere curando i sofferenti.

 

La compassione non è solo un sentimento del cuore. Non consiste nel fare di tanto in tanto un «opera di misericordia» ma nell’essere misericordiosi. Secondo Gesù, la compassione è il principio di azione che deve ispirare e dare impulso al nostro lavoro per estendere il regno di Dio.

 

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Confronto

 

 

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