22_Faticare per raccogliere i sensi, i quali, abituati a divagarsi, stancano assai

 

Disposta la persona ad intraprendere il cammino dell’orazione il cammino è iniziato. Si comincia a essere «servi dell’amore». Lo scopo è arrivare «… ad avere con perfezione questo vero amore di Dio, esso porta con sé tutti i beni». Ma «poiché Sua Maestà non vuole che godiamo di una cosa tanto preziosa senza pagarne il grande prezzo, finiamo per non metterci mai nella giusta disposizione» (CV 11, 1). Si dovrebbe «fare ciò che possiamo nel non aggrapparci ad alcuna cosa terrena». Così che «ogni nostra premura e il nostro modo d’essere fossero rivolti al cielo». E invece «ci sembra di dare tutto, mentre offriamo a Dio solo la rendita o gli interessi e teniamo per noi il patrimonio e la proprietà. Ci determiniamo ad essere poveri - ed è un gran merito - ma molte volte ritorniamo ad avere premura e attenzione perché non ci manchi non solo il necessario, ma anche il superfluo, e a guadagnarci amici che ce lo procurino e a metterci in un’ansia più grande (e forse in pericolo) che non ci manchi nulla, rispetto a prima quando possedevamo un patrimonio» (CV 11, 2).

Dovrebbe dare ciascuno «secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza». È questa la giusta disposizione, camminare come si deve, non aggrapparci. Allora Dio non rifiuterebbe la sua grazia. Ama, infatti «chi dona con gioia» (2Cor 9, 7), e in noi «servi dell’amore … il timore servile subito sparisce» (CV 11, 1). Sperimentiamo quel «vi ho chiamati amici» (Gv 15, 15-16).

Al nostro cuore sembra che «rinunciamo all’onore col diventare religiosi o con l’iniziare ad avere una vita spirituale e a seguire la perfezione, e ancor prima che ci tocchino in un solo punto d’onore, già non ci ricordiamo più che ormai lo abbiamo dato a Dio e vogliamo impossessarcene di nuovo, e - come si dice - toglierglielo dalle mani, dopo che pare che per la nostra spontanea volontà lo abbiamo fatto signore del nostro onore. Così vanno anche tutte le altre cose … E così, poiché non riusciamo a dare tutto in una volta, non ci è dato tutto in una volta questo tesoro» (CV 11, 2-3). Ma «se uno persevera, Dio non si nega a nessuno, un po' per volta ci pensa Lui a rafforzare il coraggio per uscirne vittoriosi» (CV 11, 4).

 

Teresa parla di “coraggio” perché sono tanti gli ostacoli che si incontrano. Un primo ostacolo consiste nel non far caso che recitare è cosa distinta dal fare orazione. È semplice ripetizione. L’orazione mentale invece «non consiste solo nel tener chiusa la bocca. Se pregando vocalmente sono veramente persuasa di parlare con Dio e attendo più a Lui che alle parole che pronuncio, la mia orazione vocale si unisce alla mentale» (C 22, 1). «Non vogliate parlare a Dio e pensare ad altre cose, ché sarebbe un ignorare del tutto cosa voglia dire orazione mentale (C 22, 8)». Insomma: «dove si ha orazione occorre che vi sia pure meditazione. Non chiamo infatti orazione quella di colui che non considera con chi parla, chi è che parla, cosa domanda e a chi domanda, benché muova molto le labbra. Alle volte sarà buona orazione anche questa, quantunque non accompagnata da tali riflessioni, purché queste si siano fatte altre volte...» (1M 1, 7).

La preghiera vocale ben fatta, come la preghiera del Signore e l’Ave Maria, fatta con umiltà, come quel pubblicano del vangelo che si è battuto il petto, ha un grande valore davanti a Dio. È una leva che solleva alla contemplazione. È così: quando l’uomo prega cercando il Signore con cuore sincero, anche se la sua preghiera vocale è semplice, e Dio gli risponde molte volte con la grazia della contemplazione.

 

La preghiera vocale si esprime a parole. Tuttavia ciò che le imprime carattere non sono le parole dette ma i sentimenti che porta con sé. È un’ottima forma di preghiera. Quando è autentica, quando si accompagna cioè alla meditazione su ciò che si prega, facilita il passaggio al raccoglimento interiore.

Racconta S. Teresa di Gesù Bambino che in certi momenti, «quando il mio spirito è in un’aridità così grande che mi è impossibile ricavarne un pensiero per unirmi al Buon Dio, recito molto lentamente un «Padre Nostro» e poi il saluto angelico; allora queste preghiere mi affascinano, nutrono la mia anima ben più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte...» (MA 318). Teresa di Gesù conclude: il Padre Nostro «contiene tutta la vita spirituale, dal suo punto di partenza fino a quello in cui l'anima s'immerge in Dio, e Dio l'abbevera in abbondanza di quell'acqua viva che, come ho detto, si trova soltanto al termine del cammino» (CV 42, 5).

La preghiera vocale è una risorsa per giungere alla comprensione, un buon aiuto per “raccogliersi”. All’inizio risulta difficile ma qui ci viene in aiuto Teresa:

Consegna fondamentale: mai accontentarsi di fare orazione con la sola preghiera vocale. «Quanto a noi … vorrei che non ce ne contentassimo». A Teresa sembra «che l’amore esiga che io intenda chi sia questo Padre e chi il Maestro che ci ha insegnata tal preghiera» (CV 24, 2). Meglio ripetere: «dove si ha orazione occorre che vi sia pure meditazione. Non chiamo infatti orazione quella di colui che non considera con chi parla, chi è che parla, cosa domanda e a chi domanda, benché muova molto le labbra. Alle volte sarà buona orazione anche questa, quantunque non accompagnata da tali riflessioni, purché queste si siano fatte altre volte» (1M 1, 7).

Seconda consegna: Al di là dell’attenzione al contenuto della frase, è importante ravvivare l’attenzione verso l’Altro, il destinatario stesso della frase. Dobbiamo essere attenti al Maestro di tutta la preghiera cristiana: «Ora, come dimenticarci di un Maestro che ci ha insegnata questa preghiera, e ce l’ha insegnata con tanto amore e con un così vivo desiderio che ci sia utile? Dio non permetta che, recitandola, trascuriamo di ricordare spesso chi l’ha insegnata, benché qualche volta ce ne dimenticheremo ugualmente, a causa della nostra miseria» (CV 24, 3). Tutta la preghiera vocale deve avere per sfondo l’attenzione a Cristo, maestro di orazione, Colui che insegna a ogni cristiano a pregare. Mai “distante” da noi.

Terza consegna: È condensata nel lemma prediletto da Teresa: “a solas”. Che anche nella preghiera vocale non manchi la dimensione intima: quella del rapporto personale con Cristo o con Dio Padre: «Non permettete mai, Signore, che parlando con Voi si tenga per sufficiente farlo solo con le labbra» (CV 22, 1). Perché, secondo il riferimento evangelico che vive Teresa: «Già sapete che Sua Maestà ci insegna a pregare da solo a solo. Così anch’Egli faceva, benché non ne avesse bisogno, ma solo a nostro insegnamento» (CV 24, 4). L’essenziale è che la preghiera vocale riesca a metterci “davanti a Lui”.

 

Agli inizi del cammino l’accento è posto sul pensare, riflettere, discutere e meditare principalmente la vita di Cristo. Si viene a scoprire la ricchezza dei testi biblici, della lettura spirituale o di un qualsiasi testo che aiuti l’intelligenza. Teresa, sebbene abbia praticato la meditazione, consiglia di non rimanere fermi qui[1] ma a fare un passo in più nel dialogo con Dio. La preghiera non consiste infatti nel «pensare molto, ma nel molto amare» (4M 1, 7). Fare orazione, piuttosto che elaborare concetti o svolgere lunghe riflessioni, è un portarsi ad amare, a sperimentare l’amore di Dio.

Ci vuole, in attesa che un po' di luce venga da Dio e illumini la via. Non cercare il gusto in questa orazione, sarebbe frustrante. Quel che accade, quando ci si ferma alla meditazione, è che ci si concentra solo sul ragionamento e sulle giustificazioni intellettuali, per non giungere mai alla vera orazione. Ci si immagini, invece, «di essere davanti a Cristo».

La meditazione non è fine a sé stessa, ha uno scopo; la relazione con Dio non è fatta di soli pensieri e parole, conduce all’incontro: «… senza sforzo eccessivo dell’intelletto se ne stiano lì a parlare e a godersela con Lui, senza stancarsi a mettere in fila le ragioni, ma presentando le proprie necessità e la ragione che Egli avrebbe di non sopportarci lì vicino a Lui: per un po' una cosa e per un po' l’altra perché l’anima non si stanchi mangiando sempre lo stesso cibo. Questi cibi sono molto saporiti e vantaggiosi se il palato se ne abitua a mangiarne; portano con sé un gran nutrimento per dar vita all’anima e un gran guadagno» (V 13, 11).

Teresa ci offre alcuni esempi di questa meditazione affettiva:

« …mettiamoci a pensare a un episodio della Passione, per esempio quello di quando il Signore stava legato alla colonna: l’intelletto va indagando le cause che lì può intendere, i dolori grandi e la pena che Sua Maestà forse aveva in quella solitudine, e molte altre cose che potrà tirar fuori da qui, se l’intelletto è all’opera, o se si tratta di una persona istruita. È il modo di fare orazione con il quale devono cominciare e proseguire e concludere tutti, ed è un cammino del tutto eccellente e sicuro, finché il Signore non li conduce ad altre cose soprannaturali» (V 13, 12).

«Tornando a ciò che stavo dicendo, di pensare al Cristo alla colonna, è una cosa buona meditare per un momento e pensare alle pene che lì Egli ebbe e perché le ebbe e chi è Colui che le ebbe e l’amore con cui le affrontò. Ma non stanchiamoci sempre cercando questo, piuttosto restiamo lì con Lui tacitato l’intelletto. Se fosse possibile teniamolo occupato guardando Colui che ci guarda, e facciamogli compagnia e parliamogli e preghiamo e umiliamoci e godiamo con Lui, e ricordiamo che non meritavamo di stare lì. Quando si riuscirà a fare ciò, anche se all’inizio del cammino di orazione, se ne avrà grande vantaggio, e porta molti vantaggi questo modo di fare orazione; almeno ne ha trovati la mia anima» (V 13, 22).

Infine Teresa da un suggerimento, raccomanda: «Ha bisogno di essere consigliato chi inizia, per guardare là dove ha il maggior vantaggio» (V 13, 14).

 

L’orazione qui è un contemplare per mezzo di rappresentazioni mentali e/o letture, qualche passo della Sacra Scrittura, o qualche verità della nostra Fede, o qualche sfaccettatura o momento della nostra stessa vita, per cercare di scoprire la Volontà di Dio su di noi. È un lavoro intellettuale con il quale si cerca di muovere la volontà verso un miglioramento spirituale.

Dice S. Teresa riguardo a questo tipo di orazione: «Io chiamo meditazione un discorso fatto con l’intelletto» (6M 7, 10). E aggiunge: «Non dico che non sia una grazia del Signore se qualcuno riesce a meditare di continuo sulle sue opere, ed è bene cercare di farlo; ma bisogna capire che non tutti con la loro immaginazione ne sono naturalmente capaci, mentre tutte le anime sono capaci di amare. Già un’altra volta ho scritto i motivi di questo delirio della nostra immaginazione … ma vorrei far comprendere che l’anima non è il pensiero e che la volontà non è da esso governata … sarebbe davvero cattiva sorte! Ne viene che il vantaggio dell’anima non consiste nel pensare molto, ma nell’amare molto» (F 5, 2).

Il passaggio a questa orazione più semplice in cui “non si discorre” e si mette a tacere l’intelletto è possibile quando «Dio ci farà capire per certe sue vie segrete che ci sta ascoltando». (4M 3, 5).



[1] «Facciano attenzione anche a questo consiglio coloro che utilizzano molto il ragionamento, ricavando molte cose da una cosa, e molti concetti; infatti, quelli che non sono capaci di usarlo, come era per me, non c’è altro da dire se non che portino pazienza, finché il Signore non darà loro qualcosa in cui tenersi occupati e non darà loro luce, perché essi possono fare così poco da soli che il ragionamento li ostacola piuttosto che aiutarli» (V 13, 11).