Verso il Castello

«Perché sei un essere speciale

ed io avrò cura di te.

Io sì che avrò cura di te»

(F. Battiato, La Cura)

 

Stare con Lui: è questo che desideriamo: «perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» (Agostino, Le Confessioni, 1, 1.5). Altrimenti ci sentiamo come fuori dalla nostra stessa vita, spettatori di un film che scorre e non è il nostro.

Quando ancora non sappiamo dove mettere radici, ecco che Teresa di Gesù ci viene incontro con la sua immagine del castello: «Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni [stanze in successione sempre più interne], come molte ve ne sono in cielo. Del resto, sorelle, se ci pensiamo bene, che cos’è l’anima del giusto se non un paradiso, dove il Signore dice di prendere le sue delizie?

E allora come sarà la stanza in cui si diletta un Re così potente, così saggio, così puro, così pieno di ricchezze? No, non vi è nulla che possa paragonarsi alla grande bellezza di un’anima e alla sua immensa capacità! Il nostro intelletto, per acuto che sia, non arriverà mai a comprenderla, come non potrà mai comprendere Iddio, alla cui immagine e somiglianza noi siamo stati creati. Se ciò è vero – e non se ne può dubitare – è inutile che ci stanchiamo nel voler comprendere la bellezza del castello. Tuttavia, per avere un’idea della sua eccellenza e dignità, basta pensare che Dio dice di averlo fatto a sua immagine, benché tra il castello e Dio vi sia sempre la differenza di Creatore e creatura, essendo anche l’anima una creatura» (Teresa di Gesù, 1Mansioni 1, 1).

Ma noi siamo fuori del castello, alle sue porte, a chiedere l’elemosina, senza comprendere che quel castello è nostro e vi possiamo entrare come e quando vogliamo. Viviamo di carrube fuori del castello eppure ne siamo i proprietari. L’assurdo della condizione umana sta nel fatto che l’uomo non si cura della bellezza della propria vita, non si cura della bellezza della propria anima. Ed è come se uno non sapesse come si chiama o chi è!

«Non sarebbe grande ignoranza, figliuole mie, se uno, interrogato chi fosse, non sapesse rispondere, né dare indicazioni di suo padre, di sua madre, né del suo paese di origine? Se ciò è indizio di grande ottusità, assai più grande è senza dubbio la nostra se non procuriamo di sapere chi siamo, per fermarci solo ai nostri corpi. Sì, sappiamo di avere un’anima, perché l’abbiamo sentito e perché ce l’insegna la fede, ma così all’ingrosso, tanto vero che ben poche volte pensiamo alle ricchezze che sono in lei, alla sua grande eccellenza e a Colui che in essa abita. E ciò spiega la nostra grande negligenza nel procurare di conservarne la bellezza. Le nostre preoccupazioni si fermano tutte alla rozzezza del castone, alle mura del castello, ossia a questi nostri corpi. Come ho detto, questo castello risulta di molte stanze, alcune poste in alto, altre in basso ed altre ai lati. Al centro, in mezzo a tutte, vi è la stanza principale, quella dove si svolgono le cose di grande segretezza tra Dio e l’anima» (1M 1, 2-3).

Il paradosso della vita è che Dio è nel nostro cuore, ma noi siamo fuori dal nostro stesso cuore. Noi non entriamo abitualmente in noi stessi e viviamo come mendicanti alle porte del castello ed, allo stesso tempo, siamo dentro il castello e ne siamo i proprietari: è la nostra anima, dove possiamo parlare con Dio:

«Tornando al nostro incantevole e splendido castello, dobbiamo ora vedere il modo di potervi entrare. Sembra che dica uno sproposito, perché se il castello è la stessa anima, non si ha certo bisogno di entrarvi, perché si è già dentro. Non è forse una sciocchezza dire a uno di entrare in una stanza quando già vi sia? Però dovete sapere che vi è una grande differenza tra un modo di essere e un altro, perché molte anime stanno soltanto nei dintorni, là dove sostano le guardie, senza curarsi di andare più innanzi, né sapere cosa si racchiuda in quella splendida dimora, né chi l’abiti, né quali appartamenti contenga. Se avete letto in qualche libro di orazione consigliare l’anima ad entrare in se stessa, è proprio quello che intendo io» (1M 1, 5).

La via dell’orazione ci permette di cominciare ad addentrarci nel castello. Se l’uomo smette di essere attento solo al possesso delle cose e rientra in se stesso, ecco che pian piano si addentra nei primi appartamenti, nelle prime mansioni del castello. Entra cioè in se stesso, nella propria bellezza, inizia a scoprire la propria vocazione:

«Mi diceva ultimamente un gran teologo che le anime senza orazione sono come un corpo storpiato o paralitico che ha mani e piedi, ma non li può muovere. Ve ne sono di così ammalate e talmente avvezze a vivere fra le cose esteriori, da esser refrattarie a qualsiasi cura, quasi impotenti a rientrare in se stesse. […] Per quanto io ne capisca, la porta per entrare in questo castello è l’orazione e la meditazione» (1M 6-7).

Già aver deciso di entrare nel castello, anche se è solo il primo passo, è decisivo. L’uomo smette di vivere di espedienti ed inizia ad avvicinarsi a Dio, iniziando al contempo ad avvicinarsi al cuore della propria anima, poiché l’una e l’altra realtà non si possono mai separare:

Noi tendiamo a separare oppure a confondere Dio e l’uomo perché non siamo in grado di immaginare che siano uno con Lui. Al Dio vero, il Dio di Gesù Cristo, preferiamo l’idolo (Mamona e il suo Phanteon), «opera delle mani dell’uomo» (Sal 115, 4; 135, 15): è il trionfo delle religioni. Mai come oggi si avverte l’urgenza di una nuova evangelizzazione; di un invito a coltivare «un intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenersi in solitudine con Colui dal quale sappiamo d’essere amati» (Teresa di Gesù, Vita, 8, 5). Come «Abramo … sa che Dio non gli farà mai uccidere il figlio, non sa come, non lo sa, è questa la fede. La fede non è dimostrare che io sgozzo mio figlio per amore tuo; la fede è credere che tu non vorrai mai la morte di mio figlio, anche se mi stai dicendo di condurlo al sacrificio. Io credo così tanto al tuo essere Signore della vita, al tuo essere amore, al tuo essere Padre, che faccio tutto quello che mi stai dicendo, così come suona, perché ci credo così tanto a te che vado fino alla fine e in qualche modo, non so come, perché Tu sei Dio, e i tuoi pensieri non sono i miei pensieri, le tue vie non sono le mie vie, Tu risolverai il problema, a modo tuo, non negando mai il tuo amore, la tua natura. Questo è quello che ha provato Gesù portando la croce fino all’ultimo» (Pierangelo Sequeri).

E nell’Orazione l’uomo «si rende capace di ricevere» (Tommaso d’Aquino, Compendium Theologiae II 2), assimilando “al passo dell’anima”, cioè “a poco a poco”, quel che “al passo di Dio” gli si è stato dato tutto col Battesimo: L’amore di Dio il quale «è salute dell’anima». Se priva di un amore perfetto l’anima «non ha una salute perfetta rimanendo quindi malata, poiché l’infermità non è altro che mancanza di salute. In tal modo, allorché non possiede alcun grado di amore l’anima è morta, mentre se ne possiede qualche grado, per quanto minimo, è viva sì, ma è molto delicata e inferma a causa del poco amore che possiede. Quanto più l’amore crescerà, tanto maggiore sarà la salute di cui ella godrà e perciò, quando avrà un amore perfetto, godrà di una salute perfetta» (Giovanni della Croce, CB 11, 11).

La persona umana, «nel momento in cui Dio comincia» (Giovanni della Croce 1S 1, 3), a porla in «quello stato nel quale gli appetiti vengono privati del gusto in tutte le cose»  (Ibid. 3, 1), se si lascia condurre «da Dio» e muovere «soltanto dall’amore per Lui» (1S 1, 4), giungerà «spoglia e purificata, all’unione con l’Amato» (Salita, Argomento), «a sentire che ama Dio con lo stesso amore con cui è amata da Lui» (Benedetto XVI, Udienze, 16 febbraio 2011). Lo spirito sarà così forte da informare anima e corpo, tutte le nostre relazioni.

 

Sappiamo che la realtà ci precede, il sistema “mondo” trova la sua spiegazione oltre se stesso. Se anche noi non si volesse dare un senso al suo esserci lo si dovrebbe considerare con rispetto: è un mistero. Ma per chi gli volesse dare un senso, il mistero ha un nome: si chiama Dio.

Ora: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1, 18). E ci ha chiamato amici, perché tutto ciò che ha udito dal Padre ce l’ha fatto conoscere (cfr. Gv 15, 15).

Ci ha fatto conoscere di avere un’anima. «Sappiamo di avere un’anima, perché l’abbiamo sentito e perché ce l’insegna la fede», ma «ben poche volte pensiamo alle ricchezze che sono in lei, alla sua grande eccellenza e a Colui che in essa abita. E ciò spiega la nostra grande negligenza nel procurare di conservarne la bellezza. Le nostre preoccupazioni si fermano tutte alla rozzezza del castone, alle mura del castello[1], ossia a questi nostri corpi» (1M 1, 2). Stiamo «nei dintorni, là dove sostano le guardie», i funzionari della Legge, senza curarci «di andare più innanzi, né sapere cosa si racchiuda in quella splendida dimora, né chi l’abiti, né quali appartamenti contenga» (1M 1, 5). Insomma: non rientriamo in noi stessi per diventare giusti, noi che siamo cattivi (cfr. Mt 7, 11).

«Nessuno è buono, se non Dio solo» (Mc 10, 18). Bisogna che ci incamminiamo verso il Castello dove sta Dio, e prendiamo da Lui la giustizia, nell’amore. Le guardie sono inclini a pensare «l’uomo per» la legge, e non la legge «per l’uomo» (cfr. Mc 2, 27). Se ci attardiamo con essi, con i loro pensieri, restiamo nascosti «dalla presenza del Signore» (Gen 3, 8); lontani dalla famigliarità con Dio, dall’albero della vita, nutrendoci «della conoscenza del bene e del male» (Gen 2, 9.17).

Il nostro è un attraversare viaggiando (ex-per-iri), un fare esperienza, elaborando in noi questa conoscenza (Gen. 3, 5). Ma il prezzo da pagare è la vergogna (cfr. Gen. 3, 25) di noi stessi e la paura di Dio (cfr. Gen. 3, 10). Continuiamo ad amare e a servire la più astuta (cfr. Gen. 3, 1) delle creature di Dio.

«L’amore non solo crea uguaglianza e somiglianza, ma colloca colui che ama al di sotto» (1S 4, 4). Amare Dio fa sì che si serva a Dio: e questo è nella verità. Ma l’uomo e la donna che amano le creature finiscono per essere a loro sottomesse. Gv 15,14 «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15, 14), è stato rivelato. Chi è sottomesso a qualcuno fa ciò che gli comanda. Lo ricorda lo stesso Gesù: tra le creature «coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono» (Mc 10, 42). Ma, nel caso di Dio, ci si sente dire: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi (Gv 15, 15). Dio è Padre, e noi siamo famigliari suoi. Questo non può esserci al mondo, a meno che di mezzo non si trovi il Signore: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»» (Mc 10, 43-45).

Chi non si cura di andare a Dio, confidandogli le parole del serpente, non si preoccupa degli ostacoli che lo «separano da Lui» (1S 12, 5). Si lascia trasportare dalle passioni che lo sottomettono alle creature. Non converrebbe invece servire Dio, entrando in un «intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenersi in solitudine con Colui dal quale sappiamo d’essere amati» (V 8, 5)?

Riusciremmo allora, liberamente già in questo allenati nel cammino verso il Castello, qualora le circostanze lo richiedano, a procurare di tendere sempre

«non al più facile, ma al più difficile;

non al più saporito, ma al più insipido;

non al più piacevole, ma al più disgustoso;

non al riposo, ma alla fatica;

non al conforto, ma allo sconforto;

non al più, ma al meno;

non al più alto e pregevole, ma al più vile e spregevole;

non a voler qualcosa, ma a non voler nulla;

non alla ricerca del meglio nelle cose terrene,

ma al peggio, e desiderare in tutto nudità, vuoto e povertà di quanto v'è al mondo» (1S 13, 6).

 

Abituiamoci a stare in compagnia di Dio, per vivere una vita piena, anche in mezzo alle avversità; per non patire, semmai agire, nella vita. Pensiamo al morire di Gesù, che fu un vivo morire. Per questo è il Risorto. Non dobbiamo avere paura di Dio, dobbiamo lasciarci coinvolgere dalla vita, non dalla conoscenza morale.

 

Ha ragione Teresa di Gesù quando scrive «si riduce tutto ad arrischiare la vita (aventurar la vida). Per conto mio, bramo di averla già persa: sarebbe un comprare molto a poco prezzo. No, non è più possibile vivere vedendo con i propri occhi la cecità in cui si è, e l’illusione che c’inganna» (Vita 21, 4). Quella dell’attraente possibilità di agire senza rischio di essere coinvolti; «sapienza falsa che presume di pervenire alla conoscenza di ciò che conviene alla vita dell’uomo per altra via rispetto a quella dell’obbedienza al comandamento di Dio», emancipandosi «dalla nativa necessità di dipendere da chi è sconosciuto per trovare la via della vita». Il rifiuto «da parte della libertà di assumere i contorni filiali, come diniego a disporre di sé in forma compiuta affidandosi ad una verità che essa non pone, ma da cui è posta, anzi che le fa trovare il proprio posto e la propria identità»[2].

Pensando di poter «evitare di mettere in gioco sé stesso nelle forme del proprio agire», queste, secondo lui dovrebbero servire «per guadagnare alla propria competenza quelle conoscenze preliminari, le quali sole in ipotesi consentirebbero in un momento successivo di decidere con certezza e senza rischio che cosa convenga e che cosa invece non convenga alla vita. Come a dire che gli consentirebbero di conoscere il bene e il male, che cosa sia bene e meriti la propria dedizione, che cosa invece sia male e debba essere evitato»[3].

La realtà è ciò che verifica un immaginario, non ciò che pensiamo per induzione o deduciamo a partire da esso. Quando pretendiamo di realizzare noi stessi lontano dalla figura filiale della nostra libertà, non giungiamo alla «conoscenza del bene e del male, verifichiamo altro, conosciamo «di essere nudi» (Gen. 3, 7). La scelta di mangiare dell’albero non rende come Dio, piuttosto rende consapevoli della propria nudità/vulnerabilità.

La realtà ci precede, anche la realtà di noi stessi, e la realtà che noi siamo è quella di essere figli nel Figlio. Il nostro rifiuto di assumere i contorni del suo volto impedisce al Padre di proteggerci alla fine dall’evidenza della nostra fragilità, per il fatto di essere stati portati a giudicare. Dunque: «lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5, 20); «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6, 37).

Assumere, come figli, il giudizio dal Padre, è accettare che sia bene non mangiare «dell’albero della conoscenza del bene e del male», dando fiducia al Padre. Male invece mangiare dell’albero di quella conoscenza, dando credito a se stessi, per l’astuzia del Serpente[4]. Bene è consentire alla buona intenzione di Dio nei nostri confronti, a quell’intenzione che Gesù ha reso manifesta; male è rielaborare, mangiare, le parole di Dio, inducendo o deducendo da esse un nostro giudizio.

Così persino i dieci comandamenti, espressione della cura di un Padre per i propri figli, e “giogo del Figlio” (cfr. Mt 11, 29-30) diventano molti di più: un giogo che, al dire di Paolo, «né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare» (At 15, 10).   

Dobbiamo dirigerci verso il castello dell’orazione, verso un nuovo famigliare[5] incontro nell’amicizia del Figlio (cfr. V 8, 5).

Il momento di conversione è questo, a dirla con le parole di Teresa di Gesù: se prima «avevo il torto di non porre in Lui ogni mia fiducia e di non diffidare abbastanza delle mie forze. … ben poco si fa se non deponiamo ogni fiducia di noi stessi per riporla tutta nel Signore» (V 8, 12), «allora diffidavo molto di me e mettevo ogni fiducia in Dio» (V 9, 3).

L’anima, dunque, «non deve mai fidarsi di sé» (V 19, 13) e tornare ad essere famigliare nei confronti di Dio[6]. Da lei il Comandamento (Gen 2, 17a) e comandamenti (Es 20; Dt 5) siano davvero compresi[7] come espressione della cura di un Padre che vuole evitare la morte del figlio, la perdita di questa famigliarità. Sono parole di vita, da tradurre in gesti con la forza del Sacramento, in cui ci si affida completamente, come figli nel Figlio[8], all’azione efficace di Dio.

La descrizione data da Teresa dell’inferno, «simile a un forno assai basso, buio e angusto» al cui «fondo nel muro c’era una cavità scavata a modo di nicchia» in cui si sentii «rinchiudere strettamente» (V 32, 1), rende bene l’esperienza di coloro che, invece, scelgono la malizia del serpente, riferendosi solo a se stessi.  

Ora: con l’orazione ci disponiamo a ricevere l’azione efficace di Dio. Perché solo l’azione di Dio è efficace nella vita dell’uomo. E questa efficacia la sta nel Sacramento. Dunque: «lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5, 20). Dirigetevi verso il Castello dell’orazione, erranti, contrastate i pensieri delle guardie.

Come potete fare questo? «Finiscono con entrare nel castello» quelle anime che, «benché ingolfate nel mondo, non mancano di buoni desideri: di tanto in tanto si raccomandano a Dio, e, sia pure in fretta, rientrano in se stesse con qualche considerazione. Pregano qualche volta al mese, benché distrattamente, dato che il loro pensiero è quasi sempre tra gli affari, a cui sono molto attaccate, secondo il detto: Dov’è il tuo tesoro ivi è il tuo cuore (Mt 6, 21).  Però, di tanto in tanto decidono di liberarsene perché, grazie al proprio conoscimento - che è sempre una gran cosa - riconoscono che la strada per cui camminano non è quella che conduce al castello» (1M 1, 8).

Hanno sempre più presente che il morire alle creature, alla famigliarità con esse, obbedendo al comandamento di Dio, le porterà ad attingere nuovamente ai frutti dell’albero della vita. Vogliono infine trattare con Dio «come con un padre, con un fratello, con un maestro, con uno sposo: ora sotto un aspetto ed ora sotto un altro». Sanno che Egli insegnerà loro «come contentarlo» (C 28, 3).

È questa famigliarità-libertà-grazia ritrovata nel tratto con Dio la salvezza dell’anima «condotta da Dio e mossa soltanto dall’amore per lui … senza che alcuna passione della sua carne o di altro genere glielo» (1S 1, 4) impedisca.

E le anime potranno imparare come contentarsi reciprocamente, perché «chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente» (V 22, 6). Per Lui

«Ora si è compiuta

la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio

e la potenza del suo Cristo,

perché è stato precipitato

l’accusatore dei nostri fratelli,

colui che li accusava davanti al nostro Dio

giorno e notte» (Ap. 12, 10).

 

Saremo come Lui, un’orazione vivente: questa è la vocazione del cristiano, nella Chiesa e nel mondo. Il Carmelo Teresiano è chiamato anzitutto a orientare e a educare, a servire in questo l’intero Popolo fedele di Dio: a una vita di orazione.

Siamo un punto d’incontro tra immanenza e trascendenza, e tendiamo ad assumere, come figli, il giudizio dal Padre così che la nostra e la Sua volontà alla fine coincidano. Il pensiero «sempre con Lui» (V 5, 8), meditiamo e ripetiamo spesso a noi stessi le parole di Giobbe: «Se abbiamo ricevuto i beni (secondo noi) dalla mano del Signore, perché non riceveremo anche i mali (secondo noi)»? Non sostituiamo il giudizio di Dio col nostro, specie di fronte a ciò che siamo tentati di chiamare male. Seguiamo l’indicazione di Cristo: «non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6, 37). E per quanto ci sembri «impossibile continuare con tanti mali insieme», saremo portati a considerare «la pazienza che Dio» ci dà. Anch’essa è esperienza di Dio. «Era chiaro che veniva da Lui» (V 5, 8), diceva Teresa di Gesù. Sappiamo che se con Lui resteremo sulla Croce, con Lui, il nostro, sarà un vivo morire, e alla fine, ci accorgeremo di vivere per sempre.

Ora: l’ambito in cui si muove, la maggioranza di noi che siamo di Cristo, e in Cristo, è la strada. Noi cristiani siamo per lo più Chiesa di strada. E, ancora, le nostre strade sono destinate ad essere, come per tutti, sempre più strade di città: «La nuova Gerusalemme, la Città santa (cfr. Ap 21,2-4), è la meta verso cui è incamminata l’intera umanità. È interessante che la rivelazione ci dica che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città. Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni, in modo impreciso e diffuso» (EG 71).

E la città è la città di Dio, il Regno in costruzione. È fatta di «tanti villaggi vicini» ai nostri conventi, «dove gli abitanti» si trovano «senza istruzione religiosa». Teresa di Gesù, riferendosi all’impegno apostolico del P. fra Giovanni della Croce e del P. fra Antonio a Duruelo, scriveva: «Fu questo uno dei motivi per cui avevo accettato volentieri che si stabilissero là, perché, come mi avevano detto, non v’era nei dintorni alcun convento, e il popolo non aveva modo d’istruirsi: cosa che mi dava gran pena. E si acquistarono in breve tanta stima che, quando io lo seppi, ne gioii immensamente». Ne gioirebbe immensamente anche oggi, se solo seguissimo le orme di quei fratelli: «Andavano a predicare in molti villaggi vicini dove gli abitanti erano senza istruzione religiosa. […] E dopo aver predicato e confessato, tornavano in convento a mangiare, molto tardi. La gioia che sentivano rendeva facile ogni cosa» (F 14, 8).

Essi indirizzavano verso il Castello, come noi eremiti della chiesa di strada. Indirizzavano istruendo il popolo ignorante. E cosa ignora oggi la nostra gente della fede?

 

 

 

Quei molti villaggi sono i palazzi della nostra città. Piccole comunità di battezzati in Cristo dove troppo poco ci si conosce perché troppo poco si coltiva l’amicizia con Gesù, distratti a fronte delle necessità dei più piccoli, i più poveri (e quante sono le povertà). Perché non si potrebbe adottare tutti insieme, lì, questi fratelli “che non ce la fanno”?[9]

Eremiti per il fatto di agire nel deserto della città, e di agire in un modo diverso dagli altri. Siamo insieme discepoli di Gesù, agiamo come Lui nei confronti della Samaritana al pozzo. Abbiamo imparato da Lui a chiedere ai peccatori che credono “l’acqua per la vita nel tempo”, giungendo infine a offrire loro “l’acqua per la vita per sempre”. Cerchiamo la loro amicizia perché «chiunque ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente» (V 22, 6) chi, come Lui, è «amico di pubblicani e peccatori» (Mt 11, 19; Lc 7, 34). In Lui vediamo «chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi» (ibid.).

È quest’umanità che si prende “cura dei disoccupati e di coloro che nessuno ha preso a giornata”, a ritenere che Dio possa fare delle sue cose ciò che vuole. Non è invidiosa del fatto che Egli è buono (cfr Mt 20, 1-16). Come Lui nutre il gregge disperso con la propria stima: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21). Questo è il modo di procedere della Carità: «… magnanima, benevola …; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13, 4-7).

I cristiani di oggi per lo più si trovano dispersi nelle periferie ecclesiali. A loro il cristianesimo giunge come religione. E tuttavia sanno che nel cristianesimo «a fondamento di ogni dottrina o valore c’è l’evento dell’incontro tra l’uomo e Dio in Cristo Gesù» (Benedetto XVI, udienze, 14/01/2012 ). All’indomani dell’evento che si è realizzato nella Pasqua dell’anno 30, gli apostoli hanno obbedito al preciso comando ricevuto da Gesù Risorto: «Andate ad annunciare a tutti una “bella notizia”» (Mc 16,15). “Bella e buona notizia” è l’esatta traduzione della parola greca “evangelo”.

Dare una notizia significa proclamare che è avvenuto un fatto. Qual è questo fatto? Gesù di Nazaret, un uomo morto dissanguato in croce, è ritornato alla vita e oggi è vivo, vivo per sempre in tutto il suo essere (corporeo e spirituale).

Egli ha dunque sconfitto la morte (che era la “signora”, implacabile dominatrice di tutti); perciò adesso il “Signore” è lui. Ed essendo il Signore di tutti può salvare e portare con lui nel Regno eterno tutti quelli che con la fede si aggrappano a lui. Questa è la “bella e buona notizia”; questo è il Vangelo; questa è la sostanza del cristianesimo. […] Gli apostoli non sono andati in giro a proporre una “religione nuova”: sono andati in giro a proporre un “avvenimento” rivoluzionario e unico. Ed è un avvenimento che si riassume e si identifica in una persona: la persona di Cristo. Il cristianesimo è dunque Cristo: «Gli annunciò Cristo», è detto di Filippo quando converte al cristianesimo l’etiope, ministro della regina Candace (At 8, 35). In conclusione, il cristianesimo – e solo il cristianesimo tra le varie forme che rapportano l’uomo a Dio – primariamente e per sé non è una religione: è un fatto che si identifica con una persona: la persona di Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto, figlio di Maria e Unigenito del Padre, Redentore dell’intera famiglia umana, rinnovatore di tutto.

Il cristianesimo è un fenomeno singolare in tutta la storia religiosa dell’umanità; è un caso inedito nell’avvicendamento delle scuole di pensiero e nel susseguirsi delle dottrine. La singolarità è questa: Gesù di Nazaret non è solo il fondatore, il promotore, il teorico del cristianesimo: è anche il suo contenuto. Senza dubbio la Chiesa, già nell’epoca apostolica, possiede un suo patrimonio di princìpi, di convinzioni, di idee. Ma tale patrimonio non è percepito come adeguatamente distinto da colui che ha detto di sé: «Io sono la verità» (Gv 14,6); la frase che è tra le più stupefacenti e provocatorie che siano mai state proferite da labbra umane.

Senza dubbio la comunità dei credenti è animata dallo spirito di solidarietà e dall’amore verso i fratelli. Ma è motivata in questo dalla consapevolezza che il destinatario ultimo delle sue generose attenzioni è Cristo: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40). […]

Questa dedizione totalizzante nei confronti di un uomo sarebbe scandalosa e intollerabile (e particolarmente lo sarebbe stata per gente educata nel più rigoroso ebraismo monoteistico), se a quest’uomo non si dovessero riconoscere i segni inequivocabili della divinità.

La prima comunità – illuminata dall’effusione pentecostale – ha ripensato e accolto con docilità i molti «loghia» (i “detti”) di Gesù su questo argomento, e in special modo quelli conservati nella catechesi giovannea: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14, 9). «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14, 11). «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30). E così ha potuto conoscere chi sia nella sua piena verità il suo Signore.

Chi non arriva ad accogliere questo segreto della personalità di Gesù non può che ritenere assurdo il fatto cristiano e del tutto irragionevole la nostra fede. Per usare una ruvida parola di Paolo: «Noi siamo pazzi a causa di Cristo» (1 Cor 4, 10). Ed è ovvio: «l’uomo naturale (cioè lasciato alle sole sue forze conoscitive) non comprende le cose dello Spirito; esse sono follia per lui» (1 Cor 2, 14).

A quanti invece condividono la prospettiva apostolica, Gesù s’impone come la chiave interpretativa dell’universo: sia della creazione sia del mondo increato. Come si esprime quasi ossessivamente Pascal: «Non soltanto non conosciamo Dio se non per mezzo di Cristo, ma non conosciamo nemmeno noi stessi se non per mezzo di Cristo. Non conosciamo la vita, non conosciamo la morte, se non per mezzo di Cristo. All’infuori di Cristo, noi non sappiamo né che cos’è la nostra vita né che cos’è la nostra morte né che cos’è Dio né che cosa siamo noi stessi» (Pensieri).

Il rapporto con una persona è come un germe che si sviluppa e cresce nel tempo; «Tradizione e il magistero devono sempre sviluppare il germe contenuto nella Scrittura» (Joseph Ratzinger, Opera Omnia, VII, p. 210). Com’è con ogni persona: non si è mai finito di conoscere Gesù Cristo, che è sempre davanti a noi.

Tornando a quelli della Chiesa di strada, sono loro, oggi, i veri soggetti dell’evangelizzazione. Lontani dalle forze[10] che stringono, come in una morsa, i membri della Chiesa istituzionale. Sapranno accogliere e trasmettere efficacemente il Vangelo nelle cose, tra le molte che ha ancora da dirci, che approfondiscono per noi oggi i segni scritti perché, credendo, gli uomini abbiamo la vita nel nome di Gesù (cfr. Gv 16, 12-15 ;20, 30).

Ma a una condizione, che siano istruiti nell’Orazione, nell’Amicizia con Cristo. La cura pastorale di questi è l’emergenza per la Chiesa del nostro tempo. Essi stanno fuori del Castello e l’annuncio per loro è l’annuncio dell’orazione, l’invito a rientrare in se stessi, a riscoprire i contenuti autentici della fede trasmessa dai Padri, in una più intima, approfondita conoscenza del Signore Gesù che è quella di oggi.

Chi evangelizza è un membro del corpo del Signore che salva, che libera dal male. «Gesù è “il primo e il più grande evangelizzatore” (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 7). In qualunque forma di evangelizzazione il primato è sempre di Dio, che ha voluto chiamarci a collaborare con Lui e stimolarci con la forza del suo Spirito. La vera novità è quella che Dio stesso misteriosamente vuole produrre, quella che Egli ispira, quella che Egli provoca, quella che Egli orienta e accompagna in mille modi. In tutta la vita della Chiesa si deve sempre manifestare che l’iniziativa è di Dio, che «è lui che ha amato noi» per primo (1 Gv 4,10) e che «è Dio solo che fa crescere» (1 Cor 3,7)» (EG 12). Il cristiano vive in Cristo e agisce con Lui. È un servizio, ministero, il proprio stato di vita nell’Eucaristia.

Il nostro modo di dire grazie per il dono della vita in Cristo ci pone in uno stato di vita. Il ministero ne struttura l’appartenenza. Servire il muoversi dell’uomo verso Dio è proprio dello stato sacerdotale. Del laico è proprio il servizio dell’incarnazione di Dio. Dello stato di vita religioso servire l’incrociarsi dei due. Ma in ciascun cristiano si sviluppa la preghiera, che sta sulla croce.  



[1] «Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni, come molte ve ne sono in cielo» (1M 1, 1).

[2] Franco Giulio Brambilla, Antropologia Teologica, Queriniana, Brescia, 2005, p. 541.

[3] Giuseppe Angelini, Teologia Morale Fondamentale, Glossa, Milano 1999, pp. 586-587.

[4] Una creatura cieca, come siamo noi, quale pretesa può avanzare? «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?» (Lc 6, 39).

[5] L’accorgersi di essere nudi mostra l’assenza di quella «famigliarità senza vergogna, menzionata come caratteristica della condizione dei due nel giardino (Gen 2, 25)» . Nel recupero di quest’ultima consiste la salvezza dell’uomo portata da Gesù.

[6] Cfr. La Parabola della Riconciliazione, in Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia.

[7] la comprensione, «luce divina» (S, Prologo 1), del valore della non conoscenza del bene e del male, è raggiunta in Cristo, nella di Lui «perfetta unione con Dio» (ibid.): nella fede di Gesù sulla Croce.

[8] «Il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve, ma dalla potenza di Dio» (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 68, a. 8, c.: Ed. Leon. 12, 100.) a cui ci si affida completamente nel Figlio.

[9] Il cardinale Bagnasco racconta della sua infanzia questo fatto: «Spesso ricordo che la mamma quando impastava in casa (che era tutto risparmio) mi mandava giù con due piatti di pastaasciutta perché in una delle baracche appena fuori dal portone vi era marito e moglie molto anziani e mi mandava a portare questi piatti, nei giorni di festa soprattutto» (TV2000, Soul, 21 dicembre 2014).

[10] Quelle che fanno capo all’anti-conciliarismo e al progressismo sbagliato, forze nostalgiche e adolesenziali (cfr. Benedetto XVI, Incontro con il clero, 24 luglio 2007); Francesco, Discorsi, 18 settembre 2014; Meditazioni quotidiane, 18 novembre 2013)

 

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