21_Preparativi per il viaggio

Teresa ci dice che non basta accontentarsi di possedere le virtù, occorre averne cura. Noi sappiamo dalla Tradizione che le virtù naturali si sviluppano con l’esercizio costante (Ascesi), in virtù acquisite, nello sforzo di perfezionarne il carattere naturale; un “fare a pugni” con la concupiscenza e la forza degli istinti. In questo “fare a pugni” le virtù ne escono irrobustite. Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza (virtù cardine) richiedono però fede, speranza e carità per potersi esercitare. E le virtù teologali l’uomo non può darsele da sé, sono infuse da Dio. Posso ad esempio esercitare la forza che mi permette di essere giusto (esercitare la virtù della giustizia) perché è una forza naturale. Tuttavia non posso darmi la forza che consente di sperare, posso solo dispormi a riceverla.

L’uomo de-sidera continuamente, per crescere, l’infusione di qualcosa che nomina perché ri-velato, ma senza conoscerlo realmente, e che si sottrae continuamento alla sua “presa”. È un mistero, che gli viene incontro nei momenti che chiamiamo di orazione. In essa ci si dispone a ricevere il teologale, ciò che manca, che non è e non sarà mai nostro.      

Teresa offre la sua pedagogia affinché veniamo a conoscenza del processo dell’orazione che ci fa avanzare lungo il cammino della vita spirituale. Che vede noi e Lui sempre insieme. Noi disposti a questo e disponibili all’incontro, Lui con quel tratto di amicizia che lo contraddistinguono sempre.

 

Per mantenere il nostro giardino (la vita) ben fiorito (le virtù) per Dio, è necessario “innaffiarlo” (l’orazione) continuamente.

 

Al principio incontriamo maggiori difficoltà, si fa più fatica... perché, dice Teresa, gli oranti «… devono stancarsi nel cercare di raccogliere i sensi, cosa che, poiché questi ultimi sono abituati a procedere in modo dispersivo, è una gran fatica». La difficoltà non sta nell’orazione, ma nella persona la quale, essendo rivolta verso l’esterno, non riesce a raccogliere i sensi. Come rimedio ed esercizio all’inizio, Teresa raccomanda: «Costoro devono abituarsi un po' per volta a non dare importanza né alla vista, né all’udito».

Ci si deve disporre a «stare in solitudine e, appartati, a pensare alla propria vita passata (anche se questo, prima o poi, tutti lo devono fare) … Devono cercare di riflettere sulla vita di Cristo e nel farlo l’intelletto si stancherà».

Questo è ciò che possiamo fare, che è alla nostra portata... «si intende con l’aiuto di Dio, senza il quale si sa che non possiamo avere nemmeno un buon pensiero. Questo è cominciare a tirar su l’acqua dal pozzo, …. Per innaffiare questi fiori».

A volte, agli inizi, non si sa come procedere nel cammino. Si ha la sensazione di tornare indietro anziché crescere e migliorare. Senza dubbio, dice Teresa, tutto questo è buono perché costringe a riconoscere essere Dio a sostenerci, nonostante la difficoltà, anche se non siamo coscienti di come lo faccia. Tutto ciò che viene da Dio infatti a noi manca e non sappiamo cosa sia. È Dio che inizia il lavoro col darsi a noi..., Egli «è così buono che, quando per i motivi che Sua Maestà conosce - forse per nostro gran vantaggio - vuole che il pozzo sia asciutto, se noi facciamo il nostro come bravi giardinieri, senza acqua tiene in vita i fiori e fa crescere le virtù. Chiamo acqua qui le lacrime e, in mancanza di queste, la tenerezza e il sentimento interiore di devozione» (V 11, 9).

 

 L’inizio è il più difficile. L’esperienza è cruda perché non si sente niente ... ci si ritrova come impantanati e arriva la delusione ... dice Teresa ... è normale!! L’orante

«…. per molti giorni non c’è altro che aridità e disgusto e insipidezza ….

… e una così grande svogliatezza di andare a tirar su l’acqua che abbandonerebbe tutto, se non ricordasse che fa piacere al Signore del giardino …».

«… molte volte gli accadrà di non riuscir nemmeno ad alzare le braccia, e nemmeno potrà avere un buon pensiero; questo far lavorare l’intelletto s’intende che corrisponde al tirare su acqua dal pozzo» (V 11, 10).

 

“Che deve fare colui che da molti giorni non prova altro che aridità, disgusto, insipidezza e un’estrema ripugnanza di andare al pozzo a cavare acqua”? Dice Teresa:

 

«Gioire e consolarsi e ritenere come grandissima grazia il lavorare in un giardino che appartiene a un così grande Imperatore».

«E poiché … la sua intenzione non deve essere quella di ricercare se stesso ma Lui non ha da ricercare la propria soddisfazione ma quella di Lui, lo lodi molto per la fiducia che Gli porta, poiché Dio vede che, senza ripagarlo affatto, il giardiniere fa grandissima attenzione a ciò che Egli gli ha affidato».

«… Lo aiuti a portare la croce …»

«…e non voglia il proprio regno quaggiù e non tralasci l’orazione».

«… prenda la determinazione, anche nel caso che duri questa aridità per tutta la vita, di non lasciar Cristo cadere con la croce».

«Non abbia paura che vada sprecata la fatica: è a servizio di un buon Padrone; Egli lo sta guardando. Non faccia caso ai cattivi pensieri» (V 11, 10).

“Può compiere molti atti per determinarsi a fare molto per Dio e per risvegliare l’amore, altri può aiutare la virtù a crescere, …»

«L’anima può immaginarsi di stare davanti a Cristo e abituarsi a innamorarsi molto della sua santa Umanità e portarlo sempre con sé e parlare con Lui, pregarlo per le sue necessità e lamentarsi delle sue tribolazioni, rallegrarsi con Lui nei suoi momenti belli e non dimenticarlo a causa di questi, senza cercare preghiere già pronte, ma parole che corrispondono ai suoi desideri e necessità» (V 12, 2).

 

Lungo il cammino ci si chiederà il perché della difficoltà nell’orazione. Dio conosce la persona e sa quanto Lo ama. Ma non così l’anima. «E per il nostro bene credo sua Maestà voglia condurci in questo modo, affinché comprendiamo bene il poco che siamo; infatti sono di così grande valore le grazie successive che vuole che per esperienza vediamo innanzitutto la nostra miseria, prima di darcele, perché non ci succeda come a Lucifero…» (V 11, 11).

 

Il grande male della persona che prega è discutere con Dio del perché della situazione in cui si trova, cosa troppo difficile da capire: «Lodate per questo sua Maestà e fidatevi della sua bontà che non è mai mancata ai suoi amici. Bendatevi gli occhi per non pensare al perché, a uno che è in cammino da pochi giorni, dia devozione, e a me, no. Dobbiamo credere che è tutto per il nostro maggior bene. Ci conduca sua Maestà per dove vuole Lui. Ormai non apparteniamo più a noi stessi ma siamo suoi. Una grande grazia ci fa con il volere che desideriamo zappare nel suo giardino e stare vicino a Lui, che ne è il Signore, che certo è lì con noi!» (V 11, 12).

 

Accade l’opposto a quelli che non si fidano di Lui …

 

Alcuni fan «tanto caso se Dio non dà loro devozione» (V 11, 14), è «in gran parte questo non abbracciare la croce fin dal principio che il farà andare avanti afflitti, pensando di non fare niente. Che la mente smetta di lavorare, non lo possono sopportare; mentre forse proprio in quel momento la volontà cresce e prende forza, ed essi non lo comprendono. Dobbiamo pensare che il Signore non guarda queste cose che, anche se a noi sembrano mancanze, non lo sono. Già conosce sua Maestà la nostra miseria e la bassezza della nostra natura, meglio di noi stessi, e sa che ormai queste anime desiderano sempre pensare a Lui e amarlo. Questa determinazione è quella che Egli vuole. Quell’afflizione invece che noi infliggiamo a noi stessi non serve ad altro che a turbare l’anima …».

 

 Quell’incapacità

 

«…moltissime volte (ho di ciò grandissima esperienza e so che è vero, perché l’ho osservato attentamente e ne ho poi parlato a persone spirituali) la fatica della meditazione proviene da un’indisposizione del corpo, perché siamo così miserevoli, che questa piccola prigioniera che è la povera anima partecipa alle miserie del corpo».

« … i cambiamenti del tempo e le giravolte degli umori fanno sì che, senza sua colpa, ma che soffra in mille modi»;

«e quanto più la vogliono obbligare in quei momenti, tanto peggio, anzi il male dura di più; piuttosto ci sia discernimento per vedere quando il problema è questo, e non soffochino la povera anima; comprendano che si tratta di malati».

 

La realtà umana non deve essere separata dall’orazione. Il corpo partecipa a questo momento e a questo processo, difficile e di lavoro, di disposizione alla relazione con Dio. La comprensione di Teresa viene in aiuto alla consapevolezza di ciò che si sta vivendo. Molte volte, nell’orazione, anche se non lo vogliamo, non ci sarà la disposizione necessaria. Stanchezza, ottusità mentale, dolori muscolari, mal di testa, sonno, ecc ... influiranno nel cammino. È sbagliato? no!! È normale. E scrive:

«… si cambi il momento dell’orazione; e molte volte sarà necessario per qualche giorno»

«affrontino come possono questo duro esilio, perché è proprio una cattiva sorte, per un’anima che ama Dio, vedere che vive in questa miseria e che non può fare ciò che vuole, perché è ospitata da un’oste così cattivo come questo corpo ...» (V 11, 15).

«… altre volte può essere che sia il demonio a causare il tutto; è un bene non abbandonare ogni volta l’orazione, quando c’è gran distrazione e turbamento nell’intelletto, né ogni volta tormentare l’anima obbligandola a ciò che non riesce a fare».

«Ci sono altre opere esteriori come le opere di carità o la lettura, anche se a volte non si è disposti nemmeno a queste».

«Allora resti al servizio del corpo, per amore di Dio, affinché molte altre volte il corpo sia al servizio dell’anima, e si conceda qualche santo diversivo, come conversazioni che siano buone o passeggiare in un prato, secondo quanto consiglia il confessore».

«E in tutto è una gran cosa l’esperienza, che ci fa capire quello che ci conviene. E in tutto si serve Dio. Il suo giogo è soave (cfr. Mt 11, 30) si può servire in tanti modi. Il suo giogo è soave, ed è un grande affare non trascinare a forza l’anima, come si suol dire, ma condurla con soavità per il suo maggior profitto» (V 11, 16).

 

 

Teresa vuol formare la persona perché possa vivere l’esperienza dell’orazione e perciò dà alcuni avvertimenti, offre di volta in volta criteri di discernimento:

«…importa molto che per l’aridità e l’inquietudine e la distrazione del pensiero nessuno si preoccupi né si affligga»

«Se vuole guadagnare libertà di spirito e non procedere sempre tribolato, cominci a non spaventarsi della croce e vedrà quanto il Signore stesso la aiuterà a portarla e con che gioia andrà avanti e il vantaggio che trarrà da tutto»

«Perché ormai si capisce che, se il pozzo non da acqua, non siamo noi a poterci mettere acqua. Vero è che non dobbiamo essere distratti per poterla tirare su, qualora ci sia, perché allora vuol dire che il Signore in questo modo vuole moltiplicare le virtù» (V 11, 17).

 

 

Al principio è necessario preservare gli atteggiamenti (virtù) necessari per continuare ad avanzare e camminare di bene in meglio. Quella di abbandonare il cammino è una tentazione costante. Seguiamo i consigli di Teresa:

a. Di fronte allo scoraggiamento:

«…si cerchi di procedere con letizia e libertà; infatti ci sono alcune persone che sembra debbano smarrire la devozione se appena appena si distraggono».

«È giusto procedere con timore di sé stessi, per non fidarsi né poco né tanto nel mettersi in occasioni che di solito portano ad offendere Dio, ed è cosa assai necessaria finché non si sia ormai interamente fondati nella virtù…»

«In tutto ci vuole discernimento» (V 13, 1).

 

b. Di fronte all’assenza di motivazioni:

«Ci vuole una grande fiducia, perché conviene molto non rimpicciolire i desideri, ma fidarsi di Dio» (V 13, 2). 

«… è molto importante quando si comincia il cammino dell’orazione, non rimpicciolire i pensieri per la paura» (V 13, 7).

 

c. Di fronte al raffreddarsi dell’amore al prossimo…

«…desiderare che tutti siano molto spirituali. Desiderarlo non è una cosa cattiva; cercare di farlo accadere potrebbe non essere cosa buona, se non c’è molto discernimento e attenzione a farlo in modo che non sembrino dei maestrini; perché chi dovesse in questo caso avere una qualche utilità, c’è bisogno che abbia molto forti le virtù per non indurre in tentazione gli altri» (V 13, 8).

«… il demonio … sembra che si serva delle buone virtù che abbiamo per giustificare, per quello che può, il male che pretende di fare; e con esso, per quanto poco, quando succede in una comunità, deve guadagnarci molto» (V 13, 9).

«… la cosa più importante da cercare agli inizi è badare solo a noi stessi e agire come se sulla terra non ci fossero altri che Dio e noi; e questo è ciò che conviene molto»

 

d. Di fronte alla superbia…

… «Il demonio da un’altra tentazione (e tutte si nascondono sotto uno zelo per la virtù, motivo per cui è necessario comprendere se stessi e procedere con attenzione): il dolore per i peccati e le mancanze che si vedono negli altri …»

«Dunque cerchiamo sempre di guardare le virtù e le cose buone che dovessimo scorgere negli altri e di nascondere i loro difetti ricordando i nostri grandi peccati» (V 13, 10).

 

 

Da ultimo due cose importanti da tener in conto agli inizi della vita di orazione.

a. Amico dell’anima.

«Ha bisogno di essere consigliato chi inizia, per guardare là dove ha il maggior vantaggio. Per questo è assai necessario il maestro, a condizione che abbia esperienza, altrimenti può sbagliare e condurre un’anima senza comprenderla e senza permettere a lei stessa di comprendersi; infatti visto che sa che è un gran merito restare soggetta a un maestro non osa uscire da ciò che egli le comanda» (V 13, 14).

 

b. La conoscenza di sé è sempre necessaria.

«E comunque questo fatto della conoscenza di se stessi mai va abbandonato, né c’è anima, in questo cammino, che sia un gigante tale che non abbia bisogno molte volte di tornare ad essere un bimbo e a poppare. E questo non si dimentichi mai. Forse lo dirò altre volte, perché è molto importante, perché non c’è grado di orazione così elevato che molte volte non sia necessario tornare alla partenza. E questo dei peccati e della conoscenza di se stessi è il pane con cui vanno mangiati tutti gli altri cibi, per delicati che siano, in questo cammino di orazione; e senza questo pane non si potrà trovare sostentamento, però va mangiato con misura … perché Sua Maestà sa meglio di noi quello che ci conviene mangiare» (V 13, 15).

Si tratta di rientrare in sé stessi e di riappropriarsi di sé liberandosi dai tanti condizionamenti esterni e insieme riconoscere che ciò che vi è di buono in noi viene da Dio; quindi il molto che a Lui dobbiamo. È umiltà come conoscenza della verità di sé stessi.